un impiegato in favela

Per due sacchi di riso

In Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 31 luglio 2015 at 19:36

Da Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno, di Un impiegato in favela

per due sacchi di riso finestra sulla favela

Di solito preferisco che la Finestra non racconti ciò che capita in ufficio, per rispetto verso i colleghi e il datore di lavoro, e perché trovo che ne derivino storie noiose per chiunque che non sia direttamente coinvolto. Ma ciò che è successo in questi ultimi due giorni devo lasciarlo andare: un soffio su una manciata di parole a caso, e che esse prendano il volo fuori dalla finestra.

Ci sono luoghi, in Sierra Leone, che raggiungi attraversando file di lamiere di zinco e assi di legno incastonati l’uno nell’altro. Oltre la palude che calma le onde furiose dell’Oceano e le accompagna ad accomodarsi placide tra le mangrovie, e a confondersi con la melma, e infine a liquefarsi in polvere; oltre la strada ora asfaltata, ora buche, rivoli di fogna e impasto di escrementi e fango; oltre la fila di baracche che ospitano abitazioni, parrucchieri, sarti, officine di moto e rivenditori di assi di legno e ferramenta, commercianti di buste di plastica e cancelleria, piccoli banchetti di corpi di pollo e pesce giacenti l’uno sull’altro in penombra, a lume di candela, sfiniti dall’ardore della piastra; oltre i negozi di DVD e dischi, che la sera alzano il volume e mostrano un film ad una piccola folla immobilizzata dalla meraviglia; oltre la strada, oltre il mercato, tra le distese di fango interrotte dalle palme che si stagliano a indicare il cielo, e finiscono per ripiegarsi al suolo, vivono comunità di donne, uomini e bambini che negli anni sono stati martoriati dalla guerra e dalle epidemie, e che escono decimate dall’ultima atroce condanna senza processo.

– Ma lo sai da quanto tempo questa gente non vedeva un sacco di riso? – Mi ha chiesto con domanda retorica, alla fine di due giornate estenuanti e strepitose, un amico, padre Maurizio, che ha passato gli ultimi vent’anni in Sierra Leone, a tirare su bambine e bambini torturati e violentati dalla guerra. – Vedi? Questa ragazza l’ho incontrata per la prima volta che aveva 9 anni. Aveva un occhio che le penzolava giù dall’orbita, gliel’avevano estirpato i ribelli. E dovresti vedere le cicatrici sulla schiena.

Sono venuti due volte qui, i ribelli. Una volta hanno rapito anche me. La sera chiacchieravano normalmente, ma poi si imbottivano di droga e andavano a compiere massacri.

Quest’altra è  sordomuta. Ha due bambini, nati per causa di stupri. Non è facile capirla e farsi capire, ed è oggetto delle attenzioni di alcuni uomini.

E questo bimbo che ti porti  dietro chi è?

– Si chiama Sonnie, è il mio assistente. Oggi abbiamo imparato che per consegnare mezzo sacco di cereali a ciascuna delle prossime 360 persone in fila, abbiamo bisogno di 180 sacchi di cereali, e che l’Italia sta oltre le colline, oltre la foresta, il deserto e il mare che si chiama Mediterraneo, che è più piccolo dell’Oceano, e che l’Italia è un Paese piccolo a forma di stivale, vero Sonnie?

Annuisce il bimbo, che ha assistito me e una determinata squadra di assistenti sociali e trasportatori di pesi nella distribuzione di circa 60 tonnellate di cibo a più di quattrocento bambini ospitati in diversi orfanotrofi e a più di seicentotrenta famiglie. Per un mese non dovranno pensare tutti i giorni a come procurarsi da mangiare, e potranno pensare ad altro, ad esempio a cercare un lavoro più stabile. Le famiglie sono composte per lo più di bambini: ci sono famiglie da dieci minori, e raramente da meno di tre. La favela è la città dei bimbi, la Sierra Leone è il Paese dei bimbi.

Sotto ai sacchi di riso che, come da uso e tradizione locali, vengono trasportati a casa sulla testa (e in questo modo, una volta consegnati, spariscono con strabiliante velocità), ci sono i volti, i pensieri e i sorrisi di un anziano nonno, di una giovane mamma che, se ti vede imbronciato perché il camion è in ritardo, ti invita a lasciarti andare a un sorriso, della signora Ya Wulu Koroma, che nell’ex campo di rifugiati liberiani (e poi sierraleonesi) di Waterloo, ha perso fino a trentacinque familiari e ora accudisce qualche bambino rimasto orfano di altri genitori e fa compagnia agli assistenti sociali che l’invitano in ufficio ogni giorno perché canta e fa ridere.

Ah, ci troviamo nel mezzo della stagione delle piogge: vuol dire che il cielo scroscia e ulula ogni giorno e ogni notte. L’ha fatto almeno per un mese intero. Nei due giorni di distribuzione del cibo c’è stato sempre il sole.

Ecco cento volti e qualche sacco di riso (e a seguire la galleria fotografica, una nota informativa):

La distribuzione di cibo è avvenuta nel contesto del progetto di protezione infanzia implementato da COOPI – Cooperazione Internazionale, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e potenziato in termini di quantità di cibo e logistica dal World Food Programme (WFP). Andrà avanti ancora per tre mesi. Associata ad attività di supporto psicosociale e formazione, la distribuzione ha lo scopo di donare un momento di sollievo ai più vulnerabili dopo un anno troppo duro.

Un impiegato in favela

Chi è che sta in favela?

Finestra su cosa?

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