un impiegato in favela

Tre piccole Rom

In Finestra sul Ponte Lambro on 23 settembre 2014 at 03:30

Luna piena sul Ponte Lambro (per racconto tre piccole bambine Rom)

Lungo via Elio Vittorini, nella direzione che esce dal Ponte Lambro e ci porta verso il centro, poco prima di passare sotto al viadotto della tangenziale Est che sfocia in via Mecenate dove ritroviamo la dimensione metropolitana, ancora a ridosso dell’allevamento di vacche, ci ritroviamo di fronte a un bivio: in fuga verso Linate se imbocchiamo la rampa della tangenziale Est, nel mezzo della rotonda del Novotel e verso la città se passiamo sotto al viadotto. La signorina D., infermiera presso il cardiologico Monzino, mi ha raccontato che l’altro giorno, trovandosi da quelle parti, ha intravisto tre piccole ombre che salterellavano allegre e vive a bordo strada, tracciando percorsi a fisarmonica: ora scattavano in avanti, dopo un attimo tornavano sui loro passi, ora balzavano una a destra e l’altra a sinistra, poi si riavvicinavano e dopo un attimo si lanciavano l’un l’altra a botte e spintoni ad aprire un ampio cerchio sull’asfalto. La signorina D. mi ha riferito che, osservandole, fu pervasa da una sensazione di libertà selvaggia che la fece tremare e le fece anche un po’ di vergogna: “un brivido sulla pelle e l’aspro in bocca”, queste sono le parole che ha usato la signorina D. per raccontarmi quello che ha provato un attimo prima di  riconoscere in quelle tre ombre tre zingarelle. – Signorina D., molto probabilmente Rom, Rom sedentarie chissà da quanti anni, tutt’altro che zingare! – L’ho subito corretta, indispettito dal solito pregiudizievole equivoco, ottenendo solo una risposta di sufficienza, tanto era assorta nel ricordo di quell’incontro: – come vuole lei, ma mi lasci proseguire.

Le tre bimbe danzavano, sì, a fisarmonica, ma allo stesso tempo tracciavano una direttiva che puntava con molta chiarezza alla rampa di accesso dell’autostrada. – Bimbe! – Non riuscì, la signorina D., a trattenere un urlo disperato appena smorzato dalla sua timidezza… “Non c’era nessuno in giro, mi sono sentita responsabile”, mi ha confessato la signorina D. per giustificare la scompostezza di un’iniziativa per lei così insolita.

Le bimbe si fermarono, si voltarono e mi rivolsero tre paia d’occhi vivi e profondi, ha continuato la signorina D.

– Vorrete mica entrare in autostrada? –, e loro sbeffeggianti: –  sì! – E la signorina D., ostentando falsa calma: – no, venite qui, non si può prendere l’autostrada a piedi.

Le tre monelle, attirate dalla curiosità di un nuovo incontro (non glielo direi mai in faccia, e utilizzo le Finestra per confessarglielo scherzosamente, ma la signorina D., nel camminare e nel parlare, ha un atteggiamento piuttosto buffo, che non attirerebbe le curiosità di soli bimbi ma di chiunque abbia conservato nel suo animo un carattere fanciullesco), le tre monelle, dicevo, attraversarono la strada incuranti delle automobili, regalando così qualche altro brivido alla signorina D., e finalmente le si presentarono di fronte con un’espressione perplessa sul volto, come se fossero in attesa di una contropartita alla rinuncia alla quale la signorina D. le aveva invitate.

La signorina D., per portare a compimento il suo soccorso, andò avanti per la sua strada sguardo innanzi, sperando che la seguissero, mentre enunciava i motivi per i quali non si può passeggiare in autostrada: – le auto vanno molto veloce e non si curano delle bimbe che passeggiano, e le bimbe possono farsi male. Capito?

La prima, neutra e guardinga, attese di poter osservare l’atteggiamento delle altre prima di decidere come muoversi; la seconda, dolce e timida, abbassò lo sguardo afflitta, si strinse al petto le braccia e le piccole mani, e lasciò che un suono incerto che assomigliava ad uno “scusa” sospirasse tra le sue labbra. La terza, allegramente ribelle e oppositiva, ostentò una risata a tutto viso e, pronunciando la sua dichiarazione  di guerra: – Io ci vado! –, si divincolò e si fiondò in mezzo alla strada. La dolce e timida esitò, la neutra e guardinga non sapeva decidersi con quale delle due compagne schierarsi, mentre la signorina D. procedeva nella sua marcia sperando di far cadere l’ago della bilancia dalla sua parte, ma, sola, nei paraggi del viadotto desolato, l’anima le tremava. Per fortuna sua e delle piccole, l’attimo di esitazione della ciurma fu sufficiente a far desistere la ribelle e a farla tornare sotto il garbato comando della signorina D., che, a quanto mi ha riferito, in quel momento avrà potuto dare l’impressione di una mamma papera di Konrad Lorenz.

Dopo aver acquisito la certezza di averle agganciate tutte e tre, la signorina D. riprese la conversazione nel più comune dei modi: – come vi chiamate?

La neutra e guardinga era Desdemona, la dolce e timida Antonella (o Samantha, per chi avesse voglia di prenderla in giro, come non esitarono a fare le amiche), la terza era la ribelle Angelica, da cui subito partì lo sfottò delle altre due che sostenevano che fosse, a dispetto del nome, la diavoletta della compagnia. La piccola diabolica Angelica confermò a testa alta, precipitandosi di nuovo in mezzo alla strada, dove si mise ad agitare gambe e braccia in una danza ancestrale e vorticosa. Afferrandoli e tirandoli, trasformò i suoi capelli lunghi e neri in tentacoli di medusa, e, facendo l’espressione truce, fece di sé una strega cattiva. Andò avanti con la danza fino a che un soffio di vento non si insinuò sotto al viadotto a spaventarla. Allora si fermò di colpo e rientrò nelle righe come spinta da quella folata che, a dire il vero, alla signorina D. era parsa tutt’altro che forte. Alle sue affettuose proteste sull’argomento, le bimbe risposero che non si era trattato di un soffio di vento, ma dell’ammonimento di uno spirito senza luogo e senza tempo che aveva intimato Angelica di comportarsi bene.

Chiuso il teatrino, le bimbe confessarono alla signorina D. di dover recarsi al C.A.M.M. (in effetti indicato dai cartelli dell’autostrada, ciò che spiega il motivo per cui le bimbe si stavano dirigendo da quella parte). La signorina D. suggerì loro una strada più sicura. Le bimbe si avvicinarono tra loro escludendo la signorina D., come a riunirsi a consiglio segreto. La signorina D. poté solo intuire che bisbigliavano in una lingua oscura e incomprensibile. Chiese loro che lingua fosse e loro le risposero che era “la lingua degli zingari”. Alla signorina D. piacque pensare che si trattasse del sanscrito, lingua antica che si è tenuta invariata nel corso dei millenni, tramandata per vie ignote, come l’immagine di quella strega interpretata da Angelica, conservatasi intatta attraverso guerre e genocidi, fino a giungere al Ponte Lambro a suonare tra le labbra di tre bimbe che non avranno avuto più di dieci anni. La signorina D. chiese loro di insegnargliela, ma loro all’unisono: – Impossibile! – le risposero, – è troppo difficile per te.

Avevano appena oltrepassato il viadotto che si accostò al marciapiede un furgoncino bianco familiare alle bimbe, che, non appena la portiera laterale si aprì, si lasciarono risucchiare al suo interno. Dopo il furgoncino volò via, lasciando la signorina D. con lo sguardo nel vuoto e la mano alzata in un saluto interrotto sul nascere. Angelica, Desdemona e Antonella (o Samantha) avevano sfiorato la vita della signorina D. del Ponte Lambro con danze, sorrisi e con le loro parole misteriose, per scomparire dopo un attimo e lasciarle un racconto da riferirmi, con la raccomandazione di riportarlo a chi si affaccia alla Finestra. La signorina D. mi ha anticipato che ha altri racconti per la Finestra, ma, per timidezza, preferisce che il suo nome vero non si conosca.

Il racconto di tre piccole Rom al Ponte Lambro (immagine opera di sconosciuto)

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  1. […] del tutto simile a quello che qualche giorno fa le aveva portato via in un soffio di vento le tre bimbe Rom incontrate sotto al viadotto, si era sfacciatamente piazzato proprio in mezzo alla fermata […]

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