un impiegato in favela

Una cagnolina abbandonata

In Finestra sul Ponte Lambro on 16 settembre 2014 at 15:42

Ponte Lambro Milano tramonto tangenziale est finestra sul ponte lambro

Al tramonto, dal Ponte Lambro, se ti affacci alla finestra, rivolgendo lo sguardo ad ovest, scorgi le auto che si rincorrono l’un l’altra a rallentatore. Come quei cani che abbaiano dietro al cancello, e quando lo apri battono in ritirata, e quando torni a chiuderlo, tornando ad abbaiare, esponendo i denti e infilando il muso tra le sbarre per inseguire la preda, ogni auto si fa avanti minacciosa fino a giungere con il muso a pochi centimetri dal didietro del veicolo di fronte per poi frenare di colpo e ripartire quando questo si rimette in moto e si lascia inseguire.

Al Ponte Lambro, invece, tutte le auto sono ferme ed è l’ora più difficile per trovare parcheggio: è l’ora dell’aperitivo e gli abitanti storici e i nuovi arrivati sostano al bancone del baretto del mercato comunale. Mentre il sole si affaccia su un altro Continente, su questo cala l’oscurità, il cielo si raffredda e le nuvole si condensano. Si alza il vento, rimbomba un tuono distante e già il temporale deve essersi formato dalle parti di Melegnano, perché in fondo, ad est, si scorgono enormi nuvole nere che sembrano aver messo in scena una guerra tra titani in un teatro delle ombre allestito in cielo.

Davanti al mercato, all’incrocio tra via Parea, via Ucelli di Nemi e via Monte Oliveto, un batuffolo di peli rotola in mezzo alla strada ora raggiungendo il marciapiede, ora tornando in mezzo all’asfalto, ora tornando indietro e a destra e a sinistra, e facendo sbandare un auto per evitarlo. Una ragazzina si accuccia disperata sul ciglio della strada, lo segue a distanza, lo richiama impacciata, ed è immobilizzata dal terrore. Poi il cagnolino, che si sarebbe presto rivelata una cagnolina, torna al sicuro sul marciapiede, e la ragazzina rientra nel mercato ignorandola. La cagnolina è sola e disperata e torna a lanciarsi in strada. Pensava di aver riconosciuto in quella giovane la sua padroncina ma così non era. Rischia di essere investita una volta di più, mi passa accanto, la costringo a fermarsi e la sollevo.

Trema. Il suo padrone sarà qui da qualche parte e mi sentirà. Faccio un giro al mercato, ma niente da fare. Nella piazzetta davanti alla posta nessuno riconosce la cagnolina. Torno al mercato con la cagnolina tra le braccia. Adesso che faccio? Devo tornare a casa ma non posso certo lasciarla così. Sarà stata abbandonata, ed è una cucciola. Provo a chiedere che se ne occupino i commessi del mercato, il salumiere, l’ortolano, il pizzicagnolo, la barista, il macellaio, ma nessuno si sente di addossarsi la responsabilità. Mi piazzo davanti all’ingresso del mercato e la propongo ai passanti:

– chi vuole portarsi a casa una trovatella? È simpatica. Io non posso prenderla. Se non la vuole nessuno, dovrò chiamare il canile.

La gente si ferma incuriosita, accarezza il batuffolo tramante di paura e di freddo, si lascia conquistare dalla cagnolina che si contorce, scodinzola e distribuisce simpatia con gli occhi grandi che si intravedono attraverso la frangia di peli che le scende sulla fronte dal piccolo cranio: – ma che bella, ma che tenera, ma che dolce, – ma i propositi di adozione restano al condizionale: – la prenderei, poverina, me la porterei, la terrei, –; salvo poi arrivare sempre alla stessa conclusione: –… ma ho già un altro cagnone a casa, ma come faccio, ma chi lo cura, ma poi mia moglie, mia mamma, mio zio.

Si è levato un vento freddo e sta cominciando scendere qualche goccia. La piccola trema ancora e la pioggia si sta facendo fitta e si sente scrosciare sul tetto di alluminio del mercato. Davanti all’ingresso continuano le danze dell’aperitivo serale del Ponte Lambro, incurante del dramma che stiamo vivendo io e la cagnolina.

Mi decido a chiamare la polizia, segnalando il pericolo di una cagnolina abbandonata che si lancia in mezzo alla strada. La polizia mi promette che a breve arriverà. Mi fa compagnia Masaniello. Imponente, come tutte le sere si staglia davanti all’ingresso principale del mercato con gli occhi fuori dalle orbite, il torvo viso spettrale che si contorce in una successione di bitorzoli e porri bianchi, neri e rossi di svariate dimensioni, il capo appoggiato al collo che a cono scende sulle spalle strette rispetto al centri concentrici di grasso che si allargano dal petto al bacino, e tornano a stringersi all’altezza delle ginocchia e fino ai piedi, facendolo assomigliare ad una enorme trottola che resta immobile, in bilico su se stessa; Cerbero alle porte degli inferi del bianchino. Masaniello tiene tutto sotto controllo e comincia ad interessarsi alla cagnolina: – Accà nisciun’ se n’importa! –, mentre sarà passata mezzora e decido di chiamare di nuovo la polizia, che mi rimanda al canile, che mi rimanda alla polizia, che mi promette che arriverà a breve. Ma le lancette dell’orologio girano e la volante non si vede. Dopo un’ora di attesa, io e la cagnolina siamo invitati a partecipare all’aperitivo. Un bianchino è offerto dal giovane muratore che sta lavorando all’ultimazione delle case popolari di via Ucelli di Nemi, un altro da un vecchio fuggito dalle costrizioni di un ricovero al cardiologico Monzino, uno dal portinaio di un condominio signorile di piazza Castello che è appena tornato a casa trafelato dopo il turno, un altro da un amico di Masaniello… Dopo diversi bianchini e decine di carezze e apprezzamenti alla cagnolina, la signora dell’ortofrutticolo si lancia nella sua dichiarazione d’amore:

– E vabbuò, ce la pigliamo noi la cucciola, lasciala giù, vediamo se è contenta.

La cagnolina si rallegra, smette di tremare, scodinzola e corre avanti e indietro per i corridoi semi-deserti del mercato che è giunto all’orario di chiusura. Mentre la cucciola gioca e l’entusiasmo dei nuovi padroni, varcano le porte dell’edificio, impacciate, due giovani Rom, dalle gonne pesanti e colorate, il foulard bagnato sui capelli lunghi fradici, i lineamenti segnati da mille anni e mille anni ancora di girovagare, gli occhi che riflettono profondità ancestrali e i duri sorrisi che luccicano d’oro e d’argento; fanno la loro entrata nel mercato comunale ridendo e piangendo.

Restano sospesi il tintinnio dei bicchieri, lo scoppiettio delle bottiglie stappate, il trambusto delle grida scomposte dei giocatori delle macchinette d’azzardo, delle chiacchiere dagli accenti lombardi e meridionali a contempo, e delle bestemmie di prima; anche la pioggia sul tetto pare essersi spenta e, all’improvviso, il frastuono si condensa in un unico silenzioso pensiero uniforme e intenso, tanto da poterlo leggere nell’aria:

– Ecco gli zingari, eccoli qui che vorranno fregarci in qualche modo.

Il pensiero resta appeso per qualche lunghissimo istante come il silenzio che lo accompagna e poi si scioglie e si confonde nel medesimo chiasso strafottente di prima. Una voce calma e saggia dalla provenienza ignota si fa strada nel frastuono come un’improvvisa rivelazione:

– Se il cane è delle bambine, restituiteglielo.

A dare conferma, a rasserenare gli animi rimasti incerti e a far rassegnare la famiglia dell’ortolano, ecco Masaniello:

‘e aggio viste io, a ‘ste guaglione, ca’ cercavano u cane, ma primm’ mo’ so’ fatt’ descrivere, ca’ a Masaniello un u frega nisciunn’! U cane è lloro.

Masaniello ha parlato. Le auto sulla Tangenziale est si diradano come bestie in uno spazio ampio privo di inferriate a separarle e a provocarle. Si fa notte. Il fiume Lambro continua a scorrere. Tra una riva del Lambro e la Tangenziale est, una cagnolina Rom è tornata a fare le feste, più felice di prima, alle sue padroncine, che versano lacrime di gioia abbracciandola, mentre si allontanano dal mercato comunale e i colori delle loro gonne lunghe e pesanti svaniscono nella pioggia di via Ucelli di Nemi.

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