un impiegato in favela

Guardie e ladri

In Finestra sulla favela Rocinha, Storie di Pacificazione on 28 agosto 2013 at 00:34

Una serata passata in piazzetta della rua quatro per capire che cosa è cambiato in favela nei mesi che sei stato lontano da qui, e qualcosa sarà cambiato di certo perché, come ti ha spiegato un suo abitante, la favela è un movimento continuo.

L’umidità è alta e la temperatura scende fino a quindici gradi in una sera dell’inverno tropicale. È tardi, ma i bimbi non mancano mai e ogni sera si inventano un gioco nuovo. In un angolo della piazzetta qualcuno ha abbandonato una scatola piena di cellulari usati. Un bimbo ci si imbatte ed è entusiasta. Apre la scatola, afferra un cellulare per volta e lo fa a pezzi scagliandolo contro un muretto. Arrivano altri bambini; ora sono quattro o cinque e tutti eseguono la stessa operazione ridendo eccitati. Sfaldano i cellulari e rimuovono tutte le protezioni di plastica fino a ottenere la batteria nuda. Dispongono a gruppi sul tavolino le pile così ottenute  e se le dividono equamente. Le consegneranno al centro di raccolta e differenziazione dei rifiuti in cambio di qualche real, e ci si compreranno una bottiglia di Guaraná. Una mamma richiama il figlio e giunta sul luogo della distruzione degli apparecchi telefonici, ne osserva perplessa il risultato: un cumulo di plastica, microchip e batterie. Suo figlio vivrà una delusione perché la madre non gli permetterà di portarsi a casa il bottino che gli è stato assegnato.

La gente della notte della rua quatro continua indifferente e tollerante le sue attività. C’è chi beve, chi chiacchiera, chi torna da una cerimonia evangelica, chi lavora nei bar, negli autobus, sui moto-taxi, nei negozi aperti fino a tardi e nei ristoranti; c’è chi seleziona plastica, lattine, cartoni e componenti elettrici immergendo le gambe e le braccia nei cumuli di immondizia delle discariche a cielo aperto. Ora un gruppo di cinque o sei ragazzini dai dieci ai quattordici si lancia correndo in mezzo alla strada. Dopo pochi secondi da dietro l’angolo ne compaiono altrettanti a mo’ di inseguimento. Tutti afferrano pistole e mitragliatrici giocattolo fabbricati con cilindri di cartone tenuti coesi da nastro isolante nero. Ogni pezzo è un’imitazione fedele di un modello di arma vera. Giocano a inseguirsi con le armi giocattolo e con le facce serie. Non c’è automobile o moto che possa fermarli, ci passano attraverso. L’hanno sempre fatto questo gioco, i bimbi di favela, come noi bimbi occidentali abbiamo sempre giocato a fare i cowboy. Solo che noi li vedevamo alla televisione, mentre loro li incontrano dal vivo aggirarsi di notte per i vicoli umidi dove i bimbi abitano, e non sono i cowboy a far parte della loro quotidianità ma i soldati del narcotraffico da una parte e della polizia pacificatrice dall’altra, e forse qualcuno dei bimbi continuerà questa emulazione fino a che non diventerà uno di loro. L’hanno sempre fatto questo gioco, solo che una volta, prima della pacificazione, giocavano a fare i poliziotti, perché i cattivi erano i banditi; ora giocano a fare i banditi.

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