un impiegato in favela

Da quando questo è il mio mondo

In Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 2 ottobre 2015 at 16:40

Da Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno, di Un impiegato in favela

da quando questo è il mio mondo

Da quando sono nata questo è il mio mondo e sono Fatmata.

Da quando sono nato questo è il mio mondo e sono Ibrahim.

Fatmata: sono nata all’ombra di un cotton tree, non ho padre, ho una madre che è poco più grande di me e una comunità di contadini che si prende cura di me e degli altri bambini. Il primo che costruì una casa sotto l’albero fu Mohamed Bah, e decise di costruirla lì perché i suoi avi gli avevano insegnato che  il cotton tree è molto alto e si può utilizzare da vedetta.

Ibrahim: ho imparato da piccolo a portare le cose sulla testa, così fanno tutti, così ho sempre fatto. Hai le mani libere e fai meno fatica. Puoi trasportare vassoi ricolmi di pesci arrosto, il bucato da lavare al fiume e da asciugare su queste pietre, le pietre di medie e piccole dimensioni (quelle grosse prima bisogna romperle, con questo martello qua), una gallina legata alle zampe, gli anacardi, un sacco di riso recuperato per la generosità del cielo, una scala, un fascio di legna, un sacco di carbone,  qualsiasi cosa ti serva da usare, vendere o spostare. No, i bambini no, quelli non si portano sulla testa: a quelli ci pensano le donne e se li portano alla schiena infilati nei pupupikin’.

Fatmata: avevo appena dodici anni che tre uomini sono entrati in casa (la nostra casa era di quelle di fango nei villaggi e non ci sono le porte), mi hanno imbavagliata, sventagliando un coltello mi hanno detto che avevano ucciso mia madre e che avrebbero ucciso mio fratello piccolo se avessi gridato; mi hanno spogliata e mi hanno violata: fu così che cominciò la mia vergogna. Mia madre non era morta, ma presero tutto quello che avevamo in casa. Queste cose non capitano mai nei villaggi, perché nelle comunità c’è rispetto e autodifesa, ma questa volta è capitato.

Ibrahim: da ragazzino ho lavorato con un opoto che mi diceva sempre: “vedi queste piastrelle? Non si consumano dopo qualche passaggio come quelle cinesi.” – “Noi dobbiamo insegnare ai sierraleonesi che va bene che costa poco, ma se si  rovina subito, alla fine spendi di più!”. Fu così che cominciai a trasportare sulla testa le piastrelle. Avevo tra i dieci e i quindici anni, ed ero diligente. Nel tempo libero leggevo un libro. Il mio boss mi lasciò andare a scuola: diceva che dovevo imparare a contare. Imparai a contare e cominciai a stare dietro al bancone per venderle, le piastrelle, e contavo i soldi e mettevo tutto in ordine. Poi arrivò la guerra.

Fatmata: da bambina, al villaggio, mi piaceva giocare a ballare con le amiche alzando le braccia e le gambe ritmicamente e ridendo, a cacciare i topi vivi e a far dondolare quelli morti impugnandoli per la coda, a far rotolare una ruota di gomma giunta fin qui chissà come, servendomi di uno stecchetto (quelli non mancano mai) per farla scorrere. Poi mi piaceva quando ci facevamo il bagno nella pozza, perché l’acqua era marrone durante le piogge, e quando ti immergevi nessuno ti vedeva più. Quel giorno maledetto smisi di giocare. I giovani uomini ridevano di me, le donne stavano in silenzio e mi guardavano, gli uomini dicevano di me cose false e terribili, di notte avevo paura che qualcuno entrasse in casa. Poi scoppiò la guerra.

Ibrahim: i ribelli entrarono in città quel 6 gennaio, sbarrarono Waterloo, fuggimmo lungo la Peninsular, andammo nelle provincie, catturarono alcuni miei zii, alcuni di loro morirono, altri li vidi dopo la guerra: alcuni senza un occhio, altri senza una gamba, altri senza entrambe le gambe, altri senza le braccia, le donne con solchi di frusta sulla schiena. Uno dei miei zii sta tutti i giorni sulla Regent, seduto sulla sedia a rotelle al margine della strada: sta lì e guarda le auto che scorrono, sempre, che piova o che ci sia il sole. Poi i ribelli la finirono, ricevettero una moto, diventarono tassisti di okada. Anche io, anche se non ero un ribelle, ricevetti una moto, di quelle che distribuiva Gheddafi per scusarsi di aver sostenuto i  ribelli, e diventai tassista di okada. Dicono che i piloti di okada siano tutti pazzi: vanno forte sul bagnato e vanno contromano, cadono, si rompono una gamba e si rialzano lo stesso. Ma io ho capito che non sono pazzi i taxisti: è la moto che ti rende pazzo. Diventavo pazzo anche io quando montavo sulla moto. Una volta feci un sorpasso azzardato e vidi la facciata di un camion davanti a me, come se una parete enorme mi si stesse schiantando in faccia.

Fatmata: scoppiò la guerra e fui rapita. La storia continuò a ripetersi, imparai a distaccarmi dal mio corpo: pensi ad altro, tieni lo sguardo distante e non senti più dolore. Scappai, mi nascosi, e quando la guerra finì mi trasferii in città. Feci il mestiere che potevo fare, quello per il quale usi il tuo corpo. Tenevo lo sguardo distante e raccoglievo soldi. Utilizzai i soldi per iscrivermi a scuola. Ho potuto comprarmi degli abiti da città.

Ibrahim: per quella volta mi salvai: il camion frenò leggermente, sterzai, un’auto correva di fianco a me, la evitai, la moto sbandò, restai in piedi. Mi fermai. Lasciai la moto e non ci salii più sopra. Dovevo vivere: avevo una moglie che mi aspettava, Fatmata, e dei figli. Avevo anche una seconda moglie. E poi cambiai lavoro anche per me: mi è sempre piaciuto vivere. Fu così che finii a fare la secuirity.

Fatmata: decisi di interrompere il mestiere quando mi lasciai andare a quel ragazzino che portava l’okada. Abbiamo avuto tre figli, ecco sir, le faccio vedere la foto… le femmine si chiamano Betty e Salimatu, il maschietto si chiama Prince. Oggi ho un banchetto di verdure, lui fa la security, in un posto dove passa molta gente, e so bene che ha altre donne. Stupido lui che pensa che non lo sappia. Però, durante l’ebola, quando non potevamo aprire il banchetto se non in certi orari e per alcuni mesi proprio per niente, ci siamo protetti a vicenda. Al villaggio da dove vengo sono morti in molti, il villaggio è quasi scomparso. Ibrahim ha perso due sorelle più grandi, due zie e alcuni cugini più piccoli. La settimana scorsa è arrivata l’alluvione, che ha sciacquato via l’ebola. C’è chi fa il conto alla rovescia dei 42 giorni; io ho riaperto il banchetto. Dicono che oggi mancano 37 giorni per poter dire che non c’è più l’ebola, ma noi sappiamo che l’ebola l’ha sciacquata via il monsone. Voglio mandare a scuola i miei figli, e sono ancora in età per tornare a scuola anch’io, vorrei provarci, e forse un giorno starò meglio.

Ibrahim: quando sarò grande non so che cosa farò. Mi piacerebbe tornare al negozio di piastrelle, ma è stato chiuso. No, non per la guerra, e neanche per l’ebola: è che l’opoto si ostinava a non volersi comportare da uomo. Che cosa vuol dire che non si comportava da uomo? Non pagava quelli degli appalti pubblici per ottenere i lavori grossi. E man mano che ha continuato a fare così, ha perso anche i piccoli clienti, ed è partito, se n’è tornato a casa sua. Magari lo apro io un negozio di piastrelle. Avrà piastrelle resistenti, non di quelle che si scoloriscono dopo due volte che ci passi sopra. Anche se costeranno qualcosa di più, il cliente sarà contento, e sarò contento anche io. Non voglio fare la security tutta la vita. È che adesso come adesso mi manca il contante. Ci provo, ci provo, come ci provano tutti. Per il momento continuerò a occuparmi di security, almeno è un lavoro. Accendo il generatore, sir?

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