un impiegato in favela

L’uomo che guarda

In Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 8 luglio 2015 at 09:53

Da Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno, di Un impiegato in favela

In occasione di un matrimonio celebrato ai tempi dell’ebola, ho incontrato un amico che avevo conosciuto qualche tempo prima. Dalla Finestra si era già scorta la sua storia. Vorrei raccontarla mille volte ancora. Eccola qui, appena per la seconda volta.

Lookman

Sierra Leone, Paese di pesca, palme, baobab, mangrovie, aquile, champion, mango fly, falchi e avvoltoi. Il popolo sierraleonese prega, prega un solo dio: i cristiani condividono la moschea nella preghiera del venerdì, i musulmani partecipano alla messa della domenica; insieme in un solo ballo, in un solo canto. Un bimbo corre felice con un pesce più grande di lui tra le braccia, attraversa la strada asfaltata, si lancia lungo una scoscesa strada sterrata; nella penombra delle palme, dei banani e dei manghi, imbocca un groviglio di sentieri infangati, continua la corsa, attraversa il villaggio, si catapulta dentro a una casa dal tetto di zinco senza porte e senza finestre; appoggia il pesce sul tavolo di legno. Vede una bottiglia. Ha sete, l’afferra e ingolla una sorsata. Lo travolge un bruciore forte, il dolore più forte mai provato, tra i denti, in gola e nello stomaco. La sua vita non sarà più come prima. Se sopravvivrà, la sua vita cambierà per sempre.

La prima volta che incontrai Lookman fu all’ospedale chirurgico di Emergency: me lo presentò Sara dopo che l’epidemia di ebola era calata e i posti di blocco tra un distretto e l’altro, tra una comunità e l’altra, erano stati rilassati. Prima di allora, per molto tempo non aveva potuto spostarsi, e il posto di blocco avrebbe potuto essergli fatale: quando sei piccolo e hai la bocca serrata dalla soda caustica, devi sottoporti a costanti controlli e trattare un raffreddore come un virus letale. Sara, da primario dell’ospedale di chirurgia, non avendolo visto per molto tempo, aveva pensato al peggio. Ma suo padre si era preso cura di lui e il bimbo aveva dovuto solo aspettare che fosse possibile varcare i confini dei posti di blocco per tornare ai suoi periodici controlli.

La prima volta che lo vidi, i suoi occhi grandi si incrociarono con i miei da lontano.

– Lookman, sabi him? Lo conosci questo ragazzo, Lookman? No eh? È nuovo? – gli chiese Sara.

Gli occhi sorpresi ed emozionati del bimbo si illuminarono. Dopo aver trovato l’approvazione della mamma, alzò il braccio al cielo, poi la mano e il dito indice; poi seguì il dito con gli occhi. Dopo aver raggiunto il punto più alto, lasciò cadere con dolcezza lo sguardo, poi il dito, poi la mano, poi il braccio, in un elegante accenno di inchino. I suoi occhi sempre più vivi rivelarono che era felice di incontrarmi e che aveva molta voglia di giocare con me. Mentre si allontanava verso altri impegni, i suoi occhi grandi e luminosi si voltavano a salutarmi, il suo viso annuiva, abbassando e alzando e abbassando il mento e la fronte con gesti chiari, veloci ed eleganti. Il mio viso continuava a seguire il suo in una danza giocosa di gesti. Lookman ripeteva il suo saluto ed io lo seguivo. Me lo sono portato a casa, a Ponte Lambro, il ricordo di lui, e l’altro giorno in occasione della consacrazione di un amore ai tempi dell’ebola, l’ho incontrato di nuovo. Mi ha riconosciuto subito. Mi sono chinato ad abbracciarlo e lui ha abbracciato me, e mi ha consolato facendomi carezze sulla testa. Durante la celebrazione, lui in prima fila io più indietro, di tanto in tanto si voltava a ripetere il rito del saluto, dei gesti e degli sguardi. Ci teneva anche a mostrare, indicando ora qui ora là con il dito, che la sua camicia aveva proprio la stessa fantasia e gli stessi colori della mia e di quella di altri ospiti.

Qualche anno fa, al termine di una violentissima guerra civile, la Sierra Leone fu colpita da un’epidemia di colera. Fu montata una campagna internazionale perché la gente potesse avere il sapone e potesse fabbricarlo da sé. Fu così che sui tavoli di molte case sierraleonesi dal tetto di zinco senza porte e senza finestre giunse la soda caustica. Capitava qualcosa di simile anche nell’Italia di qualche anno fa, con la candeggina e con altri detersivi, e di tanto in tanto capita ancora adesso. Ma in Sierra Leone la soda caustica è una delle principali cause di trauma infantile, e nei nostri giorni continua a sigillare bocca, gola e stomaco di molti bimbi. Dall’istante in cui questo flagello giunge a cambiare la loro vita, si ritrovano a dover nutrirsi per mezzo di un tubo applicato direttamente allo stomaco attraverso un buco nella pancia, respirano con difficoltà, non parlano. Periodicamente è necessario infilare nelle narici di questi bimbi un filo di nylon, tipo quelli da pesca, per ripulire e riaprire le vie respiratorie e digestive prima che si cicatrizzino. Per curare questi bimbi sarebbero sufficienti due operazioni chirurgiche semplici, semplici sulla nostra riva, impossibili in Sierra Leone. Per prevenire sarebbe sufficiente il blu di metilene: se la soda caustica fosse blu, sarebbe facile spiegare ai bimbi e agli adulti che tornano a casa dopo una corsa dal mare con un pesce tra le braccia: da questa bottiglia si beve, da quest’altra, quella blu, no. Niente più bocche serrate.

Questo racconto è dedicato a Lookman e a tutti i bimbi e le bimbe come lui.

Ecco, ti presento il mio amico Lookman.

Un impiegato in favela

Chi è che sta in favela?

Finestra su cosa?

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