un impiegato in favela

Gli untori

In Finestra sulla Sierra Leone on 12 febbraio 2015 at 17:54

Il volo dopo l'ebola

– Mi scusi, lei…

– Io?

– Sì, lei lei, al posto 11 F… è suo il posto, vero?

– Sì.

– Può venire qui un attimo? Prego signori, per cortesia, facciano spazio in corridoio così il signore può passare… Ha il bagaglio a mano? Sì, lo porti con sé per favore… Ecco, grazie, lei si chiama Marco Loiodice, vero?

– Sì, sono io.

– E sta facendo scalo dalla Sierra Leone, vero?

– Sì. C’era solo un aereo che partiva dalla Sierra Leone per Bruxelles, e io quello ho preso, impossibile sbagliarsi. E ora si torna a casa.

– Bene, bene, allora venga pure, le abbiamo riservato tutta la prima fila.

– Ma grazie infinite! Lo staff di un aereo non mi aveva mai dedicato tanta cortesia…

– Con piacere. Lei ha lavorato in Sierra Leone, vero? Bene, innanzitutto i miei più sentiti complimenti, signore, – mi confidava bisbigliando la hostess che mi aveva ormai preso da parte dagli altri passeggeri che come me si erano imbarcati per Milano, – e poi ecco, ci sarebbe questo modulo da compilare e poi da consegnare in Italia al medico che l’accoglierà. Lei uscirà prima degli altri passeggeri per il controllo, e possibilmente senza farsi notare troppo.

– Bene.

– E, ci sarebbe un’altra cosa… per favore, non dica agli altri passeggeri da dove viene, va bene?

– Nessun problema. Non sarà difficile visto che non ce ne sono nella mia fila. Sarò una tomba. La maglietta la tengo indosso però.

emergency ebola treatment centre proudness

– Che è successo? Si può sapere qual è il problema? – Chiese una signorina tra quelli del personale dell’aeroporto che, con la divisa catarifrangente che luccicava, dopo l’atterraggio, accorsero appena all’uscita dell’aereo, dove un giovane medico mi prendeva la temperatura.

– Non adesso, dopo. – Rispose con qualche impaccio il cortese steward che assisteva il medico.

N.d.a. Si ha paura di ciò che non si conosce, e, secondo la mia percezione, in Italia l’ebola è conosciuta come una terribile malattia che si ha paura possa essere importata in qualche modo; ma quale sia la forma di contagio e in che cosa consista, in quanti lo sanno? Ma tutti ne hanno paura. Ecco una personale nota informativa sull’ebola che non ha la pretesa di essere esaustiva o tecnica, ecco come l’ha capita un semplice cooperante che non è medico né infermiere.

Solo un paio di punti chiave: una persona  portatrice del virus è contagiosa solo dopo che gli viene la febbre. Prima può presentare altri sintomi terribili quali stanchezza, dolori, diarrea e vomito con sangue. Ciò implica che quando uno ha contratto l’ebola non passa inosservato. D’altra parte, una persona che si porta in corpo il virus – e, per la cronaca, non è il mio caso, – e non ha ancora la febbre non può ancora contagiare nessuno. Quindi un’accortezza come la periodica e coscienziosa misurazione della temperatura corporea previene il contagio e mette al sicuro gli altri.

Per il resto ho avuto modo di apprendere che l’ebola parte dai pipistrelli, si estende alle scimmie e all’uomo per mezzo della condivisione di liquidi corporei. Per esempio, è a rischio di contagio una persona che trova e mangia un frutto già morso da un pipistrello portatore del virus. E sì, perché può capitare, che qualcuno morda un frutto già morso da un pipistrello; può capitare quando una persona vive in condizioni di estrema povertà e di carenza di norme igieniche: questa persona a volte mangerà i frutti che trova per terra.

Ma la paura di un virus che non si conosce e che viene strumentalizzato può indurre emarginazione, e la Finestra è stata aperta proprio per raccontare e per far conoscere, contro l’emarginazione da pregiudizi. Anche per questo, nei prossimi giorni, affacciandosi alla Finestra, si presenteranno alcuni sierraleonesi che il virus dell’ebola hanno conosciuto molto da vicino, avendo visto trapassare per causa di esso molti figli, amici e familiari (a migliaia), e che, nonostante ciò, hanno deciso di lavorare nel magazzino o al cancello o nell’infermeria o nel reparto di un centro di cura dell’ebola. Dopo che si saranno presentati, per esempio, Momoh, Lauretta e Mr. Mohammed, la Finestra sulla Sierra Leone si chiuderà (per il momento) con l’ormai consueto racconto della staffa, il racconto della saidera.

Un veleno squisito istantaneo, penetrantissimo, eran parole più che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti, di bava e di materia d’appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovare di sozzo e d’atroce. Vi s’aggiunsero poi le malie, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà. Se gli effetti non s’eran veduti subito dopo quella prima unzione, se ne capiva il perché; era stato un tentativo sbagliato di venefici ancor novizi: ora l’arte era perfezionata, e le volontà più accanite nell’infernale proposito.

(Alessandro Manzoni)

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  3. […] ai compagni di viaggio e a tutti gli amici che sono rimasti affacciati alla Finestra. Un abbraccio dagli untori. Alla […]

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