un impiegato in favela

L’epidemia era finita ma

In Finestra sulla terra on 18 febbraio 2016 at 12:30

Da Finestra sulla terra, di Un ricercatore in favela

A poco più di 2 mesi da quando è stata dichiarata “Ebola free” (lo scorso 7 Novembre 2015), mentre le sue lande erano rinfrescate dall’Harmattan che rende l’aria fosca e i fuochi bruciavano le pianure rinsecchite dalla dry season, in Salon si è tornati a parlare di Ebola, di morte, di quarantena e di misure speciali per prevenire il contagio.

L'epidemia era finita ma

La cronaca dei fatti. Il 12 Gennaio 2016 il District Health Management Team del distretto di Tonkolili ha risposto a un avviso di morte sospetta nella città di Magburaka (capoluogo del distretto). Un team si è recato sul posto per prelevare campioni di sangue della vittima e testarli. Il 14 Gennaio la risposta: il test ha dato esito positivo per il virus Ebola. Lo stesso giorno il test è stato ripetuto in altri 3 laboratori e tutti hanno dato esito positivo. La vittima era una ragazza di 22 anni, madre di due bambini, e stava studiando per il suo Western Africa Examination Certificate (WAEC). Dopo la manifestazione dei primi sintomi la donna si era spostata attraverso 3 distretti ed era entrata in contatto con 256 persone, di cui 42 sono state ritenute ad alto rischio dall’Oms. La maggior parte è stata messa preventivamente in quarantena ma alcune di loro non sono state rintracciate. Il 21 gennaio, una di loro è stata dichiarata il secondo caso di contagio (per ora non ce ne sono altri certificati). Si tratta della zia 38enne della prima vittima, avrebbe contratto il virus partecipando al lavaggio rituale del corpo prima della sepoltura (in Sierra Leone, come in altre parti dell’Africa, c’è un rapporto fisico con il defunto: lo si tocca, lo si espone, lo si lava. È anche a causa di questa pratica che Ebola ha avuto un così largo contagio).

Ai nuovi contagi ha fatto seguito anche qualche episodio di tensione. Il 26 gennaio si sono verificati scontri a Barmoi Luma, nel distretto di Kambia, tra polizia e giovani che manifestavano contro la chiusura dei mercati decisa dalle autorità per prevenire il rischio di nuovi contagi (questa è infatti una delle due zone dove aveva vissuto la vittima dopo aver manifestato i sintomi). Il bilancio è stato di 3 feriti tra i manifestanti e la locale stazione di polizia è stata data alle fiamme.

L'epidemia era finita ma

Tutto questo è accaduto a un passo dall’ultimo traguardo. Il 5 febbraio infatti sarebbero scaduti i 90 giorni dalla dichiarazione “Ebola free” dopo i quali sarebbe stato possibile sospendere anche le ultime misure speciali di sorveglianza. Tuttavia l’Oms aveva ribadito già lo scorso novembre, all’indomani della fine della prima epidemia, che sarebbero comunque stati possibili nuovi focolai nei mesi successivi dovuti alla persistenza del virus per diverso tempo nell’organismo dei sopravvissuti, potenzialmente nei liquidi seminali e nel corpo vitreo.

Le reazioni ai fatti di questi giorni sono state varie. C’è chi non si dispera troppo come Al Hassan che lavora in uno dei tanti check point lungo le strade, quelli dove la gente che transita deve fermarsi per controllare la temperatura prima di poter proseguire verso un’altro distretto o entrare in città. Se anche queste ultime misure speciali di sorveglianza dell’epidemia cessassero lui perderebbe il lavoro.

L'epidemia era finita ma

Benjamin e altri come lui sono convinti che il nuovo focolaio non sia dovuto al virus ma ad Evil (il “male”), frutto di qualche magia nera, e confida nella protezione della sua società segreta. “Sono vivo solo perché fino ad ora Good mi ha benedetto”, racconta, “…e ha voluto proteggermi e risparmiarmi da Evil”.

Tuttavia alla maggior parte della gente (specie quella che ha pianto coloro che Ebola si è portato via) questi fatti fanno inevitabilmente riapparire gli spettri della passata epidemia che stava con difficoltà cercando di sepellire. A Mohamed (che i lettori della finestra hanno già conosciuto nel racconto Investimenti a lungo termine) Ebola ha portato via la fidanzata della quale era innamorato e dalla quale ha avuto la sua unica figlia. Lei ora vive a Freetown con la nonna materna perché lui deve lavorare tutto il giorno per portare a casa un misero ma indispensabile salario. Quando Mohamed torna a parlare di Ebola lo sguardo diventa triste, la testa si abbassa e gli occhi si fanno visibilmente lucidi. Per Mohamed e molti altri questo è un terribile fantasma che è tornato.

L'epidemia era finita ma

Se da un lato l’allerta è ora nuovamente e doverosamente alta, dall’alto questi nuovi casi non devono nemmeno suscitare panico o allarmismi eccessivi. La recente epidemia ha insegnato molto e la lezione è ancora fresca. Le autorità hanno agito rapidamente per rispondere al nuovo focolaio e l’episodio è stato circoscritto e isolato. La macchina operativa è ancora oleata e rimane pronta per affrontare le eventuali nuove “fiammate” che si potrebbero verificare.

No allarmismi dunque ma il pensiero torna spontaneamente all’epidemia di pochi mesi fa, la più grave nella storia. Agli oltre 28.000 contagiati, alle 11.315 vittime (4809 in Liberia, 3956 in Sierra Leone, 2536 in Guinea Conakry, 8 in Nigeria e 6 in Mali), ai sopravvissuti, agli operatori che l’hanno combattuta (alcuni entrati purtroppo anche nel conteggio delle vittime o dei contagiati), a tutte le persone colpite o coinvolte, direttamente o indirettamente.

Due settimane fa la seconda donna contagiata ha vinto la sua battaglia e ce l’ha fatta, è guarita ed è stata dimessa dal centro di trattamento. I test sul suo sangue erano tornati negativi ed essendo l’ultima paziente infetta nota nel paese è ripartito il conto alla rovescia dei 42 giorni (cioè il doppio del tempo di incubazione del virus) senza nuovi casi necessari per poter dichiarare il paese nuovamente libero dal virus. Oggi era il giorno 13 senza nuovi malati, ne mancano altri 29. Quasi sicuramente stavolta la dichiarazione avverrà senza clamore. Ci si augura anche senza altri ma.

 

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