un impiegato in favela

OPOTO!

In Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 16 giugno 2015 at 08:33

Da Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno, di Un impiegato in favela
opoto

Trotterellavo, giocherellavo, sbrigavo le mie incombenze quotidiane, me ne stavo al negozio della mamma e aspettavo che lei finisse di lavorare, quando all’improvviso mi sono imbattuta nella meraviglia più misteriosa della mia vita: una mano… non una mano normale, come la tua, come quella della mamma o dello zio o del fratello grande. Una mano diversa. Me la sono trovata proprio davanti agli occhi. Ho afferrato quella grande strana mano, ho piegato le lunghe dita, e si piegavano proprio come le mie, tutte quante: dall’indice al mignolo, e pure il pollice. Ho provato con il polso, e si piegava pure quello, sia in un verso che nell’altro, proprio come il mio. Le nocche erano grandi, e sporgevano più o meno come quelle dello zio, o del fratello grande. Non riuscivo a capire quale fosse la caratteristica che mi rendeva quella mano così tanto strana. La osservai ancora per un po’, provai a chiedere consiglio alla mamma, ma quando mi voltai verso di lei, la trovai che mi guardava ridendo. Mah. Mi voltai di nuovo verso quella grande mano speciale. Era… non so come dire… ecco! Eco cos’è che c’era! Era bianca, bianca e rosa. Sì, doveva essere questo. Sì! E infatti non sai che cosa è successo quando l’ho girata! Sono rimasta a bocca aperta. Sotto, sul palmo, la mano era ancora più rosa, rosa come i fiori rosa chiaro, come certe macchie che si intravedono in cielo quando le nuvole annunciano la luna e il sole va a farsi il bagno a mare. Per la mamma pareva che fosse tutto normale perché continuava a ridere; ma a me quella mano era parsa la cosa più straordinaria della mia vita. Dopo averla studiata, e girata e rigirata, ho deciso di alzare la testa e finalmente ho capito: era la mano di un… opoto!

Giocherellando e trotterellando in una giornata qualsiasi, mi sono ritrovata di fronte al primo opoto della mia vita. Sono rimasta a bocca aperta: “è fatto così, allora, il famoso opoto?! Ed ecco come è fatta la sua mano!”. Lui, l’opoto, mi guardava e sorrideva. Così ho preso fiato e coraggio e, sillaba dopo sillaba, gliel’ho scandito temeraria fissandolo negli occhi: “o… po… to! OPOTO!”. Hanno riso tutti e allora è venuto da ridere pure a me e non sono neanche più riuscita a trattenermi. Poi sono accorsi a guardare l’opoto tanti altri bambini; sono accorsi tanti e dispettosi come una mandria di caprette, un intero pascolo, e non sono riuscita più a guardare il mio opoto da vicino. Me ne sono rimasta a parte a ridere, tanto che non riuscivo a fermarmi, e ancora adesso, quando ripenso alla mano dell’opoto, mi sbellico dalle risate!

Un impiegato in favela

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