un impiegato in favela

Nei volti dei bimbi, speranze e disillusioni

In Finestra sulla favela Rocinha, Oltre la favela Rocinha, Storie di Pacificazione on 29 luglio 2012 at 20:51

A namoraidera

Se ti capita di passare un sabato a Santa Teresa, quartiere di Rio de Janeiro bello e carioca nelle radici, dove puoi gustare la migliore feijoada della tua permanenza in Brasile; se ti capita di passeggiare per i luoghi di artigianato di questo quartiere e di sorridere nell’osservare il  mezzo busto di legno che raffigura una ragazza di pelle nera che, con il viso appoggiato al palmo della mano, guarda il cielo trasognata e sospirante; se ti capita di passare per il parco delle rovine, dove visiti una casa diroccata che è stata uno dei principali centri della belle epoque carioca di fine ‘800; se  questo tuo passaggio è stato preceduto dall’incontro di un giovane che ti fa da guida senza chiederti soldi, sostenendo di essere un’artista che non vende la sua arte e che riesce a vivere comunque arrangiandosi e ti viene in mente una scena di un film di Nanni Moretti; se quando arrivi a visitare le rovine, gli spazi senza finestre sono pieni di opere d’arte e delle note che sanno di fado di un chitarrista che porta un cappello che sa di arte; se accompagnato da questa musica, salendo su per le scale a chiocciola di una torre diroccata e restaurata, hai accesso a una vista a 360 gradi su Rio: la Cattedrale metropolitana, il Cristo, gli archi di Lapa, il convento di Santa Teresa, il ponte verso Niteroi, gli aerei che partono e che arrivano, il grattacielo a forma di croce, il mare e le colline verdi, le favelas; se poi tornando vai ad assistere al famoso tramonto brasiliano di Arpoador; se ti capita di passare un pomeriggio così e provi piacere e ti senti contornato di bellezza, ma non ti senti colpito nel profondo, e non ti senti vivo in pieno per quello che hai vissuto e resti in silenzio e ti chiedi: “ma che cosa allora può farti provare un sentimento vero?”; se ti chiedi questo e poi, avendo lasciato alle tue spalle gli spazi aperti e, tornato nella favela Rocinha, raggiunta l’ultima affollata festa di luglio, vedi una bimba in un angolo che fa il broncio e attorno a lei il padre e i fratelli di diverse generazioni sorridere con scherno e affetto; se vedi questo e ti si riempie il cuore e in un istante ti senti vivo, allora i dubbi di prima svaniscono perché capisci che la bellezza è importante, quella della storia, dell’umanità, dell’arte, ma devi prendere atto di aver bisogno di vedere in volto la vita e il futuro, per sentirti vivo. Se poi vedi  un gruppo di bimbi che, alti non più di un metro e venti e con meno di dieci anni di età, girato l’angolo dove sta un posto di vedetta della polizia pacificatrice, con i fucili al collo o la mano sull’impugnatura della pistola; se, girato l’angolo, il gruppo di monelli, riferendosi agli uomini in divisa, fanno facce di scherno che sa di odio, allora capisci che non è fatto tutto di speranza questo mondo, quello del volto dei bimbi, e torni a casa pensando che questi coltiveranno e faranno crescere il loro atteggiamento di astio nei confronti delle forze dell’ordine e lo trasformeranno in odio; pensi che dovranno subire episodi di violenza, che magari uno di loro morirà perché è scappata una pallottola o sarà torturato da un poliziotto arrogante e corrotto e che gli altri dovranno assistere; e pensi che una condizione di ingiustizia, per l’abbandono cui sono stati soggetti tutta la vita, già l’avranno subita senza che debbano vivere un episodio esplicito e quando saranno giovani uomini e avranno preso maggiore consapevolezza di questa condizione, si sentiranno giustificati ad organizzarsi e a reagire con la violenza; pensi che vorranno riappropriarsi del loro territorio, che grideranno al mondo di essere stati vittima di un’occupazione illecita; pensi che si armeranno per tornare ai tempi precedenti alla pacificazione; pensi che, se studieranno, si costituiranno in gruppi rivoluzionari, altrimenti in gruppi di banditi e che, in entrambi i casi, il periodo storico nel quale tutto questo si svolgerà,  periodo che potrebbe partire dal 2016, dal giorno dopo la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi brasiliane, quando si saranno spenti riflettori su Rio de Janeiro e sul Brasile; questo periodo potrà essere denominato anni di piombo, o intifada.

Ma nessuno può vedere il futuro in una palla di cristallo, né tanto meno nel volto di un bimbo. Così, invece che perdersi in tragiche quanto inattendibili previsioni, è meglio che si resti affacciati alla finestra, come la trasognante namoraidera, ma, a differenza di lei, con gli occhi ancorati a quanto succede in strada, alla bellezza e alla miseria, alle speranze e alle disillusioni, perché due, tre, cinque cento occhi che siano disposti a capire nel profondo ciò che succede in un angolo del mondo – quell’unico mondo del quale siamo figli e abitanti – sono come riflettori che non si spegneranno al termine di un mega-evento.

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