un impiegato in favela

Marea

In Finestra sulla Sierra Leone on 19 gennaio 2015 at 09:50

emergency ebola sierra leone so far so good

È una baia magica: compare e scompare. Questo cerchio desertico tra gli scogli, nel mezzo di due promontori verdi di palme, adesso che è giorno è così, ma quando il sole sornione si ritira, come una figlia poco prima di farsi donna si ingegna per non farsi sentire quando rientra a casa molto tardi, l’onda, l’acqua del mare, invade la sabbia un passo per volta, e ad ogni passo indugia per nascondere al sole che sta tornando dove sa che non dovrebbe.
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Mi chiamo Whisky, perché mio padre dice che sono nato per colpa del Whisky, e che gli piaccio come il Whisky. Quando il sole è quasi calato, e questo cerchio di sabbia si è trasformato in uno specchio d’acqua marina, allora entro in azione io, Whisky. Prendo la mia barca e la metto al servizio del trasporto tronchi. Faccio il marinaio, insomma, o il barcarolo, se preferite. Adesso faccio il marinaio (o barcarolo), ma una volta spaccavo le pietre.

Si parte dai massi, cioè da pietre molto grandi che si sfilano dalla cava. Le si fa esplodere con la dinamite; poi qualcuno spacca i pezzi grandi a furia di martellate per ridurle a pietre di dimensione media, che poi spacca ancora fino a farle diventare pietre piccole, più piccole di un pugno. Si raccolgono le pietre piccole e le si trasportano sulla testa, e le si infilano nei camion, che le portano dove servono. Le pietre piccole si usano per le fondamenta delle case, per costruire sentieri e per battere le strade che percorrono quelli che hanno le automobili. Ecco, io sono stato quel qualcuno che spacca le pietre a martellate. Prima spaccavo le pietre, adesso faccio il marinaio.

Quando la marea si alza, entro in azione io, Whisky. Prendo la barca e trasporto i tronchi dall’altra parte della baia, dove vengono incastonati l’uno nell’altro a formare le impalcature. Non ho fretta, tanto di là i lavori vanno a rilento. Mi piace remare dentro a questa calma. In questo periodo dell’anno il sole è pallido tutto il giorno; al tramonto diventa rosa chiaro e si specchia nell’acqua del mare che è tornata a stendersi sul suo letto. Tra un paio di mesi sarà diverso: si aprirà il cielo e farà più caldo, si prosciugherà e mancherà l’acqua. Dopo altri due mesi, ricomincerà a piovere e le palme respireranno, e con loro noi. Quando è arrivata l’ebola abbiamo camminato su pavimenti intrisi di sangue, ci siamo sporcati dei liquidi dei nostri morti, che nella camera mortuaria trovavamo seduti, seduti perché non se ne volevano andare; ci siamo ammalati, siamo morti, ci siamo trasferiti, altre volte siamo rimasti, alcuni di noi sono sopravvissuti, altri non si sono mai ammalati, altri ancora hanno fatto gli infermieri e le guardie all’ospedale, e un giorno l’ebola se ne andrà via come è venuta. Io continuo a remare, e da dentro la barca guardo quello che succede, e il mare mi protegge; continuo a remare tutti giorni, come sempre, e ogni giorno remo fino all’ora in cui l’acqua di questa baia si ritira nell’Oceano. La sabbia rimane sempre, aspetta sempre, e io aspetto con essa. Aspetto che il cielo arrossisca, che imbrunisca, e che la marea torni alta, allora entro in gioco io, Whisky: è tempo di montare sulla barca a remare.

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