un impiegato in favela

Lauretta

In Finestra sulla Sierra Leone on 16 febbraio 2015 at 10:59

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Non che la mia terra sia più così, non che l’abbia mai vista così. Oggi le nostre case hanno i tetti di zinco e i rivoli che sfociano nel mare immenso sono soffocati dalla plastica. Non che abbia ricordi di bambina, ma com’è lo scenario tradizionale della mia Africa lo so.

Le nostre case erano fatte di foglie di palma, di fango e di legno. Erano piccole e dignitose. Non che oggi non lo siano, ma sono molto calde perché lo zinco scalda e ci sono poche fronde a fare ombra. Le strade erano sentieri che si percorrevano a piedi; oggi sono enormi. Alcune sono asfaltate, altre no, e vi scorrono mezzi enormi che trasportano massi neri e pietre più piccole, alzando nuvole di polvere rossa che restano sospese per ore. Nel panorama tradizionale della mia Africa, le palme, le mangrovie, l’albero del pane, i baobab, enormi, si intrecciavano a metà tra il cielo e la terra e disegnavano con i rami fitti figure di animali mitologici per noi che le osservavamo da terra, e forme di esseri umani esotici per le aquile che volteggiavano lassù in alto. Le palme, le mangrovie, l’albero del pane, i baobab ci davano ombra e cibo; noi pestavamo le foglie nel mortaio e setacciavamo i semi con rispetto. Le palme, le mangrovie, l’albero del pane, i baobab ci sono ancora, ma ce ne sono meno: hanno lasciato spazio alle cave di diamanti. Ora di diamanti se ne trovano meno di qualche anno fa e, chissà, forse, se continua così, un giorno le strade enormi torneranno a stringersi in sentieri, lo zinco cederà al legno e la foresta tropicale tornerà ad abbracciarci. Intanto è arrivata l’ebola.

Un giorno mi sono trovata davanti al cancello dell’ospedale in costruzione e un bianco ha puntato il dito verso di me. Sono entrata e ho cominciato a lavorare in un magazzino, thanks sir! Facevo l’insegnante, prima che chiudessero le scuole, e so contare e so usare la penna per scrivere. Ho anche le braccia forti, e posso fare il lavoro che fanno gli uomini. Così ho fatto senza fiatare; ho lavorato e mi sono guadagnata da vivere. Lo stipendio andava bene per me e per la mia famiglia, thanks sir! Poi il capo del magazzino ha commesso un errore grave ed è stato mandato via. Avevo osservato come si faceva il capo del magazzino e sono stata scelta a spalleggiare Momoh. Lui  mi ha insegnato in due giorni tutto quello che dovevo fare e sapere, a contare i saponi, i detersivi, le penne, le tute a protezione totale, a contare fino a cinquecento articoli diversi in un magazzino di duecento metri quadri, a registrare tutto, a fare in modo che gli infermieri, i medici, gli igienisti che entrano in zona rossa e quelli che restano in zona verde abbiano ciò di cui hanno bisogno… thanks sir!

Sarò sempre riconoscente a chi mi ha assegnato questo ruolo di responsabilità: donna per la prima volta a capo di quindici uomini, e mi sono fatta rispettare, thanks sir! Vorrei trovare un modo migliore di dimostrare la riconoscenza che provo per tutto quanto di bello mi è successo, vorrei esprimere in pieno ciò che provo, ma, quando sono lì per farlo, sento che le guance mi si infuocano, le parole mi si intrecciano come rami di baobab e mi esce solo: thanks sir! Allora ho deciso di farti un regalo. La cosa più bella che ho: il disegno di come eravamo prima che cominciasse tutto questo, il panorama tradizionale della mia Africa per come so che era. L’ho disegnato e l’ho colorato con semi, briciole e granelli di sabbia tenuti insieme con la resina. Eccolo, spero che ti piaccia.

Ho perso i miei figli, le mie madri, i miei padri; ho perso la mia casa e i miei amici, ho perso i miei fratelli, a migliaia. La guerra era finita e pregavamo insieme un solo Dio alternando preghiere mussulmane e cristiane, ottenendo il nostro nutrimento dal mare e dalle sue divinità; poi, un giorno, un bambino o un giovane (siamo tutti giovani) ha raccolto un frutto per terra e l’ha morso, e si è scatenato l’inferno. Alcuni di noi sono sopravvissuti, alcuni di noi si sono messi a lavorare, e io sono tra quelli.

Ho disegnato il ricordo che mi sono costruita da sola per non aver mai potuto viverlo; ho disegnato la mia Africa, quella di prima dei diamanti, di prima dell’ebola, della foresta tropicale ricca e misteriosa, degli intrecci dei rami, delle mangrovie, dei setacci e dei sentieri, e dei fiumi e del mare limpidi. Ho fatto questo disegno e lo regalo a te, uomo bianco o donna bianca affacciato o affacciata alla Finestra. I nostri destini si sono incrociati come i rami del baobab, e ora mi conosci. Mi chiamo Lauretta. Thanks sir, thanks ma’.

N.d.a. Tremate, sono tornati gli untori. Dopo che si saranno presentati, per esempio, Momoh, Lauretta e Mr. Mohammed, la Finestra sulla Sierra Leone si chiuderà (per il momento) con l’ormai consueto racconto della staffa, il racconto della saidera.

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  1. […] così: Come stai? Dove vai? Una storia che ha incrociato gente importante, quali Mr. Mohammed, Lauretta e Momoh, e decine di altri splendidi esseri umani come […]

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