un impiegato in favela

L’importanza del secchio

In Finestra sulla favela Rocinha, Vita da favelado: il nido d'aquila on 12 settembre 2013 at 00:01

Avviso al cortese lettore. Per spiegare dell’importanza del secchio in una favela, sarà necessario utilizzare ripetutamente un paio di parole che potrebbero urtare la sua sensibilità. Le cito qui con dei sinonimi più eleganti in modo che il lettore possa immaginarle nella loro forma più volgare e stabilire se andare avanti o no: toeletta e sterco.

Vamos?

Anche in favela, per lavarti dopo aver sudato scalando e ridiscendendo i vicoli, per lavare i piatti dopo aver mangiato riso fagioli e carne, per scaricare il cesso dopo esserti liberato dei tuoi personali rifiuti organici, hai bisogno di acqua. Però in favela l’acqua corrente non c’è: in Europa tu apri il rubinetto e l’acqua non finisce mai; qui se non ci stai attento rimani a secco. Vivendo in favela, ogni volta che apri un rubinetto ti passa per la testa il dialogo tra il postino e il Pablo Neruda di Troisi: “quanta acqua usi?”, “non tanta, quella di cui ho bisogno”, “no allora è troppa, devi  stare più attento”.

Funziona così. Un silos molto grande sulla cima della collina viene riempito periodicamente, diciamo ogni due o tre giorni, e distribuisce l’acqua a tutte le abitazioni sottostanti con un sistema di tubature che si sviluppa a vista lungo i vicoli e le strade. I tubi di plastica, del diametro di pochi centimetri, percorrono per centinai di metri i rettilinei e le curve strette, intrecciati l’uno all’altro in fasci, curvando per mezzo di una serie di giunture angolari a novanta o a quarantacinque gradi alle quali sono avvitati i componenti più corti che li costituiscono. Ogni abitante, se vuole l’acqua in casa, deve diventare idraulico e tubista e creare in autonomia il suo proprio percorso, allacciandosi ai pochi erogatori comuni dai quali deve partire. Così l’acqua parte dal silos e scende giù vorticosamente sul dorso della collina perdendosi dalle fessure createsi a causa dell’utilizzo di anni, dalle congiunture non bene avvitate, a contatto con la strada, con gli scarichi, con la merda, con i topi e con altri animali e batteri. Infine l’acqua sfocia in un catino più o meno grande che man mano si svuota. I catini di solito sono di plastica o di amianto. Il mio, quello sul tetto di casa mia (detta “il nido d’aquila”), non è di plastica ma per fortuna non è di amianto: è di pietra e cemento.

Un tempo la favela era una distesa di casette con il tetto spiovente, indipendenti l’una dall’altra, dalle pareti di fango e legno, e ciascuna con il suo orto attorno che contribuiva al sostentamento della famiglia. Con l’arrivo del mattone rosso e del cemento armato, l’urbanizzazione, quella abusiva e tollerata di favela, ha cominciato a svilupparsi verso l’alto. Oggi, se ti affacci ad una finestra e osservi il quartiere della favela che si trova sul lato opposto, ti sembra di vedere un muro sul quale siano state dipinte porte, finestre, catini d’acqua, antenne paraboliche, fili elettrici e mattoni rossi, in una sovrapposizione surreale che parte dai piedi della collina e arriva fino all’inizio della foresta; di qui una striscia di verde e poi il blu intenso del cielo tropicale. Perciò il catino d’acqua collocato su un tetto, nelle favelas contemporanee, può provvedere al fabbisogno di molte abitazioni sottostanti.

Presso il nido d’aquila mi avvalgo di un tubo che arriva dalla casa che si trova sul livello più alto, e questo tubo, con un sistema di rubinetti da aprire quando il catino è vuoto e da chiudersi quando sta per traboccare – ed è un’arte a me ancora oscura, quella di capire il momento esatto in cui eseguire l’una e l’altra operazione senza trovarmi a secco o con fiumi d’acqua davanti all’uscio di casa –, riempie due catini: uno rifornisce di acqua metà di casa mia, la cucina e il rubinetto esterno per innaffiare le piante; l’altro il cesso, il lavandino e la doccia. Il secondo catino però rifornisce altre tre famiglie, le loro cucine e i loro bagni. Così capita che l’acqua per scaricare il cesso e per farsi la doccia finisca, mentre l’acqua della cucina e delle piante resti abbondante. Con un secchio, per risolvere un’emergenza, puoi trasferire l’acqua dalla cucina allo sciacquone del cesso. Con un secchio il tuo vicino di casa può rifornirsi di acqua aprendo il rubinetto esterno. Inoltre con un secchio, quando si ottura una fogna e l’acqua nera ribolle sotto i tombini, li solleva e si riversa in un fiume che scorre lungo i marciapiedi e le strade, e sommerge i tubi che portano l’acqua sui tetti; se abiti vicino a dove sta capitando tutto ciò, oppure se sei il gestore di un bar e non ti fa piacere che i tuoi clienti, per quanto abituati siano all’odore della fogna, assistano a questo spettacolo mentre gli servi una birra, con un secchio puoi spalare merda, mantenendo l’indifferenza sul volto, come chi l’ha già fatto decine di volte, con il secchio puoi spalare merda e risalire fino al tappo, e puoi usare il secchio per rimuoverlo.

In favela si lava a mano di solito, perché l’irruenza della lavatrice spaventa le tubature già tremanti e prosciuga i catini. Il secchio è fondamentale strumento per lavare e asciugare i panni. È bene fare attenzione a non utilizzare il secchio che hai destinato a uno scopo, per un altro.

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  1. […] Restare senz’acqua in Rocinha è un ottimo modo per conoscere meglio il vicinato. L’acqua in questione è quella che esce o che dovrebbe uscire dai rubinetti. L’acqua potabile non esce dai rubinetti: ti  compri un boccione da venti litri per sette reais (un paio di euro) e te lo porti a casa in spalla, quindi, se puoi pagare e riesci a trasportare il boccione, l’acqua potabile non manca. L’acqua in questione, quella per lavarsi e per lavare e per cucinare dopo che è stata bollita, scende periodicamente da un silos enorme che sta in cima alla collina per mezzo di un sistema di tubi che percorrono i vicoli di Rocinha a contatto con la strada, con gli scarichi e con le fogne a  cielo aperto, fino a raggiungere i catini appoggiati sui tetti delle case (chi si affaccia spesso alla finestra lo sapeva già, avendo avuto modo di apprendere dell’importanza del secchio). […]

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  2. […] L’importanza del secchio (11 settembre 2013) […]

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