un impiegato in favela

Un’altra mezz’ora all’entrata della rua dois

In Finestra sulla favela Rocinha, Il popolo di Rocinha on 3 dicembre 2013 at 20:21

La signora anziana, accompagnata dalla famiglia, procedeva zoppicando e sorridendo con timidezza: ora si appoggiava alla spalla del figlio grande, ora rimproverava la figlia grande perché la smettesse di fare la nervosa, ora lanciava uno sguardo di scherno al nipote piccolo, che l’anticipava correndo e avvisando la gente di far strada alla nonna, e poi tornava indietro ad offrirle la mano, e poi ancora avanti, fino all’ultimo gradino del bar, dove uomini con la cerveja della sera la guardavano con indifferenza come se l’avessero vista passare mille volte, e mille volte ancora. Qui la signora si arrendeva, e, raccogliendo l’ampia gonnella, con uno sguardo bonario annunciava che aveva fatto un buon lavoro fin qua, e ora avrebbe aspettato  qui, seduta su questo gradino, chi fosse passata a prenderla, taxi o morte che fosse.

Un altro bimbo, irrequieto, pestava nervosamente per terra mentre la mamma, gli zii e altri avventori del bar gli tiravano schioppetti dietro la nuca, intimandolo di non far casino , e lui pestava ancor di più.

I cagnolini pulciosi procacciavano qualche briciola di churrasco  e di farofa che cadeva sull’asfalto, dove le scintille della brace scoppiettavano, all’entrata della rua dois.

Qui c’è un bar con un’ampia veranda, e, dall’altro lato della strada, a distanza di tre o quattro metri, c’è una cappelletta che ospita il churrasco di Saturnino, detto seu Churrasco, o Churrasco senza tante cerimonie. “Churrasco, da para fazer um de carne?” – “Da, da,  com prato o sem?” (“Churrasco, me ne fai uno di carne?” – “sì che te lo faccio, con il piatto o senza?”).  A quest’altezza c’è il confine invalicabile per chi non voglia addentrarsi nei vicoli profondi e trovarsi in mezzo alle sparatorie di Roupa Suja.

Passava la ronda della polizia militare, una coppia di soldati con fucili e pistole calcio alla mano. Uno, chissà perché, non portava la giacca nera della choque e mostrava il giubbotto anti-proiettili nudo; l’altro, chissà perché, aveva una  pistola in più: oltre a quella d’ordinanza, un’altra più grossa, luccicante, agganciata alla meglio al lato sinistro del cinturone.

Arrivava il taxi e l’autista non voleva scendere fino al gradino dove stava la nonna, per  paura di valicare quel confine. Poi, l’insistenza del nipotino e della figlia grande vincevano la resistenza del taxista che procedeva piano in retromarcia davanti agli occhi spenti degli avventori del bar e del churrasco, e la signora si tirava su a fatica ed accedeva alla cabina con gli occhi che fissavano il vuoto, verso chissà quale destinazione.

La ragazza con gli zigomi infossati e la pancia tonda come una noce di cocco che non contiene una noce di cocco ma un bimbo, passava come al solito guardinga, scrutavano ora avanti,  ora indietro, ora in fondo, alla ricerca di affari e di pericoli. Inavvertitamente mi lanciava addosso il tappo di una bottiglia di birra, per poi sorridermi, dopo essersi accorta dell’errore. “Figurati, non preoccuparti, però magari la prossima volta, che dici?, lo lanciamo nell’immondizia?”, sì può essere, e chiudeva il dialogo con un sorriso.

La bimba che  passava mano nella mano con la mamma che strascicava le cosce enormi e frastagliate l’una contro l’altra, senza preoccupazioni e senza fatica, e accompagnava la bimba, con le gambette snelle che si accompagnavano l’un l’altra a contro-tempo, come fanno i bimbi quando camminano veloci e felici. La mamma enorme, si prendeva le birre e la bimba snella si fermava a fissarmi, con i  capelli lisci, scuri come i suoi occhi e come la notte, con un acconciamento che non avevo ancora mai visto da queste parti: la frangia liscia con le punte all’insù davanti e dietro le ciocche molto lisce e molto lucide, lunghe fino al collo, e gli occhi vispi appena sotto alla frangia.

– Come ti chiami?

– Raissa.

– Sei molto carina con questa pettinatura!

Allora Raissa si voltava con uno scatto, facendo volare la frangia e le ciocche come se i capelli le si fossero elettrizzati, e la mamma enorme sorrideva, e invitava Raissa a salutare e a ringraziare, e Raissa non mancava, stringendo forte le labbra e le guance e spalancando gli occhi, prima di voltarsi verso il suo cammino, attraverso il muro di oscurità di un vicolo stretto, verso casa.

C’erano i due ragazzi che vedo sempre qui, di giorno e di notte, uno con il viso molto allegro, l’altro molto spento. Entrambi non ti danno l’impressione di essere svegli, ma quando vogliono sanno esserlo. Una volta ho visto uno dei due che caricava sulla schiena un blocco di mattoni. Così, forse, vivono, aspettando lavoro all’entrata della rua dois, e bevendo, e aspettando altro, chissà che cosa. L’altro, quello che non ho mai visto lavorare, mi chiedeva se avevo due reais per un guaranà, come fanno i bambini. Al mio no sorrideva e non smetteva di stringermi la mano.

– Vedi questo cagnolino qua sotto?

– Carino, seu Churrasco, è tuo?

– Viene qui da quando era un cucciolo, e me ne prendo cura. Ce n’era un altro una volta, là in fondo, vicino alla discarica, ma ora non viene più. Questo è molto carino.

– Sì, lo è.

– Tu lavori per una Onlus là in basso?

– Sì, facciamo scuola ai bimbi. Hai figli?

– Ho una figlia di nove anni.

– Potrebbe venire al nostro progetto di rinforzo scolastico, ma da gennaio, perché tra un po’ per quest’anno chiudiamo.

– Lei va qui vicino, sta più vicino, è meglio… ho dovuto interrompere gli studi alla terza fondamentale, poi sono dovuto venire qui. Era il 1974. Ho sofferto molto. Studiare è importante.

– Facciamo scuola anche agli adulti, per migliorare a scrivere e a leggere.

In una nuvola di fumo, seu Churrasco si volta a far passare gli ultimi spiedini della serata, e nei suoi occhi si riflettono gli zampilli della brace. Arriva il padrone del bar e caccia il  cane, lo rimprovera dicendo che qui non può stare, e il cane scappa verso la discarica là dietro.

– Può essere, mi piacerebbe. – mi confida seu Churrasco.

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