un impiegato in favela

Quanto ho avuto modo di apprendere finora sull’ebola

In Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 18 maggio 2015 at 08:33

Piccolo spazio informazione

Anche a seguito di certi pensieri altri e di una risposta, e dei recenti fatti di cronaca e di reazioni di vario genere, sarà forse il caso che la Finestra, nel suo piccolo, provi a dare un contributo di informazione sull’ebola. Provo a mettermici io che – si tenga presente – non sono né medico né infermiere; ma mi sono informato, ho studiato, e ho lavorato e lavoro in Sierra Leone ai tempi dell’ebola, prima per tre mesi nella logistica di un centro di ricovero e trattamento, con qualche responsabilità nella definizione e nell’esecuzione delle procedure di sicurezza; adesso al coordinamento di un progetto di protezione dell’infanzia colpita dall’ebola.

Se qualche lettore vorrà aggiungere, correggere, o anche solo chiedere, sarà il benvenuto. Lo scopo di questo articolo è che l’ebola possa rappresentare per chi se ne interessa qualcosa di diverso da una malattia brutta brutta che magari può arrivare a colpire anche me attraverso i barconi, o a causa dell’irresponsabilità dei cooperanti che vanno in giro a fare gli eroi e tornano a casa a contagiarci tutti.

virus ebola - da BBC news

Sulle modalità di contagio. Allora, per quanto ne so, funziona così: il contagio di ebola avviene a seguito di scambio di liquidi fisiologici, tipo sangue, saliva, sudore, sperma e liquidi vaginali contaminati dal virus (esempio, per trasmissione sessuale, per scambio di sangue infetto, per ingestione o contatto con una ferita o con gli occhi di liquido contaminato). Il virus comunque non resiste per molto fuori da un organismo vivente (a meno che non venga conservato con apposita tecnologia, naturalmente), e viene neutralizzato da una soluzione di acqua e cloro al 0,05%, dall’alcol e da sufficiente esposizione a raggi UV (anche al sole).

I centri di cura dell’ebola sono organizzati in zone differenziate per misure di sicurezza: bianca, verde e rossa. Nella “zona rossa” ci sono i pazienti affetti di ebola; quindi, oltre ai pazienti, c’è l’ebola. Il personale medico e tecnico ci entra seguendo una rodata e approvata procedura di vestizione di una tuta di protezione totale, che evita il contatto diretto pelle a pelle tra il personale e il paziente. Evitando il contatto, si abbatte il rischio di contagio per il personale. A proposito del personale, esso è composto da almeno cinquecento persone per ciascun centro da cento posti letto, per un totale – nella recente occasione – di una quindicina di centri solo in Sierra Leone. Nei momenti di picco dell’epidemia, si sono fatti ogni giorno dai centocinquanta ai duecento ingressi in zona rossa: entra esci, esci entra, vestiti svestiti, lavati le mani, lavati sempre le mani. Il rischio che il personale corre, specialmente il personale medico, deriva dagli incidenti che possono verificarsi: si rompe un guanto o un’altra parte della tuta mentre sei sporco dei liquidi di un soggetto positivo, e il virus raggiunge una zona sensibile (e.g. occhio, bocca, graffio sulla pelle). In questo caso, se l’operatore si è accorto di quanto accaduto, chiederà soccorsi e sarà soggetto ad una procedura di sicurezza ad hoc; potrà essere messo in isolamento e sottoposto al test. Certo, può capitare che l’incidente avvenga senza che l’operatore se ne accorga. In ogni caso, un soggetto diventa contagioso solo esclusivamente quando il virus ha concluso il periodo di incubazione (21 giorni al massimo, di solito 7 giorni) e non prima della comparsa dei sintomi (e.g. 38 di febbre, vomito e diarrea emorragici, dolori muscolari, mal di testa).

Quindi, la scienza ci dice che se incontri me che sono stato in Sierra Leone, anche a lavorare dentro a un centro di cura dell’ebola, e se, qualsiasi cosa mi sia successa, non ho la febbre, anche se dovessi portarmi il virus in corpo, non rappresento in nessun modo un pericolo per te. Peraltro, è proprio sulla base di questo principio che si lavora in sicurezza sul campo: misuri la temperatura corporea ad ogni ingresso in ospedale, nelle abitazioni, in qualsiasi locale pubblico. Se non hai la febbre, non rappresenti un pericolo; se ce l’hai, non accedi e vieni sottoposto alla procedura di sicurezza. Per questo quando un cooperante torna a casa, non deve fare altro che eseguire l’auto-monitoraggio della temperatura per 21 giorni e, se i sintomi non si manifestano, o fino a che i sintomi non si manifestino, non rappresenta un rischio o un pericolo per nessuno. Non serve quarantena (che poi originariamente sarebbe definita come un periodo di 40 giorni, non di 21); non serve isolamento a meno che non si manifesti un sintomo. Se a me cooperante tornato a casa venisse la febbre, magari anche solo per una banale influenza, o magari perché magari mi fossi beccato la malaria, mi toccherebbe farmi isolare in attesa dei risultati del test ebola, e sarebbe giusto così.

In parole povere, la probabilità di prenderti l’ebola da me senza febbre o da qualsiasi sierraleonese, liberiano o guineano senza febbre è nulla (per non parlare dei nigeriani che hanno avuto un focolaio limitato a qualche caso e poi più niente, per non parlare degli altri africani che l’ebola non l’hanno vista per nulla). Questo è un fatto scientifico. Se non credi al metodo scientifico, se la pensi del tipo “non si sa mai, poi magari all’ultimo si scopre che non era così, meglio star lontani”, questo è un altro discorso; ma allora ti consiglio di cominciare a tutelarti, oltre che dagli africani e dai cooperanti, anche da personaggi ben più pericolosi, quali streghe, vampiri, orchi e presunti tali.

L’infermiere che è stato contagiato, come il medico che era stato contagiato, hanno seguito la procedura della quale erano e sono consapevoli, e così non hanno messo a rischio nessun individuo.

Detto questo, sperando che ora tu sia più tranquillo rispetto al rischio di prenderti tu il virus (e, scusami, in questo caso non parlavo certo con te che da questo panico non sei mai stato preso), vorrei anche farti sapere che da un rapporto di Street Child, agenzia accreditata che da anni lavora in Sierra Leone, l’ebola, solo qui, ha reso orfani più di 12.000 bambini (di età media di 9 anni), il che a occhio e croce fa probabilmente almeno 20.000 morti, adulti e bambini, solo in Sierra Leone. Per non parlare delle scuole chiuse per mesi, degli effetti post-malattia che i sopravvissuti si porteranno addosso per anni e forse per tutta la vita, delle aziende chiuse per mesi e dei conseguenti calo della produzione e aumento della disoccupazione; dell’immagine distrutta di un Paese meraviglioso, potenziale paradiso turistico, popolato per metà da mussulmani e per metà da cristiani che condividono gli uni le celebrazioni degli altri; un Paese che era già in ginocchio a causa della decennale guerra civile causata dai giochi di potere legati ai diamanti (richiesti dai Paesi dell’Occidente); per non parlare dell’innesco del ciclo vizioso che porterà all’aumento della fame, della povertà e del rischio di nuove epidemie, mentre i riflettori si spegneranno e i finanziamenti caleranno.

Si ringraziano Emergency e Coopi per avermi dato la possibilità di lavorare in questo contesto e di capirne qualcosa in più.

Dubbi? Domande? Divergenze di opinione? Sono le benvenute.

Un'opinione. Questa volta ci metto la faccia.

Sull’ebola. Ci metto la faccia (con maschera)

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  1. […] sempre momenti sereni. A casa mia nessuno sapeva niente del virus, e non bastava che riferissi qualcosa che avevo imparato. Tutti avevano paura, una paura oscura, grigia, come nebbia. La gente se la prendeva con chiunque […]

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