un impiegato in favela

Verso Potiskum

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 19 aprile 2016 at 08:29

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

da abuja a potiskum (nigeria del nord)Fuori da Abuja, verso nord, strade ancora d’asfalto si intrecciano disordinate, scavalcano baracche dal tetto di lamiera, si lasciano contaminare da file di copertoni disposti sull’asfalto per annunciare il primo di una serie di posti blocchi che rallenteranno il nostro andare verso la regione di Yobe. Ai confini della capitale un monolito nero occupa il cielo, è Zuma: un tempo difendeva il popolo Gbagyi da invasioni, oggi maledice chi osa abitare ai suoi piedi e per questo qui si trovano scheletri di edifici abbandonati da chi osò sfidare il suo veto. Fuori da Abuja autocisterne in coda alle stazioni del carburante che non c’è e attorno ad esse già si scorge qualche gregge di capre. Più avanti si contorcono i baobab che, con mille braccia intrecciate che si innervosiscono e si strigono verso l’alto, provano ad afferrare cavi elettrici stanchi sospesi su tralicci di legno crepati dalla sabbia di queste terre sempre più desolate; ma prima di riuscirci si distraggono dietro a una nuvola e si perdono; a volte per ritrovarsi si lasciano andare ad una chioma di piccole foglie verdi. Il suolo si fa rosso; ora frastagliato per le bizzarre composizioni dei baobab e per le chiome dei manghi, ora si abbandona ad un vuoto improvviso. Che cosa ci fa qui in mezzo un uomo dalla tunica lunga, immobile, al bordo della strada, forse prega, forse si limita ad aspettare. Due bambini accompagnano un nugolo di pecore, un gruppo di donne dal velo lungo che traccia sul loro corpo una linea piatta e lucida fino alle ginocchia giungono calpestando con passo paziente un sentiero che dietro di loro si confonde con l’orizzonte, due dromedari attraversano la strada asfaltata e fanno strada ad altri che poco prima rivolgevano il muso sorridente alle chiome degli alberi. Al prossimo posto di blocco un gruppo di bambini vende datteri e bottiglie di plastica ricolme di latte candido, latte di dromedario; un soldato col fucile a tracolla e gli occhiali da sole a specchio esclude che siamo di Boko Haram e ci lascia passare; ecco una piccola mandria di bovini dai corni lunghi e lucidi accompagnata da una donna a cavallo. Entriamo a Kano, c’è il mercato del bestiame sul quale si stagliano i minareti, c’è folla, bisogna evitare i luoghi dove è solita aggregarsi molta gente; evitiamo almeno la moschea, si esce, torniamo nel mezzo della terra rossa infilzata dalle radici dei baobab e dal passo dei dromedari. Vedi quegli eidifici senza tetto? Segno del passaggio distruttivo di Boko Haram. Arriviamo a Potiskum, dalle strade rosse di sabbia, le pareti delle abitazioni dai mattoni di sabbia rossa, qui e là un po’ di cemento che si è fatto rosso per il tormento della sabbia. Sta arrivando la stagione delle piogge: si capisce dal fatto che si alzano improvvise le trombe d’aria che portano la sabbia fino in cielo, acerbe per poterne scalfire l’azzurro, attenderanno altre stagioni per provarci con più determinazione. Intanto qui si racconta di bambini che dopo aver fatto fuori otto nove poliziotti, catturati, hanno confessato per finire seccati in caserma, così si racconta. Le centrali di polizia sono tornate sotto controllo. Dietro a quel recinto di filo spinato ci vivono tremila soldati dell’esercito. Per le strade i posti di blocco de militari; qua e là bighellonano gli Hunters, i miliziani volontari appoggiati dalle forze regolari. Attendono e fanno la guardia dentro a un pick-up con bastoni e machete. Quando siamo arrivati la prima volta non c’era nessuno qui. Adesso la gente è tornata; come in ogni favela la strada è affollata di bambini. Dobbiamo solo ricordarci che dalle otto di sera è vietata la circolazione delle auto e dalle dieci anche delle persone.

Finestra su cosa?

Chi è che sta in favela?

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