un impiegato in favela

Guerra e pace in spiaggia

In Finestra sulla favela Rocinha, Il popolo di Rocinha on 21 gennaio 2014 at 13:34

napoleone #finestrasullafavela

– Sai, Marcos, ho lavorato molto in questo periodo, tutta la settimana dopo Capodanno ho lavorato, ho lavorato anche di domenica. Domani lavoro. Finalmente prenderò qualche giorno di ferie la settimana che segue, e avrò voglia di stare molto con Lelé, di stare con lei, la piccolina. Oggi c’è stato un black-out lungo tutta la rua um, fino alla rua dois, niente elettricità; oggi è festa, e dopo il gran temporale della settimana scorsa, ci sta un po’ di mare. Così ho preso Lelé e siamo venute tutte e due qui, così stiamo un po’ insieme. Che bello che ci sei pure tu!
– Grazie Carmen, è festa anche per me, ed ero anch’io senza luce e quindi senza Internet; io poi con Internet ci lavoro, così, anche se la settimana scorsa seu Luciano aveva risolto tutto, oggi ero di nuovo senza, e così era ora di farsi un pomeriggio in spiaggia, solo che, non avendo figli, ho portato un libro.
ahaha, que bom, que bom, legal!
– Ooooh!… Lasciatemi, per amor di Cristo! – gridò il ferito, ma lo sollevarono lo stesso e lo deposero sulla barella. Nikolàj Rostòv si voltò dall’altra parte e, come se cercasse qualcosa, si mise a guardare in lontananza, verso le acque del Danubio, il cielo, il sole. Come il cielo gli parve bello, azzurro, calmo e profondo. Come il sole al tramonto era chiaro e solenne! E anche più belli erano i lontani monti azzurrognoli di là dal Danubio, il monastero, le gole misteriose, le foreste di pini velate di nebbia sino alle cime… Là era silenzio, felicità!… “Nulla, nulla io desidererei, nulla io desidererei, se fossi là, – pensava Rostòv. – In me e in questo sole c’è tanta felicità… e qui gemiti, sofferenze, paura e questa incertezza, questa fretta… Ecco che si grida di nuovo, di nuovo tutti corrono indietro chissà dove e io scapperò con loro, ed eccola, eccola, la morte è sopra di me, intorno a me. Un attimo ancora, e non vedrò mai più questo sole, quest’acqua, questa gola…” In quel momento il sole si nascose dietro le nuvole; davanti a Rostòv comparvero altre barelle. E la paura della morte, le barelle, l’amore del sole e della vita, tutto si confuse in una sola dolorosa e inquieta sensazione. “Signore Iddio! Tu che sei in questo cielo, salvami, perdonami e difendimi!” mormorò fra sé Rostòv.
– Ehi! Ehi tu!
– Io? – una piccolina nera come la notte mi chiamava frapponendosi al sole senza nuvole, che mi accecava, per il mio tentativo di guardare la piccola.
– Secondo te, mi sto scottando?
– Eh, come?
– Mi sto scottando? Con il sole? Mi sto scottando?
– Eh, no, non credo, non si vede bene adesso. Si vedrà stasera. Tu però mettitela, la crema, ce l’hai?
– Sì ce l’ho, eccola qua, – mi tranquillizzava sedendosi di fianco al mio canga su una sedia di tela di una fila di tre, per altrettante amichette che si passavano la crema, guardandomi in silenzio, incuriosite.
– Come ti chiami? – fui io a spezzare il silenzio.
– Joanina!
– E tu?
– Lei Debora, e lei Rafaela.
– Bene, piacere, Joanina, Debora e Rafaela!
– Secondo te sono bonita? – mi si rivolse Joanina, mentre si guardava il viso con un piccolo specchietto con il quale le tre giocavano, aprendo la bocca in modo da focalizzare i dentini, che erano storti senza renderla brutta; anzi, di una bellezza esclusiva.
– Sei molto carina, Joanina! – e Joanina si guardava sorridendo, – se poi studi, e vai a scuola, visto che sei anche intelligente, diventi praticamente perfetta.
– Io vado a scuola! – tra le risate delle tre che si schernivano ed erano sorprese dall’osservazione insolita, e dopo poco tornavano a rivolgere il viso al sole per rendere la loro pelle ancora più bronzea, consentendomi di tornare alla lettura.
Dove andate? – disse a un tratto, rivolgendosi al principe Andréj, che si era alzato e si dirigeva verso la sua camera.
– Me ne vado.
– Dove?
– A raggiungere l’armata.
– Ma voi volevate restare ancora due giorni.
– E ora me ne vado subito –. E il principe Andréj, date le disposizioni per la partenza, si ritirò nella sua camera.
– Sapete che c’è, mio caro? – disse Bilíbin, entrando da lui. – Ho pensato a voi. Perché ve ne andate? – E per provare l’indiscutibilità del suo argomento, tutte le grinze gli sparirono sul viso.
Il principe Andréj guardò interrogativamente il suo interlocutore e non rispose nulla.
– Perché ve ne andate? Lo so, voi pensate che il vostro dovere sia di correre all’armata, ora che l’armata è in pericolo. Capisco, mon cher, c’est de l’héroïsme.
– Niente affatto, – disse il principe Andréj.
– Ma voi siete un pholosophe: siatelo interamente, guardate le cose da un altro lato, e vedrete che il vostro dovere, al contrario, è di conservarvi. Lasciate questo agli altri che non sono più buoni a nulla… Non vi è stato ordinato di tornare indietro, e qui non vi hanno dato congedo; per conseguenza potete rimanere e si vada a Olmütz. E Olmütz è una città molto simpatica. Voi ed io ce ne andremo tranquillamente nella mia carrozza.
– Smettete di scherzare, Bilíbin, – disse Bolkonskij.
– Io vi parlo sinceramente e da amico. Ragionate. Dove e perché ve ne volete andare ora, quando potete rimanere qui? Vi aspetta una di queste due cose, – (egli raggrinzò la pelle sulla tempia sinistra): – o non raggiungerete l’armata e la pace sarà conclusa, o vi toccherà la disfatta e la vergogna insieme con tutta l’armata di Kutúzov –. E Bilíbin spianò la pelle del viso, sentendo che il suo dilemma era inattaccabile.
– Non posso ragionare a questo riguardo, – disse freddamente il principe Andréj e pensò: “Vado per salvare l’armata”.
Mon cher, vou êtes un héros, – disse Bilíbin.
– Eeeeeeh! Mamma, mammaaaaaa! – gridava eccitata Lelé, di ritorno da un tuffo al mare, mentre una folla si stringeva vicino al bagnasciuga, sotto a un elicottero che si avvicinava alle onde enormi che si facevano minacciose. – Guarda, guarda c’è qualcuno che affoga! – gridava mentre tornava correndo verso il bagnasciuga e la mamma le gridava dietro: – Dove vai, Lelé?!?! Non andare, resta qua!!! – senza peraltro muoversi di un centimetro. Intanto, un elicottero rosso si avvicinava ancor più alle onde e la folla attorno si faceva sempre più gremita. Dallo sportello aperto del velivolo si tuffava un uomo e poi veniva lanciata una rete attaccata a una fune. Mentre si sentivano grida provenire dalla folla, l’elicottero vi si avvicinava per farla sparpagliare, e poi tornava sul mare, sempre più vicino, tanto che un’onda molto alta sembrava volerlo raggiungere per portarlo sott’acqua con sé. Uno scatto in alto dell’elicottero e la rete tornava su, con due uomini a cavallo del supporto rigido della stessa, e un bambino nero sdraiato tra le sue trame. L’elicottero, con un altro scatto, si portava sulla spiaggia e lasciava che la rete si appoggiasse alla sabbia, facendo atterrare il bimbo con essa, mentre Lelé tornava a fare rapporto.
– Eeeeeeh! Mammaaaa! – tutta affannata, – è successo che il bambino, ben piccolino, era nelle onde, e poi si vedeva, e poi non si vedeva, e poi si vedeva, e poi l’hanno preso, e io l’ho visto, e quando l’hanno messo sulla sabbia ha vomitato, e poi si è alzato e voleva buttarsi di nuovo a mare, e tutti gli hanno gridato, e uno l’ha preso, ed è quello ben piccolino che abita tra l’angolo di giù e il negozio di su… – Calma, figlia, calma, – la tranquillizzava sua mamma che aveva già identificato il bimbo, – deve essere il figlio di dona Ana, grazie al cielo l’hanno tirato su, – mentre tornava a sedersi sotto l’ombrellone, come tutto il resto della popolazione della spiaggia, ognuno con le sue chiacchiere, le birre, e le corse su e giù di bimbi.
Per quanto mi riguarda, da questo episodio, non ho potuto fare a meno di trarre la riflessione – prima di tornare alle cose mie pure io, cioè al mio libro – che esistono due tipi di elicotteri che ronzano attorno agli abitanti di favela: quelli neri che gli sparano, e quelli rossi che li salvano; senza nessun riferimento all’armata rossa, per carità.

Appena Bonaparte, che si trovava a Schönbrunn, a venticinque miglia da Hollabrunn, ricevette il rapporto di Murat e il progetto di armistizio e di capitolazione, si accorse dell’inganno e scrisse la seguente lettera a Murat:

Au prince Murat.
Schönbrunn, 25 brumaire en 1805

À huit heueres du matin.

Il m’est impossible de trouver des termes pur vous exprimer…

Purtroppo, un’armata di bimbi favelados, equipaggiati di paletta e secchiello, decisero di sferrare un attacco a un nemico fantasioso, sollevando sabbia e spargendo acqua attorno alla loro marcia violenta e selvaggia, seminando distruzione; e la loro rappresaglia rese illeggibile le pagine sulle quali Napoleone aveva scritto la sua lettera al principe Murat.
Questa è una piccola finestra, una finestra di favela, quasi un oblò, e pertanto, affacciandosi ad essa, delle conseguenze storiche della mancata comunicazione di Napoleone a Murat a causa di questo deplorevole episodio di guerra non è dato sapere. Sappiamo però che i bambini soldato, pentiti dell’assalto, tornarono di lì a poco a scusarsi con la vittima, offrendogli una piantina appena colta, anzi due, perché la prima – intervenne una bimba facente parte dell’alto comando – era troppo grande, e quella piccola era più carina, per fare la pace.

piantina in regalo #finestrasullafavela

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