un impiegato in favela

Rocinha in movimento continuo

In Finestra sulla favela Rocinha, Storie di Pacificazione on 22 ottobre 2013 at 00:37

Un raggio di sole filtra nell’oscurità di un vicolo e si riflette sempre sullo stesso punto. Centoventi anni fa c’era un allevamento di buoi, settant’anni fa un gruppo di disertori italiani ha costruito una fazenda e ha dato un nome italiano ad alcune  strade, sessant’anni fa fu asfaltata la estrada da Gávea, e ci facevano le corse automobilistiche; cinquant’anni fa arrivarono i primi migranti dal nordest a costruire il tunnel e le loro case, e si inventarono una vita semplice, festaiola, di tolleranza e rispetto reciproco; quarant’anni fa il tunnel era finito e la favela era enorme; arrivò l’elettricità e le sostanze stupefacenti furono fonte di reddito per alcuni e disgrazia per altri; arrivò la polizia militare a sfondare le porte e a sparare al primo che capitava; qualche giovane negro fu arrestato e in galera imparò, si armò e mentre vendeva droga imbracciava fucili mitragliatori, pistole e granate, difendeva il popolo dalla polizia e lo martoriava se violava le regole da lui imposte; due anni fa fece irruzione nelle strade della Rocinha un esercito di tremila marines, con gli elicotteri e i panzer: il processo di pacificazione era cominciato, quel giorno non si sparò un colpo; passò del tempo, passarono i soldati in divisa, si fermarono ad ogni angolo, ci restarono, ci restarono, intanto non si vedevano più i banchetti di vendita, le boca de fumo, non alla luce del sole, e non si  vedevano più armi in mano a giovani civili, non alla luce del sole; le feste sono limitate al fine settimana, la notte si dorme di più, si beve sempre uguale; i negozi della rua da via Ápia sono sempre più luminosi;  vengono ristrutturati: il bar Amarelhino, la pizzeria Pizza Rio e il ristorante Varanda, e adesso c’è pure un ristorante giapponese, anzi due; tuttavia, lì all’angolo c’è sempre quel ragazzo con la bicicletta sulla quale, al posto del sellino, è montato un vassoio di dolci in vendita per un real; qualcuno muore, di notte, in Roupa Suja, dove una volta il popolo si recava a lavare i panni sporchi, e poi muore un poliziotto e al mattino sui tetti volano gli elicotteri; poi uno che forse se la faceva con i narcos non si trova più, poi si scopre che è stato catturato e torturato dalla polizia, e il suo cadavere è desaparecido; i soldati in divisa restano, poi se ne vanno, poi tornano, poi se ne vanno, poi non tornano più ed eseguono le loro perlustrazioni solo nella zona bassa; le abitudini di prima riaffiorano dall’oscurità della foresta dove si erano nascoste in attesa che tutto tornasse come prima; i soldati senza divisa riconquistano terreno, riorganizzano le boca de fumo nella parte alta, poi, vicolo dopo vicolo, sempre più verso la zona bassa; i marciapiedi e i tombini trasudano di passato, un solo raggio di sole filtra nell’oscurità di un vicolo  e si riflette sul metallo argenteo di una pistola automatica a canna lunga che stringe in mano un giovane mulatto che si copre il volto con la maglietta del Flamengo; quando gli passi di fianco, se sei un gringo e chissà chi sei, alza la maglietta per coprirsi il volto, scopre l’addome magro e scuro e la pistola, sulla quale si riflette l’unico raggio di sole che è filtrato nell’oscurità di questo vicolo. In alto c’era una vedetta, più in basso ce n’è un’altra; il giovane mulatto è il soldato che presidia la boca de fumo. Sgattaiola svelto sugli scalini irregolari un bimbo magro di nome Xangô, e sorride. Abita in una casa costruita sul lato di una roccia di questo vicolo e ha sette anni. Mi saluta, lo conosco, stavo andando a trovare proprio lui e la sua sorellina Bené che ne ha sei. Sono simpatici, Xangô e Bené: amano ridere e lasciarsi abbracciare. Xangô consegna al mulatto una lattina di guaraná: è con queste piccole commissioni che si comincia, e si ricomincia. In centro a Rio sono in corso le manifestazioni in difesa di chissà quale popolo; tra un anno ci saranno i Mondiali e chissà se il mulatto sarà ancora vivo; fra tre anni passeranno le Olimpiadi; fra trent’anni, che cosa sarà stato delle vite di Xangô e Bené?

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