un impiegato in favela

Camile di Rocinha

In Finestra sulla favela Rocinha, Il popolo di Rocinha on 27 agosto 2013 at 23:07

Camile di Rocinha

Camile è una bimba di nove anni che abita in una stanza alla quale si accede da un cancelletto arrugginito che chiude un angolo della rua Dioneia, nella parte bassa, all’incrocio con la estrada da Gavéa, vicino alla piazzetta dove cominciano la rua quatro e la rua três della favela Rocinha. Ha la pelle olivastra e i lineamenti dolci, gli occhi che sorridono al sole e ama raccogliere i suoi capelli lunghi in trecce. È vivace, e spesso gioca da queste parti correndo su e giù per i vicoli scoscesi, aggrappandosi al retro dei camion, salendo di nascosto sugli autobus (la estrada da Gavéa è una delle tre strade di Rocinha larghe tanto quanto basta perché possa passarci un autobus o un camion, se pur con manovre che sfidano la logica).

Camile vive con una nonna anziana e una volta le ho visto scendere una lacrima sulla guancia fino al mento perché sua nonna le aveva chiesto di salire su un moto-taxi per trasportare una televisione chissà dove, e la bimba era preoccupata di non riuscirci. Nella favela Rocinha i trasferimenti sono frequenti, l’urbanizzazione è in continua crescita, come la popolazione. Lungo i vicoli stretti c’è sempre qualcuno che trasporta sulla schiena mobili, elettrodomestici, cemento e mattoni. Quella volta, chissà con quale destinazione, è toccato a Camile occuparsi di un trasporto. Cercava l’equilibrio sul sellino posteriore della moto, l’autista davanti, la televisione in mezzo; con le mani cercava di raggiungere le spalle del motociclista tendendo le braccia, ancora troppo corte per consentirle di tenersi salda.

Un anno fa, dalle parti di questa piazzetta, Camile, incuriosita dalla presenza di uno diverso dagli altri, uno che viene da fuori, un gringo, gli si è seduta accanto, lo ha osservato, si è presentata, e ha lasciato su un taccuino una firma e il disegno di un viso a forma di cuore con le treccine. L’altra sera, passando dalla rua Dioneia, ci siamo incrociati. Accorgendosi di me, ha lasciato che i suoi occhi si dischiudessero in un sorriso e mi ha offerto le braccia. Poi mi ha invitato ad abbassarmi verso di lei in modo che potesse cingermi con la delicatezza di un beija-flor quando corteggia un albero, e mi ha sussurrato all’orecchio: “ ’cê voltou? Tudo bem?” – “sei tornato? Stai bene?”.

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