un impiegato in favela

Le città dei bimbi

In Finestra sulla favela Rocinha, Oltre la favela Rocinha on 23 luglio 2012 at 22:09

Ovvero, riflessioni catturate facendo un giro nel centro di Rio nel giorno del massacro di Candelaria.

Ogni favela è un’isola che non c’è

Quando vivi per un mese in una favela di Rio de Janeiro, una qualsiasi: non è necessario che si tratti della più grande del Sudamerica (la Rocinha), o di una sotto il controllo del narcotraffico (come Jacarezinho), non è necessario che si tratti neanche di quella dove Michael Jackson ha girato un suo video; quando ci vivi per un mese restando pressoché sempre entro i suoi confini, se poi un giorno feriale ti rechi nel centro del commercio e del terziario di Rio de Janeiro per sbrigare alcune commissioni, la prima differenza che percepisci passando dalla favela alla zona urbana legale e riconosciuta ufficialmente è che qui non vedi in giro i bambini: guardi bene e ti pare che qui proprio non ce ne siano. Ripensi allora a come in favela i bimbi siano sempre presenti, ad ogni ora e in ogni luogo: se passeggi di notte per un vicolo, in un angolo te ne trovi uno che sta zitto e fermo e chissà a che cosa pensa; spuntano fuori gattonando dalle finestre colorate delle case popolari della Rua 4; nei giorni di festa si arrampicano sui tetti per far volare gli aquiloni che macchiano di colori il cielo azzurro e sterminato di Rio; corrono, ridono e gridano di felicità nel veder gonfiare un palloncino rosso; si appendono alle automobili per un passaggio volante; se ne vanno in giro scalzi o con le ciabattine, a dorso nudo o con una canottiera e con un paio di pantaloncini, oppure, i più piccoli, con un pannolino colorato e il ciuccio in bocca. Non hanno paura di niente e non li vedi piangere quasi mai. Per esempio, quando un bambino del centro cade per terra, lo vedi strillare e tendere le braccia alla ricerca di aiuto e non si alza fino a che non lo ottiene; quelli delle favelas non emettono suoni se non quello del tonfo della caduta, si rialzano, si spolverano velocemente le ginocchia con le mani e ricominciano a correre; tanto sarebbe inutile cimentarsi in sceneggiate: non passerebbe nessuno a rialzarli.

La percezione trova conferme nei dati ufficiali: a Rio de Janeiro il 16,5% dei 7 milioni di abitanti ufficiali, quindi 1,1 milioni, hanno età compresa tra i 0 e i 14 anni, ma in Rocinha salgono almeno al 18% (contro il 14% europeo); il 7,6% della popolazione supera i 65 anni, ma in Rocinha questo valore scende al 5%, contro il 23% di Copacabana (che si allinea al valore europeo). I valori sono dunque ben sbilanciati a seconda dei quartieri. Questi dati confermano almeno due elementi: nei quartieri poveri, nelle favelas, il tasso di natalità è molto più alto e l’aspettativa di vita è molto più basso. Il primo dato si spiega con la forte tendenza ai parti precoci: quando arrivi in Rocinha, i primi elementi che noti sono le bimbe che hanno in braccio altri bimbi. Il dato relativo all’aspettativa di vita è riconducibile allo stato di degrado di queste zone: a Rocinha non ci sono fogne, c’è un’invasione di topi, le discariche di immondizia sono ovunque e a cielo aperto; la popolazione non riceve un trattamento medico adeguato oppure, per ignoranza, non lo richiede; non esiste una distribuzione sistematica e controllata dei vaccini. Uno degli effetti è che la Rocinha ha il più alto tasso di incidenza di tubercolosi del mondo: 386 casi noti ogni 100.000 abitanti, ma molti, come accade in Rocinha, non lo sono, perché la popolazione non riconosce quella tosse costante come malattia e non si reca nei centri di soccorso sanitario. Analogo effetto di scarsa cura sanitaria e ignoranza è la diffusione dell’AIDS: secondo un rapporto di “Grupo Pela Vidda” e di “Save the Children”, in Brasile i casi di infezione intercettati, dagli anni ’80 al 2007, nella fetta di popolazione tra i 13 e i 19 anni età, sono più di 10mila.

A viverci anche solo per un mese, in una favela, ti rendi conto che la sua popolazione è soggetta a malattie o problemi sociali che in altre zone del mondo sono state debellate da decenni, oppure lo è con numeri significativamente più alti. La fonte di tutte le cause è da ricercare nello stato di emarginazione e di abbandono che la popolazione stessa subisce. I media, anche e soprattutto quelli locali, hanno molta cura a ritrarre la Cidade Maravilhosa in modo tale che la non auspicabile comparsa di baracche, lamiere, rocchetti di fili elettrici, bambini che giocano davanti alle discariche a cielo aperto, non guastino la cartolina. I Governi da sempre hanno avuto l’interesse a che i dati del censimento ridimensionassero il problema favela. Esiste una campagna mediatica che scoraggia gli abitanti di fuori ad entrare nelle favelas, facendo passare il messaggio che altro non sono che luoghi di rifugio di pochi pericolosi criminali. Anche per questo, ricavare i dati citati sopra non è semplice: basti pensare che il censimento ufficiale 2010 dimensiona la popolazione di Rocinha a 60mila abitanti in totale; numero che viene facilmente smentito con riferimento ai dati ricavati dai contatori dell’energia elettrica che dicono 120mila (il doppio); gli abitanti stessi sostengono di essere in più di 150mila e non è difficile credere a quest’ultima versione: la densità di popolazione è percepibile con tutti e cinque i sensi, per le strade della favela.

Dunque il Governo fa del suo meglio per mostrare che il problema non esiste e non riconosce ufficialmente l’area; anche per questo motivo, per decenni, il potere sul territorio è stato esclusiva degli eserciti del narcotraffico, ma le favelas non sono città del Governo, né dei narcotrafficanti: sono le città dei bimbi. Le favelas sono zone di urbanizzazione abusiva: per le Istituzioni e per buona parte del resto della popolazione non esistono. Ogni favela è un’isola che non c’è.

Questo stato di abbandono e la censura che nasconde l’esistenza di centinaia di migliaia di esseri umani, in passato ha anche consentito fenomeni quali il massacro di Candelaria. Otto bambini e ragazzi uccisi a colpi d’arma da fuoco da quelli che poi sarebbero diventati noti all’opinione internazionale come “squadroni della morte”, squadre della polizia militare. Nostra Signora di Candelaria è una bella Chiesa neorinascimentale di Rio de Janeiro.  Alcuni bambini di strada si riparavano dalla pioggia sotto i portici di un palazzo che vi si trova di fronte e, il 23 di luglio 1993, hanno pagato con la vita lo scherzo di tirare dei sassi alle camionette della Polizia. Per avere un’idea della ferocia del massacro, si può leggere questo articolo che contiene la confessione di uno dei membri della squadra assassina.

L’abbandono e l’emarginazione sono oggi quelle di allora. Venerdì 27 luglio 2012 la Onlus Il Sorriso dei miei Bimbi aderisce ad una marcia in difesa dell’infanzia e contro la violenza ai suoi danni che è stata organizzata in occasione della commemorazione del massacro di Candelaria e che partirà proprio dal luogo dove questo è avvenuto; qui vicino sono ancora visibili i segni: sul marciapiede della chiesa ci sono otto sagome rosse che rappresentano i cadaveri, è stata installata una croce di ferro che nei suoi quattro vertici riporta a due a due i nomi dei ragazzi; i segni dei colpi d’arma da fuoco sono ancora visibili su una grata del portico. Affacciandosi a questa finestra quel venerdì di marcia, anche chi è lontano potrà partecipare, contribuendo così a ridurre le distanze e a rimuovere un mattone da questo muro.

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