un impiegato in favela

Saidera (l’ultimo post)

In Finestra sulla favela Rocinha, Oltre la favela Rocinha on 19 gennaio 2013 at 14:32

Passarela di Rocinha, opera di Niemeyer (foto di Emma De Masi)

Saidera è una parola del portoghese brasiliano che deriva dal verbo sair, che vuol dire andare via, partire. La saidera è dunque l’ultima prima di andare via, come per esempio l’ultimo bicchiere di cerveja prima di tornare a casa a riposare. Quando è il momento dell’ultima bevuta, non si dice “ultima”, perché altrimenti ci si riferirebbe all’ultima in assoluto, cioè quella prima della morte: la saidera invece lascia sempre la possibilità di ricominciare  il giorno successivo o in un tempo che  deve ancora venire.

Lunedì mattina, le fogne rigurgitano acqua ed escrementi, i tubi dell’acqua zampillano e bagnano le strade, rendendole luccicanti, inscurendo l’asfalto altrimenti pallido per il battere del sole. Pare che un vulcano stia per eruttare sotto la superficie della collina sulla quale si arrampica la favela Rocinha di Rio de Janeiro. Pare che l’acqua e i rifiuti vogliano partecipare all’irrompere della vita in favela. Da qualche finestra si sente ancora la musica del fine settimana, lo strascico dell’ultimo pagode della domenica sera e del baile funky del sabato. João, nordestino migrante, gran lavoratore, che non riesce a compensare i vuoti di sapere – è molto lontana la Russia? Ma è più  grande la Cina o la Spagna? – con la sola grande curiosità che nutre per la geografia, non ha ancora aperto il suo bar: ha imparato ad essere efficiente e apre solo durante le ore che gli rendono di più, cioè verso sera, quando per i lavoratori e i disoccupati di Rocinha arriva il momento della cerveja con la quale  accompagnarsi fino a dopo il  tramonto, fino al momento della saidera. La musica continua per alcuni mentre altri sono già in divisa di lavoro: chi fa l’autista, chi il cobrador (il ragazzo che fa pagare il biglietto sul VAN, mezzo di trasporto pubblico alternativo e favelado), chi il commerciante o il muratore, e quest’ultimo se ne sta già andando a passeggio per i vicoli in salita con un carico di mattoni sulla schiena: devono essere portati intatti fino in cima alla rua um, fino a dove comincia la foresta. Il sole risplende in un cielo azzurro sterminato dopo una decina di giorni di richiamo della stagione delle piogge, durante i quali quello stesso cielo, rabbuiatosi di innumerevoli sfumature di  grigio, si è scagliato sul sud del Brasile facendo morti e sfollati, soprattutto alla periferia di Rio dei Janerio, dalle parti della baixada fluminense, il quartiere fuori dai riflettori del Capodanno, del Carnevale, dei Mondiali e delle Olimpiadi, dove ancora – qualcuno racconta – esistono gli “squadroni della morte”, cioè le squadre di polizia militare che rastrellano le strade per uccidere adulti e bambini che danno fastidio (l’espressione a denominarli fu coniata nei primi anni novanta, quando la strage di Candelaria non poté sfuggire all’attenzione di parte della stampa internazionale).

È lunedì mattina e il gringo che ha abitato per qualche mese in rua dioneia percorre la larga estrada da Gavea in direzione della passarela, dove prenderà un autobus che lo accompagnerà in aeroporto, dove partirà un aereo che attraverserà un Oceano per riportarlo a casa sua, lontano, dove finisce il mare.

Questa è la saidera di questo blog, l’ultimo post prima di un periodo di sospensione: chi scrive per qualche mese si tratterrà in Italia,  lontano fisicamente dalla quotidianità e dagli abitanti della favela Rocinha, avendo terminato il periodo di sei mesi che si era dato per sostenere le attività di educazione infantile e formazione giovanile de Il Sorriso dei miei Bimbi Onlus, per cominciare a conoscere e a far conoscere la favela Rocinha e i suoi abitanti, per sentirsi, o meglio, per essere vivo nel profondo, per realizzare il tentativo di una vita che assomigli di più a ciò che ci si sente di essere davvero.

In questi sei mesi ho desiderato aprire una finestra su questa parte del mondo remota, e remota non solo dalle strade delle città europee o da quelle dell’emisfero nord, ma anche dall’Avenida Atlantica, che costeggia la spiaggia di Copacabana, dall’Avenida Rio Branco, sulla quale si affacciano gli uffici del terziario e dell’industria di Rio de Janeiro, da Arpuador, da dove d’estate si può vedere il sole tuffarsi nel mare, dalle colline del Corcovado e del Pão de Açúcar, affollate di cappellini e macchine fotografiche, dalla Avenida Mem de Sá dove la notte si ritrovano i turisti alla ricerca di una serata di samba. Ho tenuto la finestra aperta, cioè ho visto e ascoltato e interpretato, da fine giugno 2012 a qualche giorno fa, la vita di una popolazione diversa, ho imparato a vivere tuffandomi negli occhi ridenti dei bimbi, ridenti nonostante la miseria e la violazione dei diritti umani e della salute della quale sono vittime tutti i giorni, ridenti nonostante l’abbandono e l’emarginazione; ho desiderato raccontare perché qualcun altro potesse affacciarsi con me a questa finestra, e l’ultimo giorno di mia permanenza in favela Rocinha, un caldo lunedì mattina, ascoltando le parole di uno che in favela ci ha sempre vissuto, ho capito che forse è stato tutto inutile se si poteva esprimere tutto con così poche parole; ma non per questo il presente è l’ultimo articolo di questo blog prima di un periodo di sospensione, ma perché sono ormai tornato in Italia per qualche mese, giusto il tempo di salutare gli amici e la famiglia e di fare i bagagli per poi tornare a vivere in favela Rocinha, aprendo così un secondo capitolo di questa esperienza, per provare ad approfondire ulteriormente la vita e la felicità nella povertà, per stare più vicino ad una zona del mondo che provo la necessità di sentire anche mio nella sua totalità e non solo laddove regna l’abbondanza e la comodità, e tutto questo farò sempre ed esclusivamente per essere vivo. Nel frattempo resterà attiva la pagina di facebook per post estemporanei ad opera di qualche amico che in Rocinha è rimasto, e, nel frattempo, la finestra sulla favela proverà a diventare serate di condivisione tramite lettura e conversazione dal vivo in qualche città italiana, e poi, crisi dell’editoria permettendo, proverà a diventare anche un libro stampato. Questo scrivo qui, sperando di fare cosa gradita, per avvisare chi è stato così paziente da voler utilizzare questo strumento per  stare vicino alla favela, e per ringraziare gli iscritti e i lettori per l’affetto profuso in partenza e strada facendo.

Sto scrivendo l’ultimo post, la saidera, da casa mia a Milano, dopo un nuovo volo e un nuovo atterraggio che qui mi ha riportato. Mi muovo in una casa dell’emisfero nord come se fossi un ospite, e forse lo sono davvero, perché sento che casa mia non è davvero mia. Mi stupisco di poter fare il caffè con l’acqua del rubinetto, e di come le magliette vengono fuori bianche dopo averle lavate in lavatrice, cerco il cestino della spazzatura per gettare la carta igienica fino a che non mi ricordo che  qui posso buttarla nel water senza rischiare di far esplodere le tubature; accendo il gas senza dover aprire e poi richiudere il rubinetto della bombola, e mi chiedo da dove venga, il gas, visto che la bombola non c’è; godo nel bere l’acqua dal rubinetto; quando entro in casa esploro il pavimento alla ricerca di eventuali scarafaggi fino a che non mi sovviene che qui non sarà così facile che ne capitino; resto allibito di fronte al miracolo dell’acqua calda dalla doccia, pur in assenza di resistenze e fili scoperti attaccati al diffusore; gli spazi di un appartamento normale mi appaiono immensi e passeggio dal salotto alla camera da letto come se percorressi i corridoi di un palazzo Reale; mi prendo in giro da solo imitando Massimo Troisi e Roberto Benigni mentre cercavano di gabbare il tempo, dio o quello che l’è, elencando le comodità del loro mondo, essendo finiti per errore nel mondo di qualche secolo prima. E il tempo deve essere davvero questione relativa se è vero che ho vissuto per soli sei mesi in un luogo dove le infrastrutture sono quelle del millequattrocento quasi millecinque e questi stanno incidendo, anche se, per il momento, percettibilmente solo su piccole questioni del quotidiano, più che anni di vita (e non-vita?) in una città meglio servita del cosiddetto primo mondo.

All’inizio del blog “finestra sulla favela” scrivevo i miei racconti in prima persona; dopo un paio di mesi ho provato  vergogna a presentare l’ex-impiegato come protagonista e il pronome IO è diventato un macigno, e mi è venuto naturale sostituirlo con la terza persona o con la seconda impresonale. Forse non è un caso che poche ore dopo il ritorno in Italia sia tornato ad utilizzare il pronome più egocentrico, nello scrivere questa saidera, eppure, uscendo a cena con gli amici, continuo a riempire prima il bicchiere dei commensali lasciando il mio per ultimo, come mi ha insegnato che è buona maniera la popolazione della favela Rocinha. So che questa abitudine resterà, e non sarà il tempo a mutarla. Per questo vorrei chiudere questo articolo dimenticando il fastidioso pronome e citando i nomi dei veri protagonisti: i bimbi, gli adulti e le donne di Rocinha; i loro nomi veri, che nei racconti non sono stati citati esplicitamente dove si richiedeva il rispetto della vita privata, anche qui  saranno sostituiti con degli pseudonimi, i nomi ripetuti con affetto nell’invito alla vita di Seu Jorge. Grazie e a presto, João, José, Jesus, Mané, Tião, Lelé, Xangô, Bené.

Ecco le parole alle quali si faceva riferimento sopra, quelle di un meraviglioso abitante di favela, che in favela ha sempre vissuto, con felicità ed energia; le parole che ha voluto regalare a un gringo, nel suo ultimo (ma non per sempre), caldo lunedì mattina in favela Rocinha.

la favela è un movimento continuo” – Julio de Rezende

E ora musica.

 

INVITO ALLA VITA

Sono un abitante di favela
E sono figlio di Dio
Non sono il tipo che piange sulle ferite
Ma il mio amore si è perso
Sono un operaio della vita
Della vita che Dio mi ha dato
Ma se arrivo in ritardo
Il mio, qualcuno l’ha già mangiato

João, José, Jesus, Mané, Tião, Lelé, Xangô, Bené

È la Città di Dio
Solo che Dio si è dimenticato di guardare
Quella gente che non si stanca di tenere duro
Non faccio a tempo a dire che la questione sarebbe di poter lavorare
che arriva un negro a chiederti di poterti sostenere

João, José, Jesus, Mané, Tião, Lelé, Xangô, Bené

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  1. Ben tornato amico mio. I ritorni sono importanti quasi quanto le partenze. Ti ho letto, per sei mesi, e ti ho letto con piacere oggi. E mi è venuta voglia di condividere con te quello che scrissi sul mio vecchio blog al mio ritorno dalla Palestina http://poguemahoney.blogspot.it/2009/09/tra-taniche-e-carri-armati.html

    Che forse tutti i viaggiatori si assomigliano un po’ alla fine?

    non vedo l’ora di vederti. Quando ne avrai voglia.

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    • Grazie Gilla! In effetti adesso capisco le tue istanze un po’ meglio, mentre prima le sposavo sulla fiducia, ma forse senza capirle nel profondo.
      Non so si assomiglino, i viaggiatori; forse sì in molti aspetti, ma certe destinazioni dei viaggi, i luoghi di emarginazione, i ghetti del nostro tempo, anche quando profondamente diversi, hanno molti tratti in comune; tratti disegnati dall’abbandono.
      A presto

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  2. Grazie per essere tornato, anche se per poco non importa…
    Non mi riesce di trovare e di scrivere quello che sento, ma sono certa che lo sai.
    Trova un momento anche per me prima di andartene di nuovo.
    ciao…

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  3. Sarai tu a dare una mano a me!
    a presto allora.

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  4. sono orgogliosa, marco, come mi fossi figlio. adele

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  5. […] Saidera (l’ultimo post) (19 gennaio 2013) […]

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  6. […] l’ultimo racconto per la terza volta. Per chi lo desideri, ecco le altre due ultima volte: la saidera e  l’expulsaidera. Si conclude così (per il momento) la Finestra sulla Sierra Leone, una […]

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