un impiegato in favela

Come educare i bimbi dei vicini di casa…

In Finestra sulla favela Rocinha, Il popolo di Rocinha, Vita da favelado: il nido d'aquila on 28 marzo 2014 at 03:30

…in 5 brevi episodi e un epilogo.

educazione per i bimbi vicini di casa #finestrasullafavela

1

– Benvenuti a casa mia… casa… MIA!
– Adesso andiamo, andiamo, – bofonchiavano in marcia lenta e a testa bassa, i maschi adulti della famiglia che abita tre scalini sotto a casa mia, il nido d’aquila. Il terrazzo è grande, un gioiello, dove lo spazio è prezioso; e rappresenta una irresistibile tentazione per i vicini che amano bere una birra e farsi una canna all’aperto, specie se riescono a farlo di nascosto, senza previa autorizzazione del legittimo padrone di casa.

Quando mi insediai presso il nido d’aquila, una delle prime sfide fu conquistare fiducia e rispetto dei miei innumerevoli vicini di casa. I più difficili? Un numero imprecisato di colombiani festaioli che vivono un paio di scalini più in basso rispetto al mio terrazzo, e il loro compare, che ha casa sotto di uno scalino ancora. Qui abita una famiglia composta da una giovane dalle meches bionde e le guance piene, suo marito e padre di suo figlio (è lui il compare, uno dei bofonchiatori, insieme ai colombiani), e il figlio, Giulio, un bimbo dagli occhi tondi e un poco paffutello, che sta sempre in giro a cercare un po’ di vita lungo la ripida scalinata che porta al nido d’aquila. Giulio ha una maglietta, un paio di mutande e una panciotta simpatica che si porta dietro a destra e a sinistra: gioca e fa del suo meglio per vivere senza annoiarsi, soprattutto a pomeriggio inoltrato, quando spesso i suoi ancora stanno a letto per riprendersi dai festeggiamenti della notte precedente. La loro abitazione è dotata di un piccolo terrazzo che dà sulla scalinata e al quale vedi affacciati volti sempre nuovi: si alternano cognate, zie, fratelli, amici e altri, con i rispettivi piccoli, che a turno fanno compagnia a Giulio nei suoi giochi. Neanche il tempo di accennare un’amicizia che non vedi più quelli di prima e ne arrivano di nuovi.

2

Boa noite Marcooos!
“A che debbo questo entusiasmo?!” pensavo tra me e me, sorpreso dal richiamo entusiasta della giovane dalle meches bionde e la guance piene che se ne stava con i gomiti sul davanzale di casa sua.
Boa noite, tudo bem?
Tudo! Senti, domenica possiamo gonfiare la piscina sul tuo terrazzo?
Pardon, di nuovo?
– La piscina, la gonfiamo e la riempiamo d’acqua, é muito calor, né?! Per i bimbi, così si divertono!
– La piscina?
– Sì.
– No. Scusa… la piscina? Scusa, ma non posso, insomma, io sto in affitto, non è casa mia, non posso, sono responsabile…
– Intanto Giulio mi fissava dal piccolo terrazzo con gli occhi a palla e la panciotta immobile, a bordo di una bici incastrata tra una parete e l’altra, mani al manubrio, potendo solo sognare una destinazione lontana a o vicina; mi guardava speranzoso, e inconsapevole mi offriva una via d’uscita.
– La piscina no, signora! Non possiamo fare feste, churrasco e bagni in piscina, anche se vorrei, ma i padroni di casa mi caccerebbero… c’è un patto: niente feste. Però, dato che noi ci occupiamo di educazione, Giulio se vuole può venire sul terrazzo ad esercitarsi con la bici, che c’è più spazio: questo si può fare! – Sapevo che stavo concedendo qualcosa di  prezioso per il bimbo, infatti la favela è zona di urbanizzazione estremamente ripida e densa, e chi può permettersi una bicicletta, difficilmente troverà spazio per imparare ad andarci.
– Grazie, grazie, tu sarai il padrino di Giulio!
Tremai un poco all’idea… il padrino… che cosa mi chiederà, alla fine, in qualità di padrino?

3

Nei giorni  che seguirono, di tanto in tanto, Giulio passava ad esercitarsi con  la bicicletta. Non che sia un terrazzo enorme, dove puoi esprimerti con la due ruote come se ti trovassi in mezzo alla pianura Padana o su per le verdi colline di Fausto Coppi, ma è un terrazzo dalle dimensioni speciali, in favela, e Giulio riusciva fare il giro in tondo diverse volte, prima di stancarsi. Di ritorno a casa, già risalendo la scalinata, intravedevo che il cancelletto era aperto, e quando lo oltrepassavo, Giulio si fermava e mi fissava con la panciotta immobile, la bocca stuccata e gli occhi tondi opachi che lasciavano intravedere un: “non mi cacci, vero?”

– Ciao Giulio, come va? Stai migliorando con la bicicletta? – allora gli occhi tondi si illuminavano, la bocca si dischiudeva in un sorriso timido, e la panciotta ricominciava a rimbalzare a destra e sinistra con allegria, sballottata dalla bicicletta che continuava a girare su se stessa.

4

– Sì signora, una cosa è che Giulio e gli altri bimbi vengano qui ad esercitarsi con la bicicletta; un’altra è che voi lo accompagniate e approfittiate per farvi una canna, e che il giorno dopo io debba svegliarmi e trovare davanti all’uscio mozziconi e lattine di birra, vuote per di più. Io vengo a fare questa bagunça a casa vostra? – mi scaldavo con la giovane dalle meches bionde e la guance piene.
– Non siamo stati noi, io ti ho chiesto per la piscina, tu hai detto di no, e che Giulio poteva venire con la bicicletta, e così è stato. Noi siamo lavoratori, non siamo mica banditi!
– Sì, scusa, hai ragione, sono stato precipitoso, è che quando apro la porta incontro sempre i ragazzi colombiani e lui, – riferendomi al marito, che osservava da parte con gli occhi rossi sfuggenti, – li vedo e li sento andare e venire di notte; poi la mattina per terra trovo sempre qualcosa di nuovo. Stanotte ho trovato uno sfacelo di questi sacchetti di plastica per terra. Poi, il cordino blu, vedi? Per stendere i panni, ne avevo due, uno rosa e uno blu, e quello blu l’ho trovato tranciato; e poi in mezzo al terrazzo ho trovato il palo di ferro arrugginito che di solito sta appoggiato lungo il corridoio a bordo della roccia e che ci serve per salire sul tetto a controllare l’acqua; e poi le mollette per terra, e, vedi?!, ci sono ovunque questi sacchetti, proprio questi che stanno qui davanti a casa dei colombiani, e qui nel vostro terrazzino, e per le scale, e che devo fare io!? Non mi pare rispetto. Ta bom, non siete voi? Io vi chiedo scusa, ma allora chi è stato? Facciamo che se vedete passare qualcuno mi avvisate? Anche per voi! – proclamavo mentre la giovane dalle meches bionde traballava nel dubbio insieme alle sue guance, alla ricerca di una via d’uscita…

– Giulio, siete stati voi a fare quella bagunça?!

Giulio dietro con gli amichetti, aveva di nuovo il panciotto che gli tremava e gli occhi opachi.

– Giulio, ora prendi questo sacchetto, e vai a raccogliere! – Si inalberò la giovane dalle meches bionde facendosi molto seria e gonfiando le guance.
Fu così che io, Giulio, e gli amichetti del momento: Renan, Lelé, Vitoria, andammo a sistemare, sacchetto alla mano, la devastazione che imperversava per le scale e sul terrazzo del nido d’aquila, mentre rincaravo la dose e i bimbi ascoltavano chissà da quanti pianeti più in là: – Vedete, voi potete stare qui,  non solo per andare in  bici: anche per giocare. Ma c’è una regola: quando uscite, tutto deve restare come quando siete entrati, ta bom?!

5

Un terremoto di risate e grida scanzonate fecero tremare fragorosamente la porta di legno del nido d’aquila.
Ciiii?! Ci? Ciiii! – “Ci” è l’abbreviazione che i bimbi usano per “tio”, che si pronuncia “cio” e vuol dire “zio”, da interpretarsi nell’accezione del Sud d’Italia, cioè come appellativo dell’adulto che i bimbi hanno preso come riferimento.
Ciiii!!
Aprii con cautela la porta di legno, e già dalla fessura si scorgevano i volti di Giulio, Renan e di un altro bimbo che non avevo mai visto prima; quest’ultimo un po’ da parte, Giulio con gli occhi opachi e la panciotta immobile, Renan con gli occhi vispi:
pra estender a roupa, ci!
– eh?!
– per stendere i panni, ci!
Aprii la porta lentamente, guardandomi attorno senza capire e temendo il peggio, fino a che mi resi conto che il terrazzo era sgombro. Giulio, con la scopa in mano, ostentando orgogliose spazzate e lanciandomi uno sguardo di tanto in tanto, si adoperava a raccogliere le foglie che in autunno cadono dalla mangueira, e avanzava con la scopa indicando con lo sguardo la corda tranciata, quella blu, che ora era legata per una estremità al tronco della mangueira e per l’altra al palo di ferro arrugginito, che era stato appositamente posizionato al centro del terrazzo. I bimbi mi fissavano con apprensione.
– Avete inventato questo sistema per stendere i panni? Cioè, avete rimediato… ma questo è un lavoro di vera ingegneria, bravi!

Renan si gonfiò di orgoglio e diede una pacca sulla schiena a Giulio, che sgranò gli occhi, mentre la panciotta riprendeva vita. Il terzo continuava a stare da parte, ma accennò un sorriso.

Epilogo

Ci sarà ancora da lottare, per difendere il proprio spazio da bimbi e da adulti, come fanno tutti e da sempre, qui in Rocinha. Ora i bimbi stanno là fuori a gridare (di gioia, questa volta), e a giocare, e non oso immaginare che cosa troverò là fuori domani, sul terrazzo del nido d’aquila, ma va bene così, ché la vita comincia al mattino e finisce la sera, ed è una maledetta battaglia quotidiana. Ah, per chi si chiedesse che cosa ci faccia quel divano porpora là, alla destra dei tre bimbi… be’, è un’altra storia: questa.

educazione per i bimbi vicini di casa #finestrasullafavela

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