un impiegato in favela

Scarafaggi di favela

In Finestra sulla favela Rocinha on 27 settembre 2012 at 22:53

Isolarsi in una tenuta a compartimento stagno. Chiudere le finestre e le porte, attenuare il rumore della pioggia che scroscia, lasciar fuori le fogne che straripano, soffocare gli spiragli, a costo di rinunciare al vento fresco che ti solletica la pelle in una giornata che appena prima di diventare buia e tuonante era stata abbagliante e surriscaldata.

Singing’ in the rain, in favela Rocinha

Si dice che la favela sia infestata da milioni di topi, e di scarafaggi ce ne sono a milioni. Questi – lasciando per un attimo da parte quelli piccoli e neri che assomigliano a quelli europei e che pure imperversano – sono di una qualità tropicale: marroni a sfumature rosse, lunghi come un pollice, e hanno le ali; però volano solo quando si alza il vento, lasciandosi trasportare, altrimenti non ci riuscirebbero, come i polli.

Li vedi in strada correre veloci e cambiare direzione a scatti improvvisi, li vedi spiaccicati sul marciapiede, morti per vecchiaia o per essere stati investiti dalle awaianas di un passante o da una moto. Se abiti presso un piano sopraelevato di solito non ci convivi, ma se c’è pioggia tanto forte che a guardarla dalla finestra ti sembra che gli  scroscii prendano tutte le direzioni in alto in basso e in diagonale, e se c’è vento, tanto forte da far volare per strada i coperchi dei serbatoi d’acqua, se c’è questo vento e questa pioggia e se i tuoni sono tanto forti da sovrastare il funky di favela, allora gli scarafaggi rossi non ti risparmieranno e quando tornerai a casa te li ritroverai a correre sul pavimento come fanno in strada, e non basteranno due scarpate a fermarli, perché sono corazzati. Spaventati, correranno ancora e si infileranno sotto le fessure delle porte, per passare ad altre stanze, si infileranno dentro altre fessure dove scompariranno fino a ricomparire alla prossima occasione, quando utilizzerai una paletta di plastica al posto della scarpa dalle suole di gomma perché ora hai capito; e comunque non riuscirai a fermarli prima del terzo o quarto colpo pieno. Hanno la corazza degli animali preistorici. Sono crostacei terrestri e la parte debole del corpo ce l’hanno sotto la protezione; le zampe muscolose come quelle di una cavalletta. Si sono sviluppati in questa parte del mondo proliferando nelle discariche a cielo aperto e nelle fogne a cielo aperto, nutrendosi dell’abbondanza che offrono le strade di una città abbandonata da alcuni uomini e vissuta da altri.

Quando piove in centro, ti bagni la testa, ma se non hai appuntamenti importanti e ti lasci andare, non ti dà fastidio: stare sotto la pioggia può offrirti un senso di libertà. In favela ti bagni i piedi e i polpacci, prima della testa, perché le strade diventano fiumi. L’acqua, che se non stai attento ti ricopre fino alle caviglie, è acqua che si potrebbe dire di fogna se non fosse che in favela le fogne sono rare e perlopiù a cielo aperto; sono ricolme di rifiuti ingombranti, come bottiglie di plastica, e per questo straripano. I topi e gli scarafaggi impazziscono, entrano nelle case a cercare conforto, se qui non vi sono già arrivati lasciandosi trasportare da un rivolo che nelle case entra direttamente; a volte i fiotti di fogna zampillano dai cessi delle abitazioni, e da qui arrivano, ancora, i topi e gli scarafaggi. Chi vive in favela, quando arriva la pioggia forte, non ha voglia di restare per le strade a scalciare con allegria le pozzanghere, non ha voglia di canticchiare e non gli passa per la testa Singin’ in the rain. I pantaloni sporchi, i piedi anche se indossa le awaianas; il lavaggio a mano, la doccia fredda. Chi vive in favela ci si rassegna, alla fogna, soprattutto se ci si tuffa da quando è bambino.

Se invece non ti ci rassegni , perché vieni da un luogo dove la pioggia la prendi in testa ed è più o meno pulita, non riusciresti a vivere in una casa dove passa un rivolo di fogna sul pavimento; eppure lo sai che in rua um, in rua tres, nel beco do  rato molhado, qualcuno in questo momento sta vivendo in queste condizioni. Così chiudi le finestre e le porte. Che gli spiragli soffochino, che il tormento della pioggia non ti tocchi. Che differenza fa se ti trovi in una strada di favela, o poco distante, nel centro turistico della cidade maravilhosa, o se ti trovi ancora più lontano, in un altro Continente?! Tanto, che tu sia qui o altrove, isolarti in un mondo asettico, soffocare in una busta di plastica per non sentirti scorrere la fogna tra i piedi, tenerti lontano dagli scarafaggi e dai topi, è quello che stai facendo e che hai sempre fatto. Non importa se qualcuno rimane altrove, in un mondo fradicio e impestato, a nuotarci, nella merda.

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