un impiegato in favela

La fuga di Wellington

In Finestra sulla favela Rocinha, Il popolo di Rocinha on 22 settembre 2013 at 11:48

In fondo al beco do rato molhado

Wellington vive nella piazzetta tra la rua três e il beco do rato molhado (il vicolo  del ratto bagnato). Solo qualche volta, quando c’è il pagode – una festa molto amata in favela, che prende il nome dal genere musicale che nel corso della festa viene eseguito –, si spinge fino alla fine della rua três per parteciparvi. È un bimbo di sei o sette anni,  scuro di pelle, con la testa rotonda, i capelli ricci e fitti e i denti storti di chi si è tenuto il pollice in bocca troppo a lungo. Il suo gioco preferito è quando lo prendi tra le braccia e lo fai volare. Appena lo sollevi spalanca la bocca, gli si illuminano gli occhi e ride a singhiozzi e sospiri, facendo del suo meglio per trattenersi, come se temesse che un rumore potrebbe interrompere la magia del gioco. Vive nella piazzetta con un’altra decina di bambini della sua età e altri di età di poco superiore o inferiore. I ragazzi più grandi e gli adulti di solito se ne stanno con sguardo spento in cima alle scalinate che si sviluppano dalla piazzetta, appoggiati ai muri che  la chiudono.

Da quando sono tornato in favela, passeggiando in quel quartiere della Rocinha, spesso trovo Wellington seduto in un angolo da solo con il viso abbacchiato. Il gioco del volo gli cambia sempre l’umore ma in questi giorni devi parlarci e convincerlo per farlo, mentre prima ti correva incontro appena ti vedeva. La settimana scorsa, dopo aver giocato, mi ha preso per mano e non voleva più lasciarmi. Dovevo proseguire lungo lo snodo di vicoli del beco do rato molhado fino al Valão. Wellington mi ha seguito oltre alla piazzetta, e poi ancora fino alla fine di una scalinata stretta e ripida che si apre in uno spiazzo più largo. “Wellington, dove vai? Sei sicuro che puoi venire fin qua?”. Mi guardava sorridendo senza proferire parola. “Poi lo sai come si torna? Tua mamma lo sa che sei qua, non avrà paura se non ti vede?” A dire il vero, non lo so se Wellington ce l’abbia, una mamma, una zia, una tutrice o cosa, magari una nonna se gli va bene. “Non avrà paura”, mi tranquillizzava Wellington. “Va bene, allora andiamo”. Così proseguivamo mano per mano fino a dove i vicoli si fanno ponti sotto ai quali scorre un largo fiume di fogna a cielo aperto. Qui vedi i topi risalire per procacciare il cibo, i tubi sospesi in aria che scaricano direttamente dai cessi accanto alle file di panni stesi, i rifiuti solidi e ingombranti – bottiglie di plastica, mobili ed elettrodomestici – che si accumulano lungo il corso del rivolo, e quando pioverà forte faranno da diga e faranno straripare la fogna, che si riverserà lungo i vicoli e nelle case. “Vai pra onde?!” “Dove vai?!”, una voce impetuosa interruppe la tranquillità del nostro cammino. Proveniva dalla bocca di un ventenne che se ne stava seduto sulla cima di una scalinata a giocare a carte con un paio di altri ragazzi. Wellington rivolse lo sguardo verso di lui, questa volta con il viso serio. “Vai pra onde?!”, gli ribadì il ragazzo trascinando le ultime vocali con tono autoritario; così Wellington, senza rispondergli, mi lasciò la mano e corse veloce su per i vicoli dai quali eravamo arrivati mentre il giovane esplodeva in una risata: “è piccolo ma è ben sveglio, canaglia!”.

Vivo nel beco do rato molhado di Rocinha. Non me ne andrei per nulla al mondo, perché qui è casa, i suoi abitanti sono la mia famiglia, e io qui sono al sicuro.

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  1. […]  un riflesso scuro compare sul viso di Wellington, il bimbo che vive nel beco do rato molhado, sul suo volto si riflette il suo futuro più […]

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  2. […] e da Mariana e Joni, da Orulho e Andreina, da Matheus, dal Gaúcho, da João, da Lia, da C, da Wellington, e da João, da José, da Jesus, da Mané, da Tião, da Lelé, da Xangô, da Bené, e da tutti […]

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