un impiegato in favela

Natale tutti al mare, a São Conrado

In Finestra sulla favela Rocinha, Oltre la favela Rocinha on 15 dicembre 2012 at 18:37
papai noel (immagine da blog.wilier.it)

papai noel (immagine da blog.wilier.it)

C’è un’auto abbandonata in rua 4 almeno da quando esiste la rua 4, cioè da quando il Governo, in prossimità delle elezioni di un paio d’anni fa, decise di avviare un progetto di ristrutturazione di un vicolo stretto e umido per trasformarlo in una strada dignitosa. L’ammasso di lamiera e plastica non si muove da allora ma si trasforma con le stagioni. Cambia colore con l’avanzare della ruggine, si snellisce di pezzi: via il motore, via il volante, gli specchietti, i sedili; la carcassa di metallo rosso terra diventa deposito provvisorio per traslochi o per raccolta differenziata di lattine e plastica (molti in favela affondano mani e gambe nude nelle discariche a cielo aperto per recuperare questi beni e rivenderli nei centri di smistamento: una raccolta differenziata eseguita dagli esponenti più disgraziati del  popolo); dicembre inoltrato, e anche se fa caldo l’automobile abbandonata diventa piedistallo per l’albero di Natale e per i relativi addobbi, la rappresentazione senza vita di un pino che affonda le sue radici di plastica nella ruggine per cercare qui il sostentamento di cui non ha bisogno.

Il Natale si porta in una favela brasiliana gli stessi simboli dell’emisfero nord: Babbo Natale è Papai Noel ma porta lo stesso giaccone rosso di lana del Babbo Natale europeo; le foglie aghiformi e i rami sottili dell’albero sono bianche di neve, anche se in favela Rocinha, Rio de Janeiro, la maggior parte dei suoi abitanti la neve non l’ha mai vista.

In Brasile l’estate comincia il 21 dicembre, la temperatura e l’umidità sono alte e spingono il popolo di favela a cercare sollievo in spiaggia. São Conrado è il quartiere ricco che si trova al confine della favela Rocinha, nel lato sud delle colline chiamate Dois Irmãos (i due fratelli), e, in fondo a São Conrado, a dieci minuti a piedi dal confine con la favela, c’è la spiaggia.

A dicembre, sulla sabbia fine e bianca, ai confini con il mare gelido e imponente di fine inverno e della stagione delle piogge, si dispiega una popolazione allegra e confusionaria e dalla pelle scura. Ci vedi gli stessi visi e senti le stesse voci che vedi e senti in Rocinha. Ci corrono e ci passeggiano i bimbi magri, al limite della denutrizione, vuoi per distrazione degli adulti che non preparano loro pasti regolari, vuoi per eccesso di spesa di energie, sempre a correre su e giù per i vicoli scoscesi. Anche in spiaggia corrono, e scavano nella sabbia, poi misurano il loro coraggio affrontando  le onde violente e l’acqua gelida. Ora ci si avvicinano approfittando del ritrarsi del mare, ora scappano tremando di allegria quando l’onda ritorna all’improvviso, come se questa volesse giocare con loro o ingannarli. I bimbi crescono e diventano giovani e, se sono maschi, si danno un tono restando seduti per ore sulle seggiole di tela portate da casa, costume lungo fino al ginocchio, occhiali da sole, lattina di birra in mano, espongono statuari il loro petto scuro e glabro dai lineamenti scolpiti. Guardano e richiamano le ragazze con quell’ostentata e maldestra sicurezza di chi si sente poco sicuro di sé, specie se si tratta delle rare ragazze gringo: una specie dalla pelle chiara, a volte dai capelli biondi e meglio ancora se dagli  occhi chiari. Si muovono in gruppi, i giovani di favela in spiaggia, da cinque fino a dieci e ancor più. Anche le femmine vanno in spiaggia in gruppi se sono single, mentre, se sono fidanzate, allora si piazzano sotto l’ombrellone con il loro uomo e nessun altro, e devono stare attente a non dargli fastidio per esempio mostrando le loro rotondità in modo troppo diretto o addirittura mirato. I giovani maturano e diventano adulti di mezza età: anni di birra hanno deformato l’armonia delle forme, la forza elastica dei loro addomi ha ceduto alla deformità della loro pancia dura e rotonda; le giovani donne sono diventate matrone dalla risata larga e disillusa che soffocano ogni angolo delle sedie di tela con le abbondanti rotondità del loro sedere, oppure, al contrario, sono sagome di ossa nervi e vene, con meno denti di prima, e accudiscono fino a sette o otto bambini, tra figli e nipoti, accompagnandosi con lattine di birra che tengono in fresco sotto l’ombrellone, in una cassa di polistirolo piena di ghiaccio, mentre i piccoli corrono e gridano di felicità per la vicinanza del mare. I vecchi non ci sono: troppo faticoso scendere e risalire i vicoli scoscesi di dove abiti se sei riuscito nell’impresa di raggiungere l’età in cui i capelli prendono il colore della neve e come fiocchi di neve cadono dalle foglie sottili di un albero di Natale.

Se chiudi gli occhi ti rendi conto che in spiaggia come nei vicoli di favela, a dominare la sfera del sonoro sono le voci alte dei bimbi che chiamano con rispetto ed entusiasmo il loro tio (si pronuncia “cio”) o la loro tia (si pronuncia “cia”), cioè l’adulto di riferimento che non sia il padre o la madre, e il susseguirsi e il sovrapporsi di centinaia di cio e cia è quello di un nido di pulcini. A Ipanema il mondo del sonoro è quello dei venditori ambulanti che offrono i picolé (i cremini), i sacolé (sono ghiaccioli in bustina), la crema di protezione solare, i canga (i pareo), i costumi, gli orecchini, i vestiti, i souvenir di  Rio. Nella spiaggia di São Conrado i venditori ambulanti sono meno frequenti, perché la popolazione di favela scende in spiaggia con tutto ciò di cui ha bisogno per non dover comprare ciò che  già possiede o di cui può fare a meno e che comunque non potrebbe permettersi.

Ai confini del mare, sul bagnasciuga, c’è un dispiegamento di bimbi di giovani di adulti e i visi sono quelli che vedi in rua tres, o in rua quatro, come in rua um, e nei vicoli che si avvicendano a partire dal beco do rato molhado per finire in roupa suja passando dalla rua dois; una barriera di grande umanità ha attraversato con riserbo le strade pulite e i grattacieli che non appartengono a loro ma ai vicini di casa di São Conrado, ha formato una processione timida e si è sentita libera quando finalmente ha raggiunto quella spiaggia che  è di tutti; e ora sfida con rispetto l’oceano grande e freddo, con un pensiero rivolto a Yemanja, la dea del mare, la dea orisha che arriva da altri lidi su una barca per incontrare un’altra umanità, e si copre con i veli bianchi e azzurri della Madonna cristiana. Ti riconoscono e ti salutano, i piccoli di Rocinha che si sono trasferiti per qualche ora in spiaggia, le bimbe sorridendo e marcando la C di Ciao che infatti in portoghese brasiliano si scrive Tchau; i bimbi, con il volto serio come quello dei fratelli più grandi, ti guardano e, senza proferire parola, levano l’avambraccio e poi il pugno e poi il pollice e lo riabbassano con un gesto veloce e secco dopo che hai risposto salutando allo stesso modo, e tornano a rivolgere lo sguardo avanti, verso il loro cammino, perché non c’è tempo da perdere e c’è poco da scherzare… a meno che tu non li prenda in braccio velocemente, prima che possano accorgersene, e non li faccia girare e volare e non li accompagni con un abbraccio saldo a lanciarsi in mezzo alle onde alte per poi sollevarli in modo che l’acqua non raggiunga il loro viso, e allora non riusciranno a trattenersi dal ridere e il loro viso tornerà ad essere quello di un bimbo di sei anni.

Non ci sono proprio tutti, in spiaggia a São Conrado. Mancano i bimbi che nessuno può accompagnare perché il loro papà chissà dov’è e la loro mamma lavora tutti i giorni perché i loro figli possano almeno sopravvivere. Mancano gli adolescenti che non se la sentono perché è pesante il futuro che senti di non avere: alimenta la noia che ti fa sentire estraneo alla vita. Mancano gli abitanti di São Conrado perché preferiscono non mischiarsi a questa gente sguaiata dalla parlata spigolosa che potrebbe obbligarti a partecipare alla loro vita selvaggia, che ti imporrebbe senza rispetto il fumo dei churrascos e interromperebbe il tuo riposo al sole o la tua lettura per offrirti un pezzo di carne o un sorso di  birra; che ti obbligherebbe a partecipare a chiacchierate inattese che avrebbero luogo solo perché  le onde sono alte o l’acqua è fredda o la sabbia è calda; lascerebbero i bambini scavalcarti nella fila per la doccia, e con tutti questi bambini l’attesa diventerebbe eccessiva, perché pare che questa gente non abbia altro da fare che sfornare bambini, tra l’altro, lasciatemelo dire, dimostrando un certo senso di irresponsabilità. Così, anche se abiti a due passi, meglio prendere un taxi e fare qualche  chilometro in più verso spiagge più discrete, e lasciatemelo dire, anche più belle ed eleganti, quelle di Ipanema e Barra da Tijuca.

È dicembre e sta tramontando dietro i grattacieli di São Conrado, ma da qui a qualche settimana il tramonto traslocherà verso il mare fino a che il sole rosso non ci si tufferà. Si sta facendo tardi e il popolo di Rocinha che oggi ha deciso di scendere in spiaggia, adesso ha deciso di chiudere l’ombrellone e la sedia di tela, raccoglie le lattine di birra, e comincia la sua processione discreta verso le proprie strette case di mattoni rossi, lamiera, legno e amianto, con vista sul cielo azzurro del Tropico del Capricorno, sulle colline di Rio, sul Cristo Redentore che ci osserva e noi osserviamo lui, e sulle fogne e cielo aperto. Qualcuno si trattiene ancora e alimenta la brace che cuocerà il churrasco; il chiosco di fronte al posto 13 fa tuonare la musica funky dalle casse rivolte in spiaggia; scendono i deltaplani ritardatari, che si sono messi in volo dalla Pedra Bonita, la collina alle spalle della spiaggia; dominano il cielo le fregate e i gabbiani e, voltandosi a guardare la favela Rocinha, già gli aquiloni danno loro il cambio. Con il viso rivolto dalla parte del mare, sulla sinistra i Dois Irmãos, sulla destra il volto mistico di un vecchio saggio scolpito dal vento e dall’acqua sul dorso della millenaria e misteriosa Pedra da Gavea.

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