un impiegato in favela

Sogni di Babadorie hill

In Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 8 agosto 2015 at 20:03

Da Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno, di Un impiegato in favela

Sogni di babadorie hill tramonti sierraleonesi

È buio, piove forte, la cabina della fermata mi ha protetto mentre dormivo. Chissà quanti autobus sono passati e per quanto tempo sono rimasto qua sotto. L’aria fresca del mattino ti soffia il sonno tra i capelli. Sarà ancora la mattina del mio primo giorno di lavoro o la notte del giorno dopo? Non scorrono poda podaokada né altre moto né altre auto su e giù per il largo stradone della Spur road. La Babadorie hill sta sempre là davanti. Le poche luci artificiali che la costellano si stanno spegnendo, inclusa quella di casa mia, segno che è la notte che sta cedendo al giorno e non il contrario. Forse è ancora mattina. Forse sono ancora in tempo. Ma perché non c’è nessuno? Smotta un fiume di fango, lungo la Spur road, e si spezza scontrandosi coi blocchi grigi di cemento dello spartitraffico. Un ratto sbanda trascinato dalla corrente, ora rinsalda la presa con il cemento e scompare in una crepa. Ha smesso di piovere. Il fango si sta calmando. Sirene ululano dalla Lumley junction. Sfreccia un’auto nera, poi una camionetta piena zeppa di militari in divisa mimetica e i fucile a tracolla, e un’altra auto nera. È il Presidente Koroma che va in ufficio. Ecco perché non passava nessuno: quando passa lui, ogni giorno, da casa all’ufficio al mattino e nel verso contrario di sera, il traffico viene immobilizzato. Non passa nessuno tranne lui, fucili alla mano e sull’attenti. Sì, andava da questa parte quindi è ancora mattina. Se non è già domani, sono ancora in tempo. Oggi sveglia alle quattro. A casa dormivano tutti, anche i più piccoli. Solo Fatmata ha dischiuso gli occhi ed ha accennato un saluto con la manina dal suo angolo. Mio zio se l’è portato via l’ebola il mese scorso e adesso sono io l’adulto di casa. I miei fratelli sono a mio carico. A qualcuno di loro, a quelli dai dodici in su, lascio fare qualche lavoretto, ma non voglio che facciano lavori pesanti tipo spaccare le pietre. Devono andare a scuola. Devo pagargli il trasporto e il pranzo. Così mio zio ha fatto con me. Aveva le mani grosse e nere. Lavorava in miniera. Io invece ho studiato, ho preso il diploma, e oggi comincio un lavoro come security officer a Calaba Town, zona est, vicino alla Magazine dove oggi c’è stato ancora un caso di ebola. Dicono che finirà presto e stanno riaprendo tutto. Intanto da Port Loko, dove c’è solo foresta, continuano a spostarsi verso la città e vanno nella Magazine. Ora devo pensare al mio. Sveglia alle quattro. Dormivano tutti. Ho percorso il sentiero di sassi e fango per raggiungere questa cabina. Per Calaba Town ci vorranno due ore, cambiando un autobus (l’unico che abbiamo, che per fortuna ha la fermata vicino alla Babadorie hill), tre taxi e un okada. Nei taxi ci si stringe, si pagano 1000 Leones e si condivide il viaggio con altri tre o quattro. Gli okada sono pericolosi, soprattutto durante la stagione delle piogge, con le strade scivolose di fango, e le moto sono senza specchietti, viaggiamo senza casco, e i piloti sono pazzi, vanno contromano e vanno forte. È così che questa gente si mette nei guai. Hanno sempre problemi. Io prima di salire li minaccio: “se ti metti ad andare forte e prendi le buche, ti fermi e scendo e non ti pago”. Allora vanno fin troppo piano. Se piove poi, è peggio, ma non ci sono alternative. Due ore al mattino per andare e due ore alla sera per tornare. Ci si sveglia presto per evitare il grande traffico, altrimenti altro che due ore. Intanto il lavoro l’ho trovato e farò del mio meglio. Ha smesso di  piovere adesso, ma dietro alla Babadorie hill si affacciano altre nuvole cariche. Sulla Spur road risalgono i ragazzi che vendono il pane. Si portano sulla testa lo scaffale di legno e gli sfilatini stanno ritti uno stretto all’altro come soldatini protetti da un telo di plastica. Mi farò un panino con la sardina: te la tritano e te la spalmano sulla mollica morbida. Dopo la sardina andrà meglio. Si innalza la colonna di fumo di Aisha, saranno le cinque. La griglia di Aisha arrostirà pollo e pescegatto. Sarà tutto pronto tra qualche ora. Si sono organizzati bene, fuori dal loro baretto, coperti dalla lamiera di zinco. Hanno dovuto tenere chiuso per quasi un anno. Aisha non deve avere più di sedici anni, le sue dita affusolate sono segnate dal nero della griglia, la sua canottiera era viola ed ha preso il colore del fumo e delle macchie dell’olio delle patatine. Mi piace Aisha. Si china a pinzare la coscia di pollo e lascia che la spallina le scivoli appena giù, lungo il braccio; poi si alza, la recupera e il suo volto si illumina in un sorriso. Devo averla sognata, Aisha, dopo che mi sono addormentato, ed ecco che si diffonde in cielo la sua colonna di fumo. Alla fine non devo aver dormito più di venti minuti. Passa una bimba con con una piramide di arachidi in equilibrio sul vassoio che porta stabile sulla testa; volge lo sguardo verso di me e mi fa gli occhi storti e la faccia buffa, mi fa sorridere da serio che ero e scoppia in una risata maliziosa, prima di scomparire in salita lungo la Spur road, con la sua gonna ampia e colorata. Voglio che le mie sorelle vadano a scuola. Ma le scuole sono state chiuse quest’anno e Mariatu è rimasta incinta. Ricompare gradualmente il traffico lungo le corsie del largo viale. I camion si precipitano scomposti in discesa e stridono, le auto scorrono con le gomme lisce e i cofani fumanti. Presto qualcuna di esse sarà esausta e lascerà qualcuno a piedi. Da qualche casa si leva la musica. Ieri mi ha chiamato Margareth, per farmi gli auguri per il mio nuovo lavoro. Si sentivano le risate dei suoi bimbi. Margareth ha diciannove anni e lavora qui vicino come domestica, presso un’organizzazione internazionale dove le insegnano anche a leggere e a scrivere. L’altro giorno mi ha parlato dei pronomi e mi ha letto una frase, era felice. Forse si iscriverà alla scuola secondaria. Ieri è passata a trovarmi anche Lauretta. Ha finito di  lavorare al centro di ebola e mi ha chiesto se conosco qualcuno. Ho fatto fatica a trovarlo io, il lavoro, figuriamoci se posso trovarlo pure a lei. Però lei è brava, non l’ha mai aiutata nessuno, e quando mi telefona, anche dietro di lei si sentono le grida e le risate dei bambini. Questi però non sono i suoi, sono fratelli e figli di altri che sono rimasti incastrati nell’ebola. Ho visto un annuncio sul giornale, le ho detto di mandare il curriculum. Lei mi ha detto che l’ha visto anche lei ma cercano qualcuno che se la cavi con il computer, e lei il computer non lo sa usare, non l’ha mai avuto. Se almeno avesse il tempo di fare pratica. “Mandalo lo stesso!”, le ho intimato, “lascia che siano loro a decidere, magari trovano in te qualche altra qualità più importante che saper utilizzare il computer, e quello poi lo impari, no?”. Ieri era tutta felice di aver seguito il mio consiglio. Vediamo se la chiamano. Uno di questi giorni vorrei trovarmi una donna e sposarmi. Forse con Margareth, forse con Lauretta, chissà. Forse con Aisha. Forse con nessuna di queste ma con la ragazzina delle arachidi. Non sarà facile decidere. Prima di allora devo prendere un autobus, due taxi, un okada. Alle otto sarò davanti al cancello, busserò, mi daranno un’uniforme. Dovrò fare del mio meglio per tenermi sveglio. Meno male che lungo la Babadorie hill di sera c’è un bellissimo tramonto, ogni sera diverso. Quando calerà il prossimo tramonto sulla Babadorie hill, saprò se questa giornata è andata bene o male.

Con tutti il rispetto per John Fante

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