un impiegato in favela

Una giornata tipo

In Finestra sulla favela Rocinha, Il popolo di Rocinha on 14 gennaio 2014 at 18:40

Mi sveglio che ancora il sole non è uscito a farsi vedere, e mi alzo in piedi di scatto, ché già non c’è tempo da perdere. Percorro il vicolo in discesa  e penso a come saranno ridotti i miei muscoli quando stasera lo ripercorrerò in salita, così mi fermo a un bar a mangiare un polpetta impanata di pollo e un bicchiere di guaraná naturale, oppure di cajú, che almeno mi metto a posto lo stomaco dalla bevuta di ieri sera, o meglio, di qualche ora fa…che ridere ieri però, al bar con gli amici della rua um, e sono passati anche i  meninos, che pacificazione o non pacificazione, sono di nuovo tutti qua: prima cenano quelli della Choque, e poi i meninos, e il barista, fazer o que?! prima serve gli uni e poi gli altri…mi  risveglio dalla sbronza, dicevo, e comincio a raccogliere energie per la giornata. Scendo fino all’inizio della rua um e vado al garage dove l’amico mio mi tiene la moto: qui sono di casa, e l’amico mi ha lasciato le chiavi, così non deve svegliarsi pure lui per aprirmi. Monto sulla moto e mi faccio un bel giro per la estrada da Gávea, con il vento non ancora surriscaldato che mi solletica il petto, nell’ora in cui il traffico è svelto perché non passano gli autobus, e ti sembra di essere il re della strada. Scendo fino alla rua quatro, dove un altro amico mi tiene la moto durante il giorno, e almeno quando sarò di ritorno, non dovrò scalarmi tutta la collina a piedi, per tornare a casa.

Lascio la moto e mi metto su la maglietta, che è il momento di uscire dalla favela: c’è un furgoncino che aspetta me e gli altri, e ci portano tutti a Barra: lavoriamo agli scavi della metro. Non sono lavori per noi, ma siamo noi a svolgerli. Trasporto mattoni e sacchi di sabbia, impasto il cemento, riempio i secchi e li trasporto nel tunnel, torno indietro e faccio lo stesso, quattro o cinque volte in tre o  quattro ore, fino a che non mi si spezza la schiena, ma vado avanti lo stesso, tanto, quando il sole sarà calato, passerà tutto. All’ora di pranzo c’è la quentinha che mi ha fatto trovare pronta mia nonna stamattina presto, e riprendo le energie; mi scolo un paio  di  birrette, così riesco anche a chiudere gli occhi cinque minuti, dove capita, basta un angolo all’ombra, e la maglietta farà da materasso. Mi sveglio, e ricomincio con i mattoni, e i  secchi e il cemento. Alle cinque del pomeriggio, il furgoncino mi  riporta a casa, e comincia la festa. Prima di passare al bar, dove resterò con gli amici, e passeranno quelli della Choque, e poi i meninos, e scorreranno litri di  birra con gli amici di sempre, mi faccio un giro con l’aquilone.

Faccio volare l’aquilone da quando ho cinque anni. Ora ne ho quarantacinque, e ancora l’aquilone riserva segreti, ma proprio per questo, quando sale, all’improvviso, e lo accompagno a destra e a sinistra, a danzare tra le folate di vento, in questo momento della giornata, e solo in questo, mi viene naturale un sorriso, non ci resisto: è quarant’anni che non ci resisto; e oggi c’è anche mio figlio, il quarto, quello di cinque anni, che ancora non gli si è scaldata la testa e gli piace stare un poco con suo padre, e di tanto in tanto mi aiuta con l’aquilone, perché adesso è più bravo lui di me, e passo con lui il momento più felice della giornata.

 

 

 

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  1. […] a tutti, Mi chiamo Thiago, e mi sono presentato qualche tempo fa raccontandoti di una mia giornata tipo. Passavo qui, sotto alla tua finestra, e ho sentito una voce che mi poneva una domanda. Era la tua? […]

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