un impiegato in favela

Il posto degli artisti

In Finestra sulla favela Rocinha, Il popolo di Rocinha, Storie di Pacificazione on 28 dicembre 2013 at 11:48

Ho ventidue anni e vivo in Rocinha da sempre. Non ho potuto studiare e in questo periodo  lavoro come cobrador, mi piace andare in palestra e mi piace il posto degli artisti.

Il posto degli artisti è quell’angolo della Rocinha alta dove gli artisti vendono le loro opere: quadretti dipinti su pezzi di stoffa, che  riprendono la moltitudine di casette della Rocinha; spille e magliette che dichiarano amore alla Rocinha; orologi colorati ricavati da vecchi dischi di vinile. Di qui c’è il panorama più bello di Rio. Si vedono: il  Cristo che ci volta le spalle, la laguna a forma di cuore (sulla quale, adesso che è Natale, ci galleggia l’albero), il Pan di Zucchero, Botafogo; là dietro c’è Ipanema ma da qui non si vede perché per vederla devi salire fino a Laboriaux, e poi c’è la foresta tutto attorno. Mi piace molto passare di qui la sera. C’è un bar con i tavolini fuori, proprio dove di giorno ci  sono le baracche degli artisti; qui mettono il forrò e fanno il pesce fritto. Io non mi fermo a mangiare e bere perché devo mettere da parte i soldi, perché chissà, forse un giorno potrò tornare a studiare, però passo di qui dopo la palestra e mi fermo a guardare il pescatore che pulisce il pesce in mezzo alla strada: lo sventra, raschia le scaglie e sull’asfalto è tutto uno scivolare di sangue e scaglie; poi chiude il pesce in una busta per congelarlo. Ne pulisce a decine, poi  sciacquano i tavolini e la strada prima che si riempia di topi e di baratas. Forse mi piacerebbe fare il pescatore un giorno.

Di tanto in tanto, e di questi tempi quasi tutte le notti, la BOPE fa la sua sfilata, con le jeep nere, le mimetiche grigie e nere, il teschio sulla divisa, i giubbotti antiproiettile, e i fucili che puntano ad altezza uomo e verso le finestre delle case della gente.

Passavo di qua, dopo la palestra, a vedere il pescatore, come tutte le sere. Un braccio mi ha fermato, mi ha aperto lo zaino, ha tirato fuori le mie cose, la maglietta, l’asciugamano; poi mi hanno fatto appoggiare con le mani al muro e mi hanno fatto allargare le gambe, e mi hanno perquisito, con i fucili e le pistole calcio alla mano; mi hanno perquisito dappertutto, fin là sotto, e non so che cosa pensavano di trovarci, là sotto, a parte quello che c’è. Sta di fatto che io passo di  qua tutte le sere, e questa sera non sono riuscito a vedere i pesci, perché quando mi hanno lasciato andare non avevo più voglia di vedere niente e nessuno, e non ho detto niente, né con la voce, né con gli occhi, perché non si sa, a questi qui, che cosa gli passa per la testa, e io voglio vivere in pace, e non voglio problemi. Però sono libero di pensare senza che  nessuno sappia quello che penso, e penso che io non sono un dio, sono un peccatore, e non perdono. Dio perdona, lui può; chi sono  io per perdonare? Non sta a me, che sono un essere umano, perdonare; e non perdono.

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