un impiegato in favela

Dall’altro lato della finestra: ebola e favelas

In Finestra sul Ponte Lambro, Finestra sulla favela Rocinha, Finestra sulla Sierra Leone on 10 gennaio 2015 at 14:31

Dalla Finestra oggi si parla in inglese, per la traduzione di Globi
“The favela is dangerous, I’ve never set foot there and I never will.”
“I love my place, Rocinha, the largest favela in Brazil.”
“Why don’t they stay in their countries rather than coming here carrying Ebola?”
“If all Italians are like those who cured me I’m sure that I will be happy there.”
Finestra sulla favela narrates similar stories of hope and prejudice towards ‪#‎Ebola and the ‪#‎favelas across different countries.
For the full english version, click this link.
Ed ecco qua sotto la versione in italiano del nuovo racconto della Finestra.

bemvindo a rocinha favela

Brasile, 2012

Teniamolo alla larga, quel favelado, narcotrafficante e ladro, buono a fare gli assalti di notte negli autobus mentre noi torniamo a casa da lavoro. Che bella sarebbe questa città senza tutte quelle baracche sulla collina. Ho il diritto di affacciarmi alla finestra ed essere dispensato da questa vista orribile. La favela è pericolosa, non ci ho mai messo piede e non lo farò mai: parlano  una lingua irritante, sono sporchi, sono approfittatori della società, non sono esseri umani dignitosi, e bisognerebbe cacciarli tutti, o per lo meno si dovrebbe innalzare un muro tutto attorno, in modo che la smettano di rodere il nostro spazio, e di invadere il nostro vivere civile.

Favela Rocinha, 2012

Che belle le stelle di questa notte. Mi piace stare seduta su questa sedia fino a tardi a guardare le stelle mentre mio papà, la mia mamma e mio fratello fanno le patatine fritte a quelli che scendono dall’autobus. Amo casa mia, la favela Rocinha, dove ho molti tios che mi proteggono, e la sera posso stare qui vicino ai miei genitori e al mio fratello grande a contare le stelle, a vedere se si spostano, ad immaginarmi a volare vicino a quelle brillanti tanto da farmi venire la meraviglia, e a quelle più timide che non vogliono farsi vedere, e insieme, quelle brillanti e quelle timide, fanno le forme di draghi cattivissimi e di cavalli, e di colline dalla cima dolce come quelle della mia città, come quella dove si appoggia casa mia. Chissà a che cosa pensano gli abitanti delle altre colline quando guardano la mia, e chissà a che cosa pensano gli  abitanti delle altre stelle mentre guardano la mia. La mia mamma dice sempre che un giorno me ne potrò andare via di qui, che potrò abitare dove voglio, anche su una stella, ed è per questo che di giorno vado alla scuolina e di notte aspetto che lei e papà e il mio fratello grande finiscano di lavorare. Ma io non voglio stare da nessuna parte che non sia qui: questa è casa mia, su questa stella, su questa sedia e sotto le altre stelle.

La Finestra sul Ponte Lambro

La Finestra sul Ponte Lambro

Italia, 2014

Teniamolo alla larga, quell’africano, che se ne stia a casa sua invece di venire qui a portarci l’ebola. Arrivano con i barconi a distruggere le nostre città e a razziare le nostre case. Ho il diritto di affacciarmi alla finestra al mattino, prima di  andare a lavoro, e di trovarmi una vista diversa da questa distesa di putridume, di scarti umani, di tetti di lamiera, di topi, di fogne a cielo aperto. Il mio quartiere era così bello ed è stato rovinato da questo aggregato di avanzi di galera, da questi portatori di ebola.

Sierra Leone, 2015

La cosa che mi è mancata più di tutte quando ero sotto la tenda e mi piegavo dal dolore e la pancia mi esplodeva in fiotti di liquame e di sangue, è stata che volgendo lo  sguardo al cielo mi mancavano le stelle. Adesso mi mancano ancora di più mia madre, mia moglie e mia figlia. Ho venticinque anni e ho dovuto vederle morire tutte. L’ebola ha deciso di risparmiarmi: non so perché. Mi ha lasciato vivo e solo. Sono tornato a casa mia, al confine tra un fiume di immondizia nel quale navigano orde di topi che mangiano i lucertoloni che mangiano gli scarafaggi, e sono tornate le stelle sulla mia testa e sopra il tetto di zinco. Ho la mia Comunità. Ho mostrato loro il certificato che dice che non sono pericoloso perché sono guarito, ma la gente non si avvicina e non vuole toccarmi, e trovare lavoro non è facile, perché tutti sanno dove sono stato. Mi hanno dato il certificato e mi hanno detto che avrei subito lo “stigma”. Non so che cosa voglia dire, ma non può essere peggio dell’ebola. So solo che mi sono ritrovato all’improvviso in una vita diversa da prima. So solo che voglio scrivere la  mia candidatura per lavorare nell’ospedale dell’ebola, perché voglio lottare per quelli che stanno soffrendo come me e perché non muoiano come mia mamma e mia moglie e mia figlia. Ma un giorno finirà l’ebola, e allora riapriranno le scuole. Vorrei tornare a scuola, e forse un giorno potrei diventare un dottore, e potrei andare in Italia, da dove vengono quelli che mi hanno curato. Sono persone speciali e se tutti sono come quelli che mi hanno curato, sono sicuro che lì starò benissimo, e se sarò medico potrò curare loro come loro hanno fatto con me. Per il momento mi affido alla volontà di Dio, e resto con gli occhi puntati alle stelle. Chissà come sono fatte le stelle del cielo italiano, se sono come queste, o brillano di più.

Copertina del Time

Copertina del Time

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