un impiegato in favela

Favela Rocinha a lume di candela

In Finestra sulla favela Rocinha on 19 ottobre 2012 at 00:23

Gli acquazzoni, sotto l’equatore, cominciano in silenzio. Senza tuoni e fulmini che le annuncino, senti il peso di una fitta serie di gocce che ti si espandono sul capo e sulle spalle. Il cielo può essere coperto e l’umidità alta, ma ti accorgi che ha cominciato a piovere dal rumore deciso delle gocce che si frantumano sul suolo e se non sei al riparo ti ritrovi fradicio. In favela, in pochi minuti i rivoli di fogna avranno scavalcato i margini che dovrebbero contenerli e scorreranno per i vicoli e per le strade formando un fiume putrido e vorticoso. Se si alzerà il vento forte, vedrai i fasci di pioggia in controluce impazzare in tutte le direzioni, le fronde degli alberi e delle piante si dimeneranno scomposte in una danza di streghe, i coperchi dei serbatoi d’acqua potabile potranno essere scaraventati dai tetti alle strade, i fasci di  fili elettrici appesi ai pali di legno dondoleranno come le altalene dei bimbi. Si sentirà lo schioccare di un colpo secco e, se la luna si sarà già affacciata da dietro la collina, da dove, durante le notti serene, il suo viso candido proietta verso la favela le ombre degli alberi che si aggrappano saldi sul dorso dei dois irmãos (i due fratelli, così si chiama la coppia di colline sulle quali si arrampicano da una parte la favela Rocinha e dall’altra Vidigal); se la luna sarà già a questo punto, e se le nuvole si diraderanno, solo lei resterà a far luce su almeno uno dei quartieri di Rocinha, perché quello scoppio lo avrà lasciato al buio in una notte di tempesta.

Acquazzoni di Rocinha

In favela non ci  sono salvavita  né interruttori centralizzati; i fili ammucchiati sulle travi passano dai pali alle abitazioni; l’intervento della compagnia di energia elettrica non è semplice: il vento e la pioggia devono calmarsi, bisogna individuare quale filo di quale groviglio di quale palo ha causato il cortocircuito e ripararlo. Così si sta al buio senza compromessi, non c’è internet, il computer resta acceso fino a che dura la batteria, il frigorifero si sbrina e se stavano trasmettendo la partita del Vasco da Gama non la puoi vedere. Ti trovi in un’isola abbandonata e buia senza previsioni attendibili di  recupero: la luce può tornare tra dieci minuti come tra diverse ore. Per questo si deve essere sicuri di avere sempre candele e fiammiferi in casa e, se ce li hai e sei da solo, non ti resta che  darti alla lettura a lume di candela; se sei in compagnia… be’ gli abitanti della favela dicono che l’assenza delle televisioni e di illuminazione artificiale per le strade di qualche anno fa era una delle principali cause dell’alta natalità di questa zona.

Al buio non resta molto da fare, ma se smette di piovere e i fiumi di fogna tornano nei loro margini e ti avventuri per i vicoli bui, scopri che su ogni finestra si riflette un lume tremante che proviene dalle camere da letto, che i bar si affacciano sui vicoli con una mezza luna arancione chiaro, che gli avventori sono rimasti appoggiati sui tavolini a bere, che le rughe dei vecchi con la luce di questa notte sono diventati solchi e quelli dei giovani si sono fatti più vecchi. Le strade storte, le finestre storte e le pareti storte di favela sono una costellazione di luci fioche che provengono dalle candele e dalle lampade a olio.

La favela è più silenziosa quando a lume di  candela, come se le grida di gioia dei bambini, i rimproveri e i ricatti degli evangelici, le voci ripetitive e metalliche delle auto pubblicitarie, il rombo dei moto-taxi senza marmitta, fossero stati ribaltati in un altro mondo dal vento, insieme alla corrente elettrica e alla musica dei juke-box. Ma sei ipnotizzato dalle luci deboli e te ne accorgi, del silenzio di prima, solo quando non c’è più, quando le lampade elettriche e i lampioni e le televisioni tornano ad accendersi e i bimbi, i giovani e gli adulti nei bar, nelle case e per le strade, si uniscono in un coro di gioia che si alza gradualmente e senza preavviso come la pioggia di prima, che culmina in una nota alta e in un applauso. Ma non dura e le strade e le case si spengono di nuovo dopo pochi secondi, allora lo stesso coro mugugna di delusione ridiscendendo verso una tonalità più buia, ma se poco dopo l’elettricità ritorna ancora, la nota ritorna a suonare luminosa come prima e se la corrente va e viene per quattro o cinque volte, la gente non solo non si stanca, ma perfeziona ed esagera i suoi cori, fino ad arrivare all’autoironia, ora sottolineando la gioia in una nota celestiale, ora la delusione in una oscura, fino a quando la luce non torna per restare e parte la standing ovation, come alla fine di un concerto perfetto, quando in sala si riaccendono le luci di platea.

Candela di Rocinha

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