un impiegato in favela

Royal International Vocational Institute

In Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 30 maggio 2015 at 19:47

Royal International vocational institute Waterloo

Vivo a Waterloo, una delle più antiche comunità di Salone, fondata dagli ex-schiavi liberati che tornavano a casa molte centinaia di anni fa (così mi hanno detto a scuola), poi campo profughi dei liberiani che fuggivano dalla guerra (anche questo me l’hanno detto a scuola), e poi dei sierraleonesi perseguitati dal RUF (questo me lo ricordo perché io ero piccola ma io e la mia famiglia eravamo tra di loro). Le strade di Waterloo non sono come quelle di città: non hanno asfalto, sono coperte di terra rossa, che nei mesi invernali si secca e si lascia trasportare ovunque dal vento, perfino nelle orecchie e tra le trecce fitte, e adesso che è arrivata la stagione delle piogge, assieme all’acqua copiosa forma laghi di fango. Le case di Waterloo non sono come quelle di città: ce ne sono di mattoni e di legno, ancora in costruzione e antiche e tutte rotte, e sono bene organizzate in fila una di fianco all’altra con uno spazio attorno a ciascuna per chi può farsi l’orto. Alcune non hanno l’acqua, non hanno l’elettricità e ci vivono i poveri. Di tanto in tanto spunta da dietro un angolo il campanile di una chiesetta che si staglia verso il cielo. Tutto è immerso tra le palme, i manghi e i grovigli dei baobab.

Laggiù in fondo, lungo la Pike Street della comunità di Egbo Town, c’è il centro dove faccio il doposcuola. Oggi è stato un giorno bellissimo perché si è fatta la festa di inaugurazione dei prossimi corsi. Eravamo tantissimi, bambini e ragazzi e ragazze più grandi. Impareremo a organizzare celebrazioni proprio come questa, saremo sarti per fabbricare gli abiti con cui ti vesti, parrucchieri per fare treccine colorate bellissime, fabbri per costruire il cancello che ti fa sentire più al sicuro, muratori per costruire la casa dove abiti, falegnami per arredarla, camerieri per servirti. C’erano molte persone importanti e strane che hanno parlato. C’era il direttore, poi uno del ministero, e poi c’era un autentico buffo whiteman in carne e ossa. Parlava con un accento strano che poi ci ha spiegato essere quello di un italiano. Ha provato a dire qualche parola in Krio con pessimi risultati e ci ha fatto ridere, e ci ha fatto sentire il suono dell’italiano, che deve essere una lingua difficile perché non ho capito niente. Ci ha detto che se impariamo l’italiano, dopo, se vogliamo, possiamo scegliere di andare in Italia. Ci ha insegnato a dire “ciao” per salutare, e non è stato difficile. Ci ha detto che possiamo costruire il nostro futuro, la nostra vita, come ci pare, se studiamo, e spero che sia vero. Poi abbiamo cantato e abbiamo ascoltato i bambini colpiti dall’ebola che saranno nostri compagni. Una bimba ha fatto la lista dei diciotto familiari che ha perso: la madre, il padre, il fratello, una sorella piccola, zii e cugini. Li ha nominati uno a uno con voce alta e il ritmo lento di una nenia, scandendo ogni sillaba come chi prega credendoci davvero, e le nostre lacrime si sono confuse con il sudore di una giornata calda. Anche lei ha preso l’ebola ma si è salvata, e quest’anno sarà mia compagna al Royal International Vocational Institute.

Alla fine dei discorsi abbiamo potuto prendere da un cestino dei lecca lecca buonissimi per regalarli a chi volevamo tra i compagni o chi ha parlato. Io ne ho presi tre: uno l’ho dato al whiteman, l’altro alla bimba sopravvissuta all’ebola, e il terzo l’ho regalato a me.

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