un impiegato in favela

Il mare è mio, il mare è di tutti

In Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 15 maggio 2015 at 10:14

sierra leone, il mare è tutto mio, il mare è di tutti

L’altro giorno, dove la schiuma delle onde si confonde con la sabbia, un opoto si è preso una Star da quella della Lumley beach, quella che se ne sta tutto il giorno sdraiata per terra sulla sua stessa ciccia, con il suo sposo e il suo amante che vivono insieme a lei sotto a tre metri quadrati di zinco ondulato.

Con loro c’è anche una cuginetta, una alla quale piace il mare. Alla cuginetta piace il mare e a me piace lei. Mi piace quando ha gli sbalzi di umore buono e dice di essere libera, e non lo dice con le parole, lo dice sguazzando senza freni nelle onde dell’Oceano. Mi piace guardarla mentre infrange le onde dell’Oceano ed è come se potessi farlo anch’io, ed è come se potessi essere libero come lei.

L’altro giorno, mentre l’opoto se ne stava appoggiato allo scoglio in fondo alla spiaggia con la sua Star, io restavo appoggiato come sempre, all’ombra del Sunset Kingdom, sulla mia sedia a rotelle, e osservavo la cuginetta di quella che se ne sta a vendere birre sdraiata sulla sua stessa ciccia: ecco che cosa facevo.

All’inizio la cuginetta si è portata in mare la palla colorata e ha preso a lanciarla contro alle onde, e rideva, gridava e rideva, e alzava le braccia al cielo, e si lasciava corteggiare dalle onde; poi, ha preso ad accarezzare il manto del mare con il pareo colorato, e sbeffeggiava le onde, il sale marino e tutte le altre creature che si accalcavano sott’acqua: non posso dirlo con certezza, ma secondo me, vicino alle caviglie e alle dita dei piedi, lì vicino si accalcavano le creature, e le facevano il solletico.

Devo confessare di non aver fatto a meno di notare che la sua gonna e la sua maglietta, le solite (credo che abbia al massimo due gonne e una maglietta), erano fradice, ed era come se non le portasse affatto, ed era come se non le importasse affatto, che si potessero distinguere in modo chiaro i lineamenti del suo corpo. Sembrava una scultura di legno scuro cullata dall’Oceano. Era felice, la cuginetta di quella strana che con il suo sposo e il suo amante vende birre sulla Lumley beach; felice di essere tornata alla sua natura originaria di sirena, dopo mesi che non aveva potuto lasciarsi andare ad essere viva tra le onde.

L’opoto ha finito la Star, si è alzato e se n’è andato. Lei ha continuato a volteggiare da sola tra le onde, come se volesse dire che il mare è di tutti, ma qualche volta, anche solo per qualche istante, tutto suo.

Per quanto mi riguarda, io sono rimasto qui come sempre, sulle mie ruote, all’ombra del Sunset Kingom. Aspetto che tornino il whiteman e la whitewoman ad offrirmi un’aranciata e una sigaretta, e a fissarmi stralunati mentre canto. Mi fissino come vogliono, se posso avere un’aranciata. Forse, nell’attesa, scriverò una canzone sul mare. Una canzone che fa così: “Mare, restituiscici quello che ci hai tolto!”

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