un impiegato in favela

Cavi d’alta tensione, ad altezza d’uomo tranquillo

In Finestra sulla favela Rocinha, Il popolo di Rocinha on 18 novembre 2013 at 23:46

Tace il lampione all’angolo della rua dois e l’asfalto è preso d’assalto da una tempesta di scintille.

L’intreccio di cavi spessi e fini, dell’elettricità, del telefono e di internet, si aggancia alle prese d’aria degli autobus che allargano prima delle curve e restringono contro-mano per affrontare i tornanti, e li rallenta per una frazione di secondo. Per qualche istante, ogni autobus aggancia il groviglio di cavi che penzolano come liane, e fa tremare i pali appeso ai quali questo si raggomitola, e questi si flettono, resistono, e alla fine lasciano passare i mezzi, da accondiscendenti guardiani di una dogana che separa il nulla dal nulla; in mezzo una pioggia di scintille.Un autobus si incaglia e si ferma, la luce del lampione si spegne e ritorna, mentre un uomo prova a liberare l’intreccio di cavi con il manico di una scopa. Un van parcheggia all’entrata della rua dois; il suo autista prega i passeggeri di portare pazienza, e va in mezzo alla strada a dirigere il traffico. Avvisa gli autobus che arrivano da sopra che devono fermarsi, danza tra le moto che gli si insinuano sotto alle ascelle e gli sfrecciano attorno ai fianchi. L’indifferenza dei negozianti, degli avventori dei bar, degli abitanti, dei poliziotti e dei loro fucili è quella di chi non assiste a questa scena per la prima volta.

La luce del lampione che traballa in cima al palo trema, si attenua, si spegne vibrando, all’improvviso torna a colorare di arancione l’asfalto, traballa, si attenua, si spegne e poi torna. Poi si spegne e si ferma tutto, e i negozianti e i passanti non sono più indifferenti.

Io sto alla finestra, e osservo il cavo che  viene agganciato a turno dagli autobus che scorrono, recupero le reminiscenze degli studi di fisica, la gabbia di Faraday, insomma, non dovrebbe succedere niente ai passeggeri, fino a quando non escono e non piazzano una mano sulla lamiera esterna, forse; poi penso che forse sono l’unico da queste parti che ha avuto la possibilità di studiare queste cose, e che forse nessun’altro è consapevole del pericolo che corre, e sono preso dai rimorsi e dal senso di responsabilità, e penso che dovrei stendermi sull’asfalto e interrompere il traffico e intervenire, gridare, chiamare qualcuno, ma chi? far sapere alla gente del rischio e del pericolo. Poi penso che sono qui per caso, e per certi versi neanche dovrei esserci, e se fossi lontano, tutto questo non succederebbe ugualmente? dovrei forse pensare che una qualche provvidenza mi ha fatto giungere fin qui per spiegare agli abitanti la gabbia di Faraday? non avrebbe fatto prima, la presunta provvidenza, a mandare un elettricista? un altro strattone dell’ultimo autobus provoca un’altra esplosione di scintille, il lampione si spegne, si riaccende, sbotta in un fragore e si spegne.

È buio. Tutto è fermo. Qualcuno dovrà pur muoversi, far qualcosa. Chiedo a una donna anziana affacciata a un botteghino se non sia il caso di chiamare qualcuno, la polizia, il municipio, qualcuno. La signora mi risponde che sono già passati tutti, e se ne sono andati.

Un uomo si affaccia dal balcone al primo piano della palazzina che sta di fronte al groviglio di cavi penzolante. Ha in mano una corda, la lancia sull’intreccio; un altro uomo afferra dalla strada un capo della corda e la lancia in alto per avvolgere i cavi; poi recupera di nuovo l’estremità della corda e la tira indietro laddove andrà a fare compagnia alla seconda, così l’uomo affacciato al balcone tira l’intreccio verso casa sua e libera la strada dall’ingombro, senza una parola. Intanto il lampione, lentamente, si è ripreso.

Alla luce del sole del giorno dopo, le scintille sono meno evidenti, mentre un autobus, vuoto e fermo in mezzo alla strada, blocca il traffico ed è ben visibile a tutti. Chi è stato testimone di quanto successo la notte precedente, non può che ipotizzare che nel corso della notte la corda lanciata dal balcone si sia allentata, l’intreccio si sia affacciato di nuovo ai tetti degli autobus che al mattino sono tornati a scorrere; che uno di questi l’abbia agganciato con lo specchietto retrovisore, e abbia tranciato alcuni cavi, e che lì abbia concluso la sua corsa. I passeggeri saranno scesi senza toccare la gabbia di Faraday, presumibilmente. Quelli dell’elettricità adesso sono a lavoro per recuperare i danni. Qualcuno stanotte la passerà al buio. Tutti gli altri stanno ancora aspettando.

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