un impiegato in favela

Tracce di un bagliore, di un’eco lontana (ovvero, seconda e ultima parte dell’epilogo)

In Finestra sulla favela Rocinha, Oltre la favela Rocinha on 18 gennaio 2013 at 12:47

In viaggio verso Caraiva

Camminando per le strade di sabbia di Caraiva dopo aver percorso un lungo viaggio, il passo è faticoso: si sente nelle gambe e nei pensieri il peso del genocidio dei corpi e delle culture che in questo luogo ha avuto inizio e che ancora viene perpetrato, nei luoghi turistici, nelle città, nelle favelas, a Rio de Janeiro come a Bahia. I prodotti di artigianato che vendono gli abitanti abituali di questo villaggio sono tutti uguali, fabbricati da chissà chi e distribuiti da chi assomiglia a un “nativo” ma che nativo non è affatto, perché è un discendente di un portoghese, di uno spagnolo, di un inglese o di un olandese, diventato un miserabile e dimenticato, che passa le giornate sperando che colui che lo ha riscoperto voglia portare nelle sue città un ricordo di questo viaggio.

Eppure, seduta su un prato a custodire uno di questi mercatini del legno – in questo caso formato dal dondolio dei rami di un albero e di una serie di fili a questi appesi a ciascuno dei quali sono aggrappati tre o quattro uccelli di legno colorato, della dimensione di un pugno, con una piccola elica al posto della coda, e decorati con piume, creature metà animale e metà velivolo che si lasciano far volare dal  vento – c’è una bimba, che pure ha la pelle di colore scuro e dai riflessi del mogano come quella degli esseri umani che hanno abitato queste terre per migliaia di anni prima di essere scoperti, ma che ha anche i lineamenti di quella popolazione che è giunta da lontano e che ha scoperto. La bimba ha i lineamenti di coloro che sono arrivati dopo e il colore di quelli che già abitavano da prima, e gioca in un modo diverso dagli altri bambini: seduta su un tappeto di fili d’erba, circondata da un incrociarsi di rami e di voltatili di legno e piume, guarda in alto quel dondolio con l’atteggiamento del perdersi in un altro mondo, come se poco prima fosse fuggita dalla vita terrena passando attraverso una finestra invisibile che si è aperta in mezzo a quei volatili e a quei rami. Le sue piccole mani tendono a quel volo delicato e i suoi occhi, come se inseguissero spiriti che giocano nascondendosi tra i rami e le foglie, si incrociano in un volo nell’indefinito, ma la sua espressione resta quella di chi si sta occupando di un’attività seria.

Nel corpo di  questa bambina meticcia è forse riuscito ad aggrapparsi lo spirito di uno degli abitanti di  prima, assente e vago il suo sguardo, le sue gambe incrociate l’aiutano a stare in equilibrio sopra a un invisibile ponte sospeso su una voragine senza fondo, punto di passaggio tra due esistenze diverse; le sue mani e il suo sguardo danzano soavemente, intessendo una trama impercettibile, una tela senza materia che si  incrocia con il volo degli  uccelli di legno, e sfiorano appena le piume di questi, corteggiandole e giocandoci delicatamente. Partecipano a questa danza i colibrì, che  in Brasile si chiamano beija-flor (bacia-fiori), le mosche, le zanzare e altri insetti; le fregate e gli avvoltoi proiettano ed estendono questo rito sul cielo blu e sulle nuvole rade; danza a ritmo, nella sfera del sonoro, lo scroscio del mare poco distante. Si trova qui quel mondo perduto: passando attraverso i giochi e le danze di una bambina, dopo essere stati massacrati la prima volta, dopo essersi trasferiti nei corpi dei pescatori, dei contadini, degli schiavi e dei favelados, e dopo essere stati di nuovo martoriati, hanno trovato un luogo più sicuro dove continuare ad esistere, quegli  spiriti perseguitati: negli alberi, negli insetti e negli animali. Dimorano nelle costole e nei teschi dei cavalli, nel volo e nelle grida selvagge dei rapaci, nel vento e nelle fronde attraverso le quali il vento ulula, nelle mosche e nelle zanzare che oggi tormentano il sonno di coloro che furono i navigatori, gli esploratori, i conquistatori e gli inquisitori nel nome di Sua Santità e del Re; e si lasciano vedere solo dai bimbi, e con questi giocano.

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