un impiegato in favela

Il nido d’aquila

In Finestra sulla favela Rocinha, Vita da favelado: il nido d'aquila on 12 maggio 2014 at 02:30

nido d'aquila vita in favela #finestrasullafavela

Se n’è andata via la luce! Scattano le candele. Ma prima verifico com’è la situazione fuori. Se la favela è mezza buia, ci mettiamo il cuore in pace, altrimenti chiedo ai vicini.

– Se n’è andata anche da voi la luce?

Se sì, bene, non rimane che rassegnarsi ad una serata a lume di candela, che poi ha il suo fascino e ti aiuta a staccarti dallo schermo del PC (che avendo la batteria ormai provata dalla tenue carica a 110 Volt, funziona solo attaccandolo alla corrente).

La luce è tornata! No, se n’è andata di nuovo! È tornata ancora. Presto, spegnere tutti gli interruttori, staccare la presa dal PC, dal ventilatore e dal frigo, prima che avvenga una strage di elettrodomestici a causa degli sbalzi di corrente. Cavolo, il frigo. Proprio oggi che ho fatto la spesa. Non che abbia comprato un granché, anche perché a me non piace cucinare (mi piace mangiare, ma non mi piace cucinare), e faccio tutto con il fornelletto elettrico, e non è che ci si possa fare molto, anche volendo, con il fornelletto elettrico: bolli l’acqua per la pasta e per il caffè. Ma i biscotti per il mattino sono pericolosissimi: se il frigo si riscalderà stanotte, prima arriveranno le formiche, poi gli scarafaggi, quelli rossi grandi, e se dio vuole mi si risparmierà dai topi, ché i gatti là fuori li ho sempre trattati bene. Anche i gechi, ma quelli si mangiano le mosche, non i topi. Ecco, comincia pure a piovere, non posso stendere i panni. Lo sapevo io, che non dovevo lavarli oggi. Se li lascio nel secchio troppo a lungo, faranno la muffa, dovrò lavarli di nuovo, pensando che tutto sommato dalla muffa viene la penicillina: è una cosa buona la muffa! Ma l’odore dei miei abiti non sarà mai di lavanda, e dovrò risciacquare un paio di volte almeno. Giuro che la prima cosa che farò quando sarò di ritorno a Milano sarà fare una bella lavatrice. Tanto a casa l’acqua c’è sempre, le lavatrici non distruggono le tubature (che non sono fragili come qui), e l’elettricità c’è sempre. Piove, speriamo che smetta prima che debba uscire, perché se esco mi lavo, e dopo mi tocca fare la doccia fredda. Sì perché qui non c’è mica il riscaldamento come a casa. A parte che se scorresse il gas in tubature simili a quelle che portano l’acqua, esploderemmo tutti uno a uno in breve tempo… già ogni tanto esplode qualche bombola del gas, quelle per la cucina, anche perché per come le trasportano, a bordo della moto con il rimorchio, è già tanto che non esplodano prima della consegna… e poi insomma, fa sempre abbastanza caldo, il gas serve solo per cucinare. Però se si avvicina l’inverno, ci sono quindici gradi, l’umidità di notte la senti, e una doccia calda risolve molto. Ma i fili elettrici sono attaccati direttamente al diffusore, e se va via la luce, va via anche l’acqua calda. Che poi il peggio del peggio è quando va via anche l’acqua. Sono fortunato io, perché sul tetto ho la cassa di riserva, che alimenta solo la cucina e non il bagno, ma a secchiate si risolve tutto, ma proprio tutto. È sempre da brividi lanciarsi addosso una secchiata di acqua fredda, ma ti sveglia, e poi resta sempre anche un privilegio, il poterlo fare, dato che a Vila Verde, solo per fare un esempio, sono mesi che fanno la fila con i secchi al distributore di acqua. Ah, ed è anche una fortuna che le mie casse d’acqua, che ho sul tetto, siano di pietra. Sono meglio quelle di plastica, più igieniche e a tenuta stagna (queste di pietra lasciano filtrare l’acqua, e così il soffitto si riempie di muffa), ma sono peggio quelle di amianto. In Brasile l’amianto ancora si produce! E si usa per le casse d’acqua e per i tetti. Tutti i giorni vedo qualcuno che si porta pezzi di amianto sulla schiena. Non si sa bene di che cosa si muoia in Rocinha… anzi, non si sa bene neanche quanti siamo… ma si sa che c’è un’aspettativa di vita inferiore di 20 anni rispetto ai quartieri che stanno dall’altra parte della strada, che sopra i 65 anni c’è solo il 5% della popolazione (contro il 21% 22% che è la normalità). Non facciamo fatica ad accorgerci che si muore di tubercolosi, di Aids, di scarse condizioni igieniche, di tumori a causa della scarsa qualità dell’alimentazione e per l’amianto. È in corso una strage, in questo ghetto, e le istituzioni non se ne occupano. Si occupano invece di quelli che si fanno una canna qui (se se la fanno a Copa, tutto bene), e di quelli che la vendono (a quelli di qui e a quelli di Copa). Quanti morti ci sono per sparatorie e narcotraffico? Troppi, ma meno di quelli causati dall’acqua e dall’amianto, secondo me. Che pensieri stasera, chissà perché se n’è andata via la luce, chissà quanti bimbi nasceranno stanotte e quanti adulti non ancora anziani moriranno. Penso a quelli di Vila Verde, con il secchio in spalla come facevano tutti, in Rocinha, una cinquantina di anni fa, quando al tramonto era buio pesto e si andava a dormire o a far l’amore, le case avevano tutte un orticello dove si coltivava la verdura, tutto attorno era foresta. I contadini erano venuti qui dal nord-est per fare gli operai, per costruire il tunnel che loro non avrebbero utilizzato se non per percorrerlo dentro a quell’unico autobus che è passato dopo un’ora, e dove ce ne stiamo tutti stretti a respirare il fiato del vicino, e i finestrini si annebbiano, come se fossimo in un carro di bestiame, ma con i finestrini: tanto varrebbe toglierli, questi finestrini; i contadini erano giunti qui a fare gli operai, ma continuavano a fare i contadini. Che pensieri, stasera, e intanto è il mio turno di prendere l’acqua, e con lo sguardo basso porterò a casa il secchio per dare una lavata ai bimbi. Me ne torno a casa con un secchio di quest’acqua che scorre nei tubi di plastica che si immergono nelle fogne dove i topi sguazzano, con quest’acqua che ci porta i vermi a divorarci l’intestino. Per fortuna che è già venerdì. Accendiamo la musica, invitiamo gli amici, onoriamo una giornata in più di vita, beviamo, ridiamo e balliamo il pagode e il funky. Um tcha… tcha… um tcha tcha!

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