un impiegato in favela

Finestra su San Vittore

In Finestra su San Vittore, Finestra sul Ponte Lambro on 21 ottobre 2014 at 12:51

San Vittore, Milano (immagine da Fabergiornale.it)

Ogni favela è resa carcere dall’emarginazione e ogni carcere è favela. Ecco il primo di una serie di quattro racconti tratti dalla visita ispettiva condotta il primo maggio 2011 presso il carcere di San Vittore dai già parlamentari radicali Rita Bernardini e Marco Perduca . In quell’occasione, avendo potuto partecipare alla visita in quanto attivista radicale e assistente di Bernardini e Perduca, avevo preso appunti utili alla redazione dell’interrogazione parlamentare – per la cronaca, come sempre rimasta senza la risposta che sarebbe stata d’obbligo da parte del Governo – che i due avrebbero fatto seguire. Ecco qui i miei personali ed emozionali resoconti che non sono da considerarsi esaustivi delle condizioni di violazione dei diritti nelle quali versavano e continuano a versare i detenuti nonché gli agenti di polizia penitenziaria e il personale delle carceri italiane – in questo caso di San Vittore, nel pieno centro di Milano –, a causa delle illegalità e delle dolose noncuranze perpetrate negli anni dalle istituzioni e da buona parte della classe politica dirigente. Per un’idea sistematica e approfondita su tale situazione, sarà sufficiente seguire Radio Radicale e in particolare la trasmissione Radio Carcere.

Finestra su San Vittore 1 di 4: Colombia

Braccio quinto, piano terra. Ecco le grigie sbarre , spesse e fredde. Dall’altra parte della prima grata alla quale ci affacciamo, un piccolo signore sui settanta si lamenta dei suoi problemi di asma: dice che il ridotto spazio vivibile ne provoca il costante peggioramento. Sono in tre a calpestare circa sette metri quadrati, saturi di letti e armadietti, scarafaggi, fiato, pelle e sudore. Si cura con le pillole che si compra da sé con una pensione di

135 euro. Nonostante l’asma, parla senza sosta, e parla anche a nome degli altri due compagni di cella che lo ascoltano in silenzio: uno sta mangiando seduto su uno sgabello sulla parete opposta all’ingresso sotto alla grata della piccola finestra, con una scodella appoggiata tra le gambe (non c’è spazio a sufficienza per tre sul tavolo apparecchiato); l’altro è un uomo anziano che se ne sta immobile, in piedi, a circa mezzo metro dalle sbarre, appoggiato al letto a castello; non parla, non saluta, sembra assente, pare che non riesca a sentire ciò che diciamo. I suoi compagni lo chiamano Colombia: non conoscono il suo vero nome (lui non è mai stato in grado di riferirlo) ma ne hanno intuito la provenienza dai lineamenti di indio che si porta sotto ai capelli grigi.

Mentre il vecchio Colombia guarda distante aldilà delle sbarre e i suoi occhi sembrano lentamente accennare un tremolio tenue che si fa sempre più vivo mentre parliamo e l’asmatico racconta senza sosta dei suoi problemi di salute, giunge dal fondo del corridoio dal pavimento grigio e dalle pareti che si sgretolano in calcinacci un detenuto che lavora da piantone. Si dice fortunato per essere riuscito ad accaparrarsi quell’opportunità perché così può passare più tempo da quest’altra parte delle sbarre. La cella di Colombia, dell’asmatico e dell’altro che continua a masticare lentamente e in silenzio in fondo alla cella, è una delle tre o quattro prossime all’infermeria. In queste celle sono detenuti i malati più gravi che in ogni istante potrebbero avere necessità di intervento urgente. Il giovane piantone ha il compito di stare all’erta che non si verifichino emergenze e di dare una mano alla polizia penitenziaria a tenere d’occhio i compagni di chi viene trasferito d’urgenza in infermeria: in mancanza di personale, di agenti di polizia in numero adeguato rispetto al numero di detenuti, questi si prestano a controllarsi a vicenda.

Con un sorriso simpatico e buono, che certamente avrà contribuito a fargli conquistare la posizione privilegiata, il giovane piantone, anch’egli sudamericano, completa il racconto di Colombia: “è delle mie parti, questo signore, ha 77 anni, è stato dentro 3 anni e 4 mesi, vorrebbe tornare a casa…ma che ci fa qui? perché non lo lasciano andare? Non sa parlare l’italiano, non parla neanche in spagnolo. Sono 3 anni e 4 mesi che nessuno gli sente dire una parola. Dovrebbe stare a casa sua,” continua incalzante, “secondo me sta qui perché è stato dimenticato e non è capace a trovarsi un avvocato e perché non riesce a dire una parola. A che serve che stia qui dentro? Perché non lo portano al Consolato e non lo piazzano su un aereo?”

Colombia fa un passo, poi un altro, avanza fino le sbarre con gli occhi lucidi, alza un braccio, che oltrepassa le sbarre, ha le dita grosse e scure di contadino, le porta al petto del giovane compagno sudamericano che sta da quest’altra parte, lui gliela stringe mentre ripropone la sua raffica di domande senza risposta.

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  1. […] vive nella cella di fianco a quella di Colombia. È stato operato di peritonite ad agosto, e una seconda volta a dicembre a causa di complicazioni. […]

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  2. […] per la pittura. Ci mostra i suoi disegni e i suoi dipinti. Vuole regalarne uno a Perduca che dirige la visita ispettiva del primo maggio. Questi chiede se può girare il regalo a Marco Pannella. Danica spalanca la bocca […]

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