un impiegato in favela

Rua Um di Rocinha, già roccaforte del narcotraffico

In Finestra sulla favela Rocinha, Strade di Rocinha on 13 settembre 2012 at 23:58

Un Bem-Te-Vi

Um vuol dire uno e rua um, delle quattro intitolate con un numero in Rocinha, è la via che parte da più in alto, dalla cima do morro (dalla cima della collina) sul quale la favela si arrampica. Probabilmente in virtù della posizione sul territorio, questa zona è stata scelta come una delle principali fortezze dell’esercito del narcotraffico, ai tempi in cui il narcotraffico c’era ancora, prima del processo di pacificazione; perché adesso c’è chi dice che non ci sia più.

All’inizio di rua um c’è sempre una signora che qualcuno chiama spaventabambini, perché è molto brutta e chiassosa. Ha una corporatura rotonda e robusta e la sua sedia di plastica, che tutti i giorni posiziona al centro del piccolo spiazzo tra il fioraio e la pescheria, la contiene appena e sembra che possa esplodere da un momento all’altro. Porta un vestito largo a fiori, ha la pelle dura e scura, i capelli ispidi e corti ed ha il sorriso sempre stampato sulla faccia rotonda. I gringos che passano da queste parti vengono da lei abbracciati e riveriti e accompagnati da grandi complimenti, da dichiarazioni d’amore che – lo mima portandosi i pugni al petto imponente – le vengono dritti dal cuore.  Da quando c’è stata la pacificazione e quindi da quando, come qualcuno dice, il narcotraffico non c’è più, qui davanti (davanti alla pescheria, al fioraio e alla spaventabambini), c’è un posto di blocco fisso della polizia militare. Tutti i posti di blocco di Rocinha e delle altre favelas pacificate sono composti da una volante della polizia e da uno schieramento di tre o quattro agenti protetti da giubbetti anti-proiettile e armati di manganelli, coltelli, fucili e pistole; la mano sempre appoggiata al manico, a mostrare che è pronta a sparare. La peculiarità del posto di blocco di rua um è che solo questo si pregia di trovarsi di fronte alla spaventabambini, la quale si diverte a far picchiettare per ore un tamburello fatto di un filo di cotone e una coppia di sfere di metallo alle estremità: con un gioco di polso sufficientemente veloce e coordinato la signora fa volare le sfere e le fa urtare tra loro emettendo un picchiettio secco, metallico e continuo che potrebbe essere quello di un’arma semi-automatica. Così, con l’indifferenza e la spensieratezza nel viso, la spaventabambini se ne sta seduta tutto il giorno all’inizio della rua um, a baciare i turisti e a tormentare la polizia (e i commercianti e gli abitanti vicini, che però sono abituati a tollerare e sopportare).

Da qui, risalendo la rua um, il vicolo si fa stretto e ti sembra di entrare nei salotti e nei negozi dei commercianti; risalendo ancora, si passa vicino ad un piccolo allevamento che sta sul fianco del  vicolo: una gabbia di polli uno stretto all’altro che sgranano gli occhi al tuo passaggio; dopo c’è una piccola piazza con bar e, risalendo qualche  scalino ancora, c’è una postazione dalla quale, se ti appoggi alla ringhiera quanto basta, vedi dall’alto la spaventabambini e quindi il punto di partenza. Quando c’era il narcotraffico, questo era un posto di vedetta per controllare il passaggio. Risalendo ancora, trovi sempre due pecore. Deduci che ti ci stai avvicinando ancora prima di vederle, notando la diversa forma delle merde che trovi per strada. Più piccole e rotonde quelle delle pecore… be’, chi non le conosce!?… Le pecore sono pigre e intontite e si guardano bene dall’ostacolare il tuo passaggio. Su per questi vicoli, prendendo una via traversa, dove cominci a sentir scorrere la fogna a cielo aperto e vedi i  rigagnoli verdi e viola che scendono al fianco degli scalini, le bottiglie di plastica, la melma e i topi che ci passano dentro; qui ci trovi una casa indipendente, con il tetto di tegole spiovente e l’orto attorno. Una volta la Rocinha era fatta tutta di case come questa. Gli abitanti coltivavano gli orti per sostentamento personale e per rivendita al mercato. Quando i clienti chiedevano da dove venissero quelle verdure, il rivenditore rispondeva loro: “da minha roça” (dal mio orto), “da minha roçinha” (dal mio piccolo orto).

Tornando a risalire la rua um, proseguendo ancora, il vicolo stretto si apre in una piazza colorata di murales e musica. Ad un lato della piazza, accanto al muro, c’è un gradino di  cemento: è dove, quando c’era il narcotraffico, coloro che avevano qualcosa in sospeso con i capi dovevano stare seduti ad aspettare: attendevano l’ordine, il compito con il quale avrebbero riscattato il debito. Qui davanti c’è anche la cappella di San José, dove un prete cattolico e qualche devota perpetua provano a svolgere la loro missione, e dove qualche volta passa in visita Don Renato Chiera, che da anni opera in una zona alla periferia di Rio, la Baixada Fluminense… ma questa è un’altra storia… Qui vicino ci abita anche Maria Eduarda, una bimba di sei o sette anni affetta da macrocefalia e che ha passato tutta la sua vita qui in cima alla rua um. Se parli con lei e la guardi negli occhi, capisci che non solo è intelligente, ma anche buona, sensibile ed affettuosa. Gli effetti estetici della macrocefalia nel centro di Rio o in Europa si possono attenuare con una semplice operazione chirurgica, ma qui è tutto più difficile e, quando passi a trovarla, ti può capitare di pensare che Maria Eduarda vivrà sempre in rua um, sulla sedia a rotelle e la testa più grande di  quella di tutti gli altri. Per il momento, sono i suoi fratelli, quasi coetanei e con la testa normale, a prendersi cura di  lei con affetto.

Risalendo ancora ricominciano i vicoli stretti, fino a che questi non si aprono in uno spazio nel quale ti sembra di poter respirare a pieni polmoni. C’è un terrazzo molto grande che copre un colonnato e che dà su un campo da calcetto con tanto di tribune. Da qui c’è uno dei più bei panorami di  Rio de  Janeiro. Il Cristo, sempre presente, i tetti rossi e ben tenuti della scuola americana di Gávea, subito sotto, ai confini con Rocinha; Lagoa e il centro ricco e turistico della città, Pão de Açúcar in fondo e il mare che si confonde con il cielo in una  vaga foschia; la foresta di Tijuca che abbraccia la città, il mare, il cielo e la foschia. Qui, ai tempi del narcotraffico, i capi davano feste su richiesta, per un compleanno o per le feste popolari. La birra si versava a fiumi ed era offerta dai capi, che stavano in una stanza a contare le montagne di denaro in contanti; poi c’erano il churrasco e le partite di calcetto. La musica funky batteva il ritmo dalle casse di amplificazione alte più degli uomini; e c’era folla, tutta la notte e tutte le notti. Il ritorno di investimento per i capi era assicurato, grazie ai proventi della vendita di marijuana e cocaina (il crack anche, ma in tempi recenti è stato proibito, dai narcotrafficanti stessi, perché ha  effetti destabilizzanti per l’ordine pubblico), e grazie al ritorno d’immagine e al reticolato di debiti anche  simbolici che così andavano formandosi. Con questo sistema il controllo sul territorio si faceva sempre più solido e fitto. Si dice che queste feste fossero spesso frequentate da celebrità e potenti ufficiali. Non mancavano i giocatori di calcio, come ad esempio Julio Cesar e Romario, in particolare durante il periodo del capo chiamato Bem-Te-Vi come un uccello tipico del Sudamerica. Dopo il campo di calcetto, se si prosegue, ci sono le ultime case, e poi c’è la foresta, dove volteggiano gli spiriti usciti dai corpi che qui sono stati sepolti e che nella terra umida si sono velocemente decomposti scomparendo insieme a un delitto. Dicono qui in favela: “se questi alberi potessero parlare…”.

Ma i tempi della rua um sono andati. Si dice che adesso sia avvenuta la pacificazione, e che il narcotraffico non ci sia più. Così si dice, eppure lo spaccio e il consumo di  sostanze stupefacenti illegali, questi ovviamente continuano ad avvenire sia in favela che nel centro turistico che nei quartieri ricchi. In effetti, girano anche voci che vogliono che in Rocinha stia avvenendo una guerra silenziosa, in una delle zone più depresse della favela, che si chiama Ropa Suja (panni sporchi), e che qui la polizia militare stia esercitando la sua facoltà di uccidere a sangue freddo e che stia portando via i cadaveri di notte perché la gente non veda.

La cattura di Nem, l’ultimo dei capi (fonte http://noticias.terra.com.br )

Le istituzioni non riconoscono l’esistenza delle favelas: la posizione ufficiale è che questi sono luoghi di urbanizzazione abusiva. Eppure, in vista delle elezioni comunali di  Rio de Janeiro, tutti i muri delle favelas, che secondo le istituzioni non esistono o che dovrebbero essere abbattuti, sono tappezzati di manifesti elettorali, ed essendo illegali i muri, non vale qui neanche la legge che regola la distribuzione equa dell’informazione elettorale. In Rocinha per esempio, su tutti i muri c’è un solo volto, quello del  sindaco uscente Eduardo Paes, accompagnato da quelli dei suoi candidati consiglieri, tra i quali Leo Comunidade (si eleggono i numeri a Rio e ci si può presentare con un soprannome, facendo dimenticare il nome per esteso), abitante di Rocinha, accusato di essere colluso con il narcotraffico, e che si dice ai vecchi tempi fosse legato a Nem, l’ultimo capo noto prima della pacificazione, catturato dalla polizia pacificatrice a fine 2011, poco prima che occupasse Rocinha.

Si dice che un sistema di potere illegale ne stia sostituendo un altro, questa volta avendo stretto un accordo  sistematico anche con le divise, oltre che con le forze politiche ufficiali; si dice che le bande del narcotraffico continuino a fare da padrone, e che la pacificazione non abbia fatto altro che produrre un cambio di potere al vertice e rendere tutto meno visibile. Ma queste sono solo voci che sospirano per i vicoli abusivi di Rocinha, la spaventabambini continua a far scoppiettare il suo ciondolo, le prove non ci sono, le voci si perdono in un soffio di vento tropicale, gli spiriti della foresta non esistono.

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  3. […] di bimbi di giovani di adulti e i visi sono quelli che vedi in rua tres, o in rua quatro, come in rua um, e nei vicoli che si avvicendano a partire dal beco do rato molhado per finire in roupa suja […]

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