un impiegato in favela

Cento

In Finestra sulla favela Rocinha, Il popolo di Rocinha, Storie di Pacificazione on 25 gennaio 2014 at 16:25

Cento anni fa un uomo si addentrò in un’area paludosa, e qui decise di fermarsi con i suoi buoi. Costruì un recinto di legno e allevò i buoi, che faceva pascolare lungo il sentiero che risaliva la collina fino alla foresta selvaggia. Qui volavano i pappagalli e i tucani colorati, e i macachi saltavano da un ramo all’altro, ti guardavano gridando e ti cagavano addosso. Settant’anni fa un soldato italiano, fuggendo dalla guerra, attraversò l’oceano e giunse dove sembrava di essere capitati dentro a un quadro di colline verdi dalle cime dolci. C’era sempre il sole, e il disertore decise di fermarsi dietro alla collina più disabitata, vicino a un allevamento di buoi. Qui trovo la libertà. Cinquant’anni fa un uomo lasciò la sua famiglia nel nord-est, dove era nato, e andò a cercare fortuna a sud: gli avevano detto che a Rio de Janeiro c’era da lavorare perché stavano costruendo un tunnel. C’erano le spiagge, i cantanti famosi e le donne erano bellissime. Non aveva soldi, non aveva niente, così prese il legno dal cantiere e ci costruì casa, vicino a dove lavorava, tanto non c’era nessuno, c’erano solo i tucani e i macachi. C’erano tracce di un  allevamento di buoi e di una fattoria, ma i buoi non c’erano più e della fattoria erano rimasti solo i nomi delle vie che un tempo dovevano aver ospitato i contadini: “via Apia”, “traversa Roma”, “traversa della libertà”. La casa se la fece con il tetto spiovente, e con un orto tutto attorno, dalla terra rossa, roça, un orticello, una rocinha, nella quale l’uomo coltivava le verdure per sé e per venderle al mercato dei ricchi. Poi arrivò la marijuana, e la polizia cominciò a sfondare le porte e a sparare. Un ragazzo che abitava qui vicino a noi si armò, e la polizia non venne più. Arrivarono il  cemento e la corrente elettrica, poi l’acqua. Ci costruirono un’infermeria e una scuola, che non vanno bene proprio per niente. Proprio l’altro giorno nell’infermeria ci è morto un mio amico. C’è molto traffico e molto rumore, qui in Rocinha, e la gente di fuori ci guarda male mentre noi ci spacchiamo la schiena. L’altra sera passeggiavo in rua quatro, che era in penombra, ché con questo caldo salta sempre la corrente – é muito calor né?! –  e un ragazzo è spuntato fuori da un beco con un fucile; gli hanno fatto seguito altri due  o tre, e quello che  chiudeva la fila mi ha puntato la pistola addosso. Il ferro splendeva sotto a un raggio di luna. Risalendo, davanti ai bar a lume di lampada a olio e candela, tutti parlavano dei meninos che erano appena passati, e, con molta calma, per spiegarsi, imitavano i loro gesti, e indicavano in che anfratti si erano insinuati. Il menino che mi aveva puntato la pistola addosso non ce l’aveva con me: potevo essere un poliziotto. Ma qui la polizia non c’è più. Ogni tanto quelli della Choque fanno la sfilata nella estrada da Gávea con le camionette nere e il teschio loro simbolo,  ma nei becos non vanno più. Poveri ragazzi, poveri meninos: si coprivano le spalle per andare incontro alla morte. Chissà come sta la moglie che ho lasciato là in Ceará, se sarà ancora sola, e chissà i bimbi, che saranno uomini ormai, chissà se sarebbero felici di conoscere i loro fratelli carioca. Sono passati trent’anni da quando vivo qui, e a volte mi pare che ne siano passati cento.

 N.d.a. Questo è il racconto numero cento della finestra sulla favela. La finestra coglie l’occasione per spalancarsi a ringraziare tutti gli amici che sono stati così cortesi da volersi affacciare ad essa in questi quasi due anni. Per celebrare, si consiglia di tenere questa musica come sottofondo alla lettura.

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