un impiegato in favela

Favelas di notte, lacrime dalle colline

In Finestra sulla favela Rocinha, Oltre la favela Rocinha on 29 agosto 2012 at 02:33

Cristo Redentor, Rio de Janeiro

Può capitare che la favela ti stanchi e allora, per una sera, decidi di fare una passeggiata a Gávea, il quartiere che confina con Rocinha. Ad accompagnare questa linea di separazione c’è una scuola americana per ricchi: il campus, i campi sportivi, abitazioni per gli studenti dalla struttura solida, corredate di buoni servizi. I tetti rossi e spioventi del collegio si vedono dalla cima della collina sulla quale si inerpica Rocinha, ad esempio da dove finisce la rua um, principale presidio dei capi del narcotraffico fino a qualche mese fa, fino a prima della pacificazione. Qui la favela Rocinha cede il passo alla foresta, ma non prima di aprirsi in un campo di calcetto dove a quei tempi le feste erano una costante, di notte e di giorno… ma questa della rua um è un’altra storia… si diceva invece che dalla cima della rua um si vedono i tetti della scuola americana; mentre a partire del recinto di cemento e filo spinato del collegio , continuando a riscendere la collina, si sviluppa il quartiere di Gávea.  In altra epoca (fino al 1960), questa fu zona residenziale della classe politica e amministrativa della Rio de Janeiro capitale del Brasile. Da quando la capitale fu spostata a Brasilia al fine di decentrare il potere agricolo che qui era diventato troppo forte per via della ricchezza indotta dalle rigogliose e produttive coltivazioni del caffè, Gávea cambiò volto, ma rimase fino ad oggi quartiere residenziale, silenzioso ed elegante, contribuendo così al noto contrasto tra zona ricca e zona povera che accompagna il confine di ogni favela di Rio de Janeiro. A Gávea si mangia un ottimo galeto na brasa (galletto alla brace) e di giovedì la strada della movida notturna si riempie di giovani che si infittiscono in un percorso di cinquanta metri, per bere, mangiare e frequentarsi. Se ti stanchi della folla puoi proseguire la tua passeggiata verso il mare, attraversando la parte bassa di Gávea e poi il quartiere di Leblon, dove intravedi locali con file all’ingresso fatte di uomini e donne eleganti e con macchine di lusso, e dopo un paio di mesi di vita in favela, potresti sorprenderti ad impressionarti del bianco candido delle camicie degli avventori. Arrivi alla spiaggia di Leblon, che prosegue verso la più famosa Ipanema. Il lungomare è sterminato e deserto di notte e i fari illuminano le strade con luce spettrale, ma la brezza che proviene dal mare e lo scroscio delle onde ti fanno stare bene. I chioschi sul lungomare di Leblon sono chiusi, ma li trovi aperti ad Ipanema. Un cane randagio che si avventura nel mezzo del largo viale che viaggia parallelo alla costa rischia di essere messo sotto dalla polizia, che ha l’accortezza di fermarsi a intimarlo di non attraversare la strada, peraltro con atteggiamento più cortese di quello che di solito assume con gli abitanti della favela durante le perlustrazioni per i vicoli. Passi di fianco ad altre feste di lusso e dopo quella che tiene l’Hotel Marina, nello spazio lasciato libero tra i due grattacieli che lo compongono, ti compare davanti il bianco candido del Cristo Redentor, imponente, in fondo alla notte, sulla cima del Corcovado. Alle tue spalle ti richiama la favela, come un bimbo che ti sfiora il braccio per farti girare, farti un sorriso e chiederti un panino o una lattina di Guaranà, per poi andarsene via trotterellando se non esaudisci la sua richiesta; come se fosse un bimbo a richiamarti, ti volti, ma in questo caso il viso che ti fissa è quello della favela.

Il viso della favela di notte – da Ipanema è quello di Vidigal, ma i visi delle favelas che si arrampicano sulle colline sono tutti simili –  è fatto di migliaia di minuscole luci gialle arancioni e bianche che si confondono sul dorso scuro della collina e sfuggono ai confini della foresta in un’intermittenza vaga. Brillano fragili, le luci di favela; ciascuna è una lacrima sul volto di un bambino che, trattenuta tra le palpebre, nonostante l’orgogliosa resistenza, sta per lasciarsi scivolare giù per la guancia. Luccicano in un firmamento, le lacrime di favela, avvolte da un cielo che, se fossero spente le asettiche illuminazioni di Ipanema, sarebbe quello sterminato dei Tropici. Sanguinano, le colline, e da lontano appaiono silenziose, come le donne picchiate che si portano un occhio nero per i vicoli come se quell’inscurirsi fosse un fenomeno naturale; silenziose, come una bambina della favela insultata dalla polizia militare, o come una vecchia alla quale mancano le forze per continuare a risalire e ridiscendere quei vicoli scoscesi e umidi, e deve affrontarli un passo alla volta appoggiandosi ai muri: una volta, da bambina, vi si precipitava di corsa, giù per quei vicoli, ridendo e gridando di felicità, ma era sola e abbandonata già da allora. Sanguinano, brillano e piangono le favelas, sulla schiena di Rio de Janeiro, città simbolo del mondo intero nella concezione dell’opera del Cristo Redentor che, a sua volta, restando nel suo stesso significato simbolico, è la croce, il sacrificio dell’umanità, che il mondo intero domina.

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