un impiegato in favela

In tre senza il casco

In Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 12 maggio 2015 at 00:48

In tre senza il casco (2)Da quando sono tornata a scuola, dopo tanto tempo che non ci si poteva andare perché c’era l’ebola, mi piace che posso andare di nuovo sul motorino. Usciamo da scuola io e mio fratello piccolo Abdul e c’è la mamma che ci aspetta. C’è traffico e fumo, dalle parti della Lumley Junction, di fronte al distributore di benzina grande. Passano camion scassati stracolmi di sassi e di uomini che li sistemano con la vanga, e altri stracolmi di uomini che ti guardano ammassati come i sassi, e passano i poda poda, che sono i furgoncini che danno i passaggi alla gente.

Stanno tutti in fila ad aspettare il prossimo poda poda perché i poda poda si riempiono velocemente e la gente ci si stringe dentro. I poda poda mi piacciono perché ciascuno ha una scritta diversa: chi dice che Allah è grande, chi dice che è grande Gesù, e ciascuno di questi chiede all’uno o all’altro di proteggere i passeggeri, l’autista e il furgoncino, un po’ tutto insomma. C’è chi ti esorta a tenere duro, chi dice che sconfiggeremo l’ebola, e infatti ci siamo quasi riusciti, anche se così non è stato per tutti. I poda poda mi piacciono per questo ma non mi piace quando ci si stringe dentro in tanti. Per fortuna la mamma ci fa prendere l’okada, che è la moto che dà i passaggi alla gente. La mamma ci accoglie, ci abbraccia, ci tiene le cartelle sulle sue spalle e noi montiamo sull’okada: Abdul si mette davanti al motociclista, accovacciato sul serbatoio della benzina, e tiene stretto il manubrio come se fosse un motociclista grande, mentre io sto dietro, e più dietro di tutti ci sta la mamma, e quando è salita anche lei, si parte! Stiamo stretti ma almeno si prende molta aria, specialmente mentre viaggiamo lungo la spiaggia di Lumley, e poi su per la Spur road, fino a dove finisce la strada, e sulla via da dove si vede tutta la città, e in mezzo c’è un cerchio enorme che è lo stadio, e più in fondo il mare e, piccole anche se sono enormi, le navi arrugginite che secondo me affonderanno presto, e i tetti delle case che stanno sotto alla strada, e i divani che vengono venduti all’ombra della chioma degli alberi, e i cagnolini che si inseguono l’uno con l’altro e si scostano impauriti al passaggio del motore. Mi piace tantissimo prendere l’aria e sentire gli scossoni che ti pigliano quando la strada è rotta; e mi piace quando l’okada fa il filo al bordo della strada e ci si deve fare coraggio a sbirciare di fianco, dove la collina precipita come se di sotto non ci fosse nulla, e mi piace fare lo slalom tra i camion, le altre moto, le auto, e qualche volta mi piace guardare in alto e allora sembra che tutto vada più lentamente, e infatti, quando guardi in alto, tutto si muove lentamente, tutto si muove lentamente come le nuvole. Chissà quando arriverà la pioggia, quest’anno, quella che scroscia improvvisa come se ti fosse precipitata addosso una nuvola. Allora sì che ci sarà da divertirsi a guidare l’okada.

Non ci si ferma mai con la moto perché con la moto si possono fare tantissime cose: ci si trasportano tubi lunghi più di venti metri, bottiglioni d’acqua all’andata vuoti e al ritorno stracolmi, ceste di pesci, cartelle e bambini che escono dalla scuola, e, qualche volta, quando è necessario, ci si trasportano pure i porci.

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