un impiegato in favela

Terremoto sotto la finestra

In Finestra sulla favela Rocinha on 12 luglio 2012 at 20:11

Dalla finestra di una stanza tropicale e favelada si sentono i mototaxi rombare a tutte le ore del giorno e della notte. Infatti la favela Rocinha è costruita attorno a sole due strade sufficientemente larghe da lasciar passare automobili e autobus; per muoversi altrove (in un’area urbana che ospita 200.000 abitanti) si può andare a piedi oppure prendere un mototaxi; per questo ce ne sono tanti.

formula uno in favela


Prima che la favela fosse pacificata, di mototaxi ce n’erano molti di più e tutti viaggiavano senza casco. A fine 2011, quando in favela è entrata la UPP (polizia pacificatrice), di moto ne hanno sequestrate intorno alle centocinquanta: erano tutte rubate. Barbara e Julio, abitanti della favela rispettivamente da più di dieci anni e da tutta la vita, raccontano che molti motociclisti, alla notizia che erano in corso i sequestri delle moto, piuttosto che consegnarle alla polizia, le hanno smontate per intero, ciascuna nel giro di mezz’ora, e hanno regalato i pezzi ai passanti, agli abitanti della favela.

Dalla finestra di una stanza tropicale e favelada, nonostante i sequestri e le opere di smontaggio, arriva tutto il giorno e tutta la notte il rombo di decine e decine di moto-taxi che ci passano (e le marmitte non sono quelle con silenziatore come nella vecchia Europa), ma non solo: quando la luna comincia a sorgere alle spalle delle colline che sembrano voler portare in cielo le migliaia di baracche, quando si sente il samba che  parla con la gente e ad avventurarsi per i vicoli si fanno incontri imprevedibili, si sentono sempre anche le voci dei passanti, che passano sempre, e quelle dei bambini, che ridono sempre. Si sentono i fuochi d’artificio quando c’è qualcosa da festeggiare, quando c’è una partita con una squadra brasiliana che vince, e anche quando perde, perché bisogna consolarsi; si sentono i fuochi quando c’è la festa juninha (la festa di giugno) e quando c’è la festa julinha (la festa di luglio); anche adesso, mentre sto scrivendo, si sentono fuochi d’artificio e proprio non lo so che cosa si stia festeggiando.

Dalla finestra si sentono le moto, la gente che parla, i fuochi d’artificio; e ci si fa l’abitudine. L’altro giorno però, tutti i suoni quotidiani sono stati coperti da un rombo profondo che arrivava da lontano, dalla cima della strada sulla quale si affaccia la mia finestra, una strada che si estende su una salita ripida su per la collina e che finisce dove comincia la foresta, quella vera, la foresta metropolitana più grande del mondo.

Aprendo le persiane, scorgo i mototaxi che frenano, sbandano e si fanno a lato mentre il rombo aumenta di volume avvicinandosi, fino a che non si rivela da dietro la curva una macchinetta di plastica di quelle con i pedali che si precipita giù dalla discesa dominando il centro della strada. Dentro la cabina, al volante, un bambino piccolo e nero che si è lanciato in discesa libera dove comincia la foresta, incurante dei sassi, delle moto, dei passanti, dei dossi; lo circonda un gruppo di quattro o cinque amici della sua stessa altezza che corrono, ridono e gridano. La piccola automobile da corsa e il gruppo di bimbi scende in basso fino in fondo dove finisce la discesa; qui scende, si alza e si volta indietro a contemplare con soddisfazione la pista appena divorata, con un sorriso felice e sfacciato che contagia tutti gli adulti che hanno seguito il suo percorso dai negozi, dei bar e dalle finestre. Si alza e si carica sulla schiena la macchinetta, e torna in cima correndo insieme agli altri bambini, per un altro giro.

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