un impiegato in favela

L’alba di un sabato mattina

In Finestra sulla favela Rocinha on 7 settembre 2013 at 08:04

Una giovane abitante di favela di quindici o sedici anni, magra, dalla pelle color del mogano, se ne sta seduta su una scalinata ripida e stretta che si contorce e si inerpica davanti agli usci di decine di case sovrapposte fino a un terrazzo largo chiamato “nido d’aquila”. Dopo una notte lunga e intensa, la giovane è stanca ma si porta sul volto un sorriso accennato, e se ne sta sul gradino con le braccia incrociate per scaldarsi, a cullare il ricordo piacevole di un nuovo incontro; smaltisce la birra, aspira una sigaretta e contempla l’ombra della collina Dois Irmãos dalla quale, senza voltarsi, sa di essere protetta. La linea d’ombra della collina si ritira lentamente a rivelare una ad una le pericolanti abitazioni della Rocinha come se fosse un telo di seta che ha protetto un tesoro e che ora viene tirato piano piano dalle mani di un bimbo che ha gli occhi che brillano di curiosità. Il sole ha già riverito il vecchio saggio scolpito su un lato della pedra da Gávea e ora si affaccia alla favela dal lato di São Conrado, lasciando che i suoi raggi la salutino quartiere dopo quartiere: dalla piazza della Makumba al Valão, lungo rua da via Ápia, rivelando il grigio cemento scassato della Cachopa e i colori della rua quatro, fino alla rua dois, lungo i vicoli tortuosi di Roupa Suja, di Cesario e di Macega dove si nascondono i capi e i soldati del narcotraffico, fino su in cima alla rua um. La luce di una nuova alba di un sabato mattina si confonde con l’oscurità del venerdì notte e battezza un nuovo fine settimana di favela; abbraccia una dopo l’altra le finestre, le serrande ancora chiuse, i bar ancora aperti; si insinua in ciascun vicolo come una goccia d’acqua si infiltra nella crepa di una parete ammuffita; asciuga un poco l’umidità della notte e porta sollievo alle ossa dei vecchi. Un beija-flor corteggia le foglie e i frutti con il suo volo delicato e vorticoso. Scorrono assonnati per la estrada da Gávea i primi autobus del sabato mattina, sovrapponendosi all’incessante via-vai notturno dei moto-taxi. Sui terrazzi e nei bar le feste affrontano con arrogante indifferenza l’arrivo di una nuova mattina e restano appese alla notte. Un giovane a torso nudo sorride con un bicchiere di birra in mano mentre soffia sulla brace per far partire un altro giro di churrasco; le casse ad altezza d’uomo non smettono di diffondere il battito della musica disco-pop in tutto il quartiere, fin su per le scalinata dove una giovane l’ascolta sovrappensiero con il viso appoggiato tra le mani e avvolto dal fumo di una sigaretta. I ritmi e le parole sovrastano il rombo dei moto-taxi, fanno tremare le pareti delle case e fanno eco nei vicoli stretti. I got lost tonight recitano le parole di un juke-box che si sovrappongono a quelle di I can’t wait for the weekend to begin e al ritmo metallico di you shook me all night long. Fino a qualche mese fa era solo funky, ma anche la musica e i ritmi, come l’aspetto dei negozi, come le chiacchiere e le vite degli abitanti, in favela sono in continuo divenire. Non cambiano nel tempo di una sola stagione i lineamenti del vecchio saggio scolpiti sulla pedra da Gávea dal lavorio millenario dell’acqua e del vento.

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