un impiegato in favela

Un fine settimana in guerra (riedizione)

In Finestra sulla favela Rocinha, Storie di Pacificazione on 11 settembre 2015 at 11:14

Da Finestra sulla favela (Rocinha), di Un impiegato in favela

In occasione dell’anniversario di guerre note, la Finestra ricorda che ci sono state e sono in corso guerre silenziose, silenziose per chi non le vive; e torna ad affacciarsi sulla favela Rocinha, riproponendo”Un fine settimana in guerra” rivisitato (nel seguito). Ancora, La moschea di Gheddafi racconta di una guerra che fu silenziosa fino a quando non finì: la guerra dei diamanti.

Due volanti della polizia pacificatrice sfrecciano a sirene spiegate lungo l’Avenida Niemeyer. Sorpassano pericolosamente il van che mi sta portando a casa, rischiando di farlo ribaltare. Due sguaiati passeggeri, agitando una bottiglia di whiskey svuotata per tre quarti, perdono l’equilibrio, urtano il cobrador, sgomitano ai danni di una signora anziana seduta al suo posto con le braccia incrociate che chissà che cosa ci sta a fare a bordo del van a quest’ora. Il cobrador, già stanco di una notte di lavoro ormai sul finire mentre si sono fatte le quattro del mattino, infastidito dai giovani festaioli storce la bocca e dà voce alla riflessione che qualcosa deve essere capitato in Rocinha, di nuovo. Uno degli ubriachi, avendo frainteso le parole del cobrador, gli intima di non parlare male della Rocinha e si merita un rimprovero, cachaçeiro che non sei altro. Gli altri passeggeri fissano la notte fuori dai finestrini, ciascuno rivolgendo un pensiero alla Rocinha.

Raggiunto il viadotto che separa São Conrado dalla favela, quello sotto al quale, qualche anno fa, bimbi di strada andavano a rifugiarsi dalla notte e dalla solitudine; raggiunto il viadotto, il van si ferma e i suoi passeggeri scendono con qualche apprensione; io con loro. L’atmosfera è tesa: non è quella festosa del sabato notte, e le baracche del camelodromo, di solito illuminate e accoglienti fino a tardi, hanno le saracinesche sbarrate e si confondono l’una con l’altra nel buio pesto. Superata l’ultima baracca, si apre la vista alla passarela, e poi a una camionetta nera della polizia militare, e poi ad una seconda e a una terza: un’intera truppa di militari si accalca dalle parti del passaggio pedonale, all’imbocco della via Ápia, in compagnia del giovane popolo della notte. Quando è festa, qui si riunisce a bere, ad ascoltare musica, a corteggiare e a farsi corteggiare, ma questa volta appare sfoltito e gli occhi di chi è rimasto, già resi opachi dalla notte di vizi, appaiono segnati da una vena di ansia.

Alzando lo sguardo sulla collina, l’area di solito illuminata dalle brillanti fragili lampadine che gli abitanti lasciano accese davanti agli usci è un’enorme macchia nera, e la musica tace. Sale l’attenzione e si scorgono le tracce di uno scenario di guerra, e non solo per la presenza delle armi della polizia militare che non direbbero niente di nuovo: ai piedi della collina, di fronte ad entrambe le uscite del tunnel Zuzu Angel, dall’asfalto emergono alte fiamme. Pneumatici e materassi sono stati accumulati a barricata e incendiati in roghi, e il traffico che viaggia da Ipanema alla Rocinha è stato bloccato. Per questo le volanti si erano lanciate sulla Niemeyer, se pur meno scorrevole e più lunga.

Mi avvicino a un passante per capire che cosa stia succedendo:

– Oi boa noite, aconteceu o que?

– Proteste contro l’aumento delle tariffe dei mezzi pubblici… – afferma il passante fissando il vuoto, mentre il suo compagno, di fianco a lui, scoppia a ridere, – …no scherzavo, c’è stata una sparatoria molto intensa ed è stato ferito un abitante.

Non circolano moto-taxi né autobus.

Per tornare al nido d’aquila, l’unica è risalire a piedi come stanno facendo tutti. Imbocco la via Ápia che nonostante tutto esala alcol; saluto Mickey skate, che continua a distribuire birra agli irriducibili e che mi suggerisce di passare dalla via principale. La festa continua ma la vivacità che di solito l’accompagna è stata spenta.

Incrocio Roger e Osvaldo, i miei amici della rua quatro.

Roger è un ragazzo alto robusto dalla pelle nera come la notte e dalla risata pacioccona. Adora le lingue e quando mi vede non perde occasione di esercitarsi in inglese e in italiano. Anche stasera:

– Arrivederci!… cioè, scusa, come dite? Ah, sì, Bona… Noitte! – esplodendo in una risata e proponendo come sempre il suo abbraccio sudaticcio al quale è vietato sottrarsi. Osvaldo non abbandona il suo atteggiamento serio e guardingo e lo fissa di traverso scuotendo la testa come a dirgli: “ma la vuoi smettere che non sei capace e mai imparerai?!”.

– Buonanotte Roger! – gli rispondo stando al gioco, felice dell’incontro, che per me rappresenta una nuova opportunità di raccogliere informazioni: – casino stanotte, Roger?

– C’è stata una sparatoria forte, fortissima, Marcos, e i meninos hanno sparato ai generatori della luce e hanno appiccato incendi per agevolarsi la fuga. Qua c’era tanta gente così, Marcos, non si camminava, Marcos, era bellissimo, ma adesso si sono spaventati tutti e sono scappati a casa. Noi stiamo qua perché in rua quatro è buio, e che ci andiamo a fare?

– Ma la vuoi smettere, Roger? – lo interrompe Osvaldo contrariato: – manco ci fosse stata la seconda guerra mondiale, tranquilo, caralho, tranquilidade cara!

– Sì, no… infatti… hanno sparato ma tutto bene, in rua quatro tutto bene, è tranquillissimo, è proprio tranquillo, – attenua Roger, sempre disponibile ad assecondare i suggerimenti dell’amico, – …noi comunque restiamo ancora un po’ qua, e che peccato che se ne vanno tutti!

– Allora posso tornare su per la rua quatro, che dici?

– Sì, sì, tranquillissimo, è tutto tranquillo… però meglio che vai per la estrada da Gávea va. – aggiunge Roger facendo del suo meglio per non farsi sentire da Osvaldo.

La estrada da Gávea è ancora affollata di giovani e giovanissimi che risalgono a piedi in assenza di altri mezzi, formando una processione silenziosa. Quasi alla curva do S, un’esplosione improvvisa. Due ragazzine davanti a me gridano. Di fianco a noi, sull’altro lato della strada, il buio pesto è stato tagliato da una lama di luce bianco candido dalle sfumature viola proveniente da un fascio di cavi dell’alta tensione andati in corto-circuito; un’altra esplosione e un lampo, e di nuovo il buio pesto. Non spari né bombe: un’esplosione spontanea dei cavi fatti impazzire dalle sparatorie precedenti. Un ragazzino sbeffeggia le due giovani che hanno gridato. Si risale ancora. L’osteria del pollo arrosto, che fa ventiquattro ore su ventiquattro senza eccezioni, è infatti aperta anche stanotte, è stata risparmiata dal black-out. Qui una nutrita folla si concentra per salvare ciò che rimane della notte di Carnevale.

Risalgo la scalinata del nido d’aquila. Sono a casa. Questa notte bisogna arrangiarsi con le candele. Sfrego il fiammifero per accendere la prima e fuori rimbomba una raffica di mitragliatrici. Mi guardo attorno. Escludo di averla innescata con il fiammifero. Silenzio e buio, un’esplosione forte, di granata forse; un’altra esplosione; un’altra raffica. Accendo la candela, è tutto a posto, ne accendo un’altra, è tutto a posto: il letto è dove l’avevo lasciato. Intanto gli spari si fanno sempre meno frequenti, gradualmente cedono al silenzio, e giunge l’alba.

La domenica mattina altre raffiche di mitraglia e, sopra le nostre teste, il consueto volo di elicottero del giorno dopo. Siamo senza elettricità. Il cielo è nuvoloso e almeno il caldo torrido ci risparmia (non potremmo attenuarlo con il ventilatore). Ci si affaccia ai vicoli, si scambiano due chiacchiere con i vicini e le notizie di radio-favela sono confuse come quelle dei giornali: c’è chi dice che hanno cominciato i meninos per una guerra di territorio, c’è chi dice che ha cominciato la polizia per rovinare il Carnevale ai favelados. Dicono che sono stati feriti due ragazzini e che uno è morto; qualcuno riferisce che sono stati feriti due agenti della polizia. Le truppe della Choquê sono appostate ad ogni angolo; la favela è insolitamente silenziosa e le strade sono quasi deserte. Ancora mitragliate, alle quali risponde qualche cane abbaiando; poi gli spari si fanno più rari. Sono le quattro e mezza del pomeriggio e il ventilatore si mette in moto, una lampadina si accende e fuori si leva un urlo di gioia che percorre tutta la valle: la corrente elettrica è tornata appena in tempo per la finale della coppa carioca Vasco contro Flamengo. Partono i fuochi d’artificio che accompagnano il calcio d’inizio; un poliziotto sposta il fucile per farsi spazio e getta un’occhiata alla televisione del bar che sta di fronte all’appostamento. Il funky torna ad insinuarsi tra i vicoli, i bimbi a correre per le strade, gli aquiloni a colorare il cielo di Rocinha.

Risalgo la scalinata del nido d’aquila. Sono a casa. Questa notte bisogna arrangiarsi con le candele. Mentre sfrego il fiammifero per accendere la prima, una raffica di mitragliatrici rimbomba fuori come se l’avessi innescata con il fiammifero; poi silenzio e buio, poi un’esplosione forte, di  granata o bomba carta, e poi un’altra. Accendo le candele ed è tutto a posto: il letto è ancora dove l’avevo lasciato; intanto giunge l’alba.

La domenica mattina altre raffiche di  mitraglia e l’immancabile volo dell’elicottero del giorno dopo sopra le nostre teste. Siamo ancora senza elettricità. Il cielo è nuvoloso, e almeno il caldo torrido ci risparmia. Ci si  affaccia ai vicoli, si scambiano due chiacchiere con i vicini e le notizie di radio-favela sono confuse come quelle dei giornali: qualcuno dice che hanno cominciato i meninos, per una guerra di territorio; c’è chi dice che invece ha cominciato la polizia. Dicono che sono stati feriti due ragazzini, e che uno è morto; c’è chi dice che sono stati feriti due agenti della polizia. Le truppe della Choquê sono ad ogni angolo, la favela è insolitamente silenziosa e le strade sono quasi deserte. Ancora mitragliate, alle quali risponde qualche cane abbaiando; poi gli spari si fanno più rari. Sono le quattro e mezza del pomeriggio e il ventilatore si mette in moto, una lampadina si accende, e fuori si leva un urlo di gioia che percorre tutta la valle: la corrente elettrica è tornata appena in tempo per vedere uno dei più importanti derby carioca: Vasco-Flamengo. Ora gli spari sono sostituiti dai fuochi d’artificio che accompagnano il calcio d’inizio; un poliziotto sposta il fucile per gettare un’occhiata alla televisione del bar, illudendosi che non lo veda nessuno; il funky torna a insinuarsi per i vicoli, i bimbi a correre per le strade, e gli aquiloni a colorare il cielo sopra alla Rocinha.

Un impiegato in favela

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