un impiegato in favela

Primo passo di uomo bianco

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 26 aprile 2016 at 08:52

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

Primo passo di uomo bianco (a Potiskum, Nigeria)

Dove tutto è sabbia rossa, case di mattoni di sabbia rossa, baobab, dromedari, caprette, furgoncini gialloverdi a tre ruote che fanno da taxi, biciclette, fronde di bimbetti che giocano con la sabbia rossa, bimbe di appena tre o quattro anni che già portano il velo lungo, colorato ma lungo; nelle regioni dove qualche mese fa le stazioni di polizia erano occupate da Boko Haram, che dicono che ora non c’è più; nelle regioni dove intanto due milioni di persone, di cui la metà bambini, vagano per il Sahel, dal Camerun alla Nigeria, dalla Nigeria al Camerun, attorno al lago del Ciad e in Niger, per trovare ospitalità temporanea presso gente che non ha nulla o presso campi profughi, per poi rimettersi in viaggio quando qualcuno ha sussurato che si può tornare a casa, per trovare casa senza soffitto, ché Boko Haram l’ha sfondato, se ce l’aveva, e per trovarla senza soffitto anche se già non ce l’aveva, o per ritrovarsi nel mezzo di un conflitto a fuoco che secondo quel sussurro di prima doveva essere un triste ricordo del passato, per tornare allora di nuovo indietro sulla strada di prima, per ritrovarsi stanchi e non sapere più quale sia la strada, anche perché con tutta questa sabbia non è che poi le strade si distinguano dal resto; in queste regioni, una bimba porta un velo colorato di rosa vivo che le percorre il corpo fino a sotto le ginocchia a partire dal capo e le lascia scoperto l’ovale tra la fronte e le guance e il mento per rivelare i suoi occhi sgranati di meraviglia: si è imbattuta in qualcosa che non aveva mai visto prima.

G si occupa di sicurezza per COOPI, l’organizzazione per la quale mi trovo a lavorare nel nord-est della Nigeria, nello Stato di Yobe. Non sono giorni facili, quelli passati a Potiskum: viviamo chiusi tra le mura di un ufficio a cercare un difficile equilibrio con una squadra che già da mesi ha lavorato con sacrificio e teme la novità che il mio arrivo rappresenta. Quando sono arrivati qui non c’era tutta questa gente per le strade, non giravano molti veicoli: la maggior parte degli abitanti era in fuga dal conflitto armato e dal rischio di rapimenti e altre violenze. E anche oggi, almeno noi, noi che sopra alle vene e alle ossa ci portiamo qualche strato di pelle bianca, dobbiamo prendere qualche cautela; così la pausa te la fai uscendo nel sabbioso cortile, ti diverti a seguire gli scatti buffi delle teste a strisce grigie e arancioni degli agama agama, uguali a quelli della Sierra Leone, i veri dominatori dell’Africa occidentale subsahariana, a quanto pare. Poi puoi sempre alzare lo sguardo oltre il recinto di mattoni rossi che ti circonda, anche due o tre volte: là ci sono il cielo e il sole africani che non si risparmiamo a riscaldarti le guance dopo appena pochi istanti che gliele offri. Allora, caro G, va bene le cautele, ma dopo tre giorni di fila chiusi tra un recinto e un altro in compagnia degli agama agama e infilati dentro a un’auto che ci accompagna da cancello a cancello, ce la vogliamo fare una passeggiata? E mentre sentiamo le scarpe sprofondare sui marciapiedi di sabbia, eccoci per le strade di Potiskum. Un signore canuto in bicicletta incespica nella sua stessa lunga tunica, che credo qui si chiami Boubou, o meglio, dato che sono le terre degli Yoruba, Agbada, ma non ne sono sicuro, vedremo poi; e non manca il cappellino cilindrico, che credo qui si chiami Taqiyah, non lo so ancora; questo signore anziano in bicicletta, dicevo, per poco non finisce nella sabbia e poi lo vedo ancora che quasi centra un traliccio di legno per poi voltarsi a salutarmi imbarazzato. Good evening, sir!, ricambio. Altri uomini in bici ci si rivolgono, ci salutano, due ragazzi da dentro un anfratto buio dove forse stanno smontando un motorino sgangherato, sventolando un pezzo di marmitta, ci lanciano qualche frase incomprensibile e scoppiano a ridere, come fanno tutti gli adolescenti di favela; ed ecco: una piccola combriccola di bimbi ci si avvicina un passo alla volta, tenendoci sotto stretto controllo e ridacchiando, lasciando il più piccolino indietro perché non si sa mai, e pronunciando qualche espressione che non ho mai sentito prima, ma lo so, ormai, di che si tratta: provo a decifrare quella parola che in Sierra Leone era così frequente, opoto, ma no, non la riconosco, dev’essere in qualche altro modo che i bimbi qui si riferiscono all’uomo bianco. Cia, ciai… Ciainis pipol! Ecco, forse qualcosa che assomiglia all’inglese, ci danno dei cinesi, eh sì, quelli che stanno a bordo strada a costruire nuovi edifici e ferrovie, sono loro che forse questi bimbi hanno visto prima di noi e che hanno riconosciuto come appartenenti alla stessa nostra specie umana esotica. Salam aleik! Ci saluta un anziano vestito come quello di prima in bicicletta, forse un Imam, un leader di comunità. Il suo saluto va corrisposto per bene, con tutto il rispetto: Aleik salam!, gli risponde G. Una bimba sola ci incrocia piangendo disperata con un cesto sulla testa. Boko Haram manda bimbe come questa a compiere attentati kamikaze, ma loro kamikaze non sono: non lo sanno neanche che cosa si portano allacciato al grembo. Fanno in modo che piangano quando le spingono verso la folla, così attirano l’attenzione di una o più persone, e allora le fanno esplodere. Poi, mentre la gente fugge, qualche commando spara raffiche di mitra nella folla. Sono questi i pensieri dai quali uno deve essere investito se incrocia una piccola che piange? Ma qui adesso non c’è nessun esplosivo, non c’è nessuna scarica di mitra. La bimba si accorge di noi, qualcosa la sorprende, la sorpresa la distrae e – come capita a tutti i bambini di favela, come anche a quelli del Ponte Lambro – l’aiuta a dimenticare per un attimo la ragione del suo dolore; così, al centro dell’ovale lasciato scoperto dal velo rosa vivo che gli arriva fin sotto alle ginocchia si rivelano gli occhi che, ora resi appena lucidi dall’eco delle lacrime di prima, sono rimasti sgranati di meraviglia per aver incrociato quelli del primo uomo bianco da mesi, mesi duri.

Torna la combriccola di bimbetti, si fa avanti anche quello più piccolino, adesso incoraggiato dagli amici più grandi, mi porge con timore la sua mano, e, appena sfiorata la mia, che strana sensazione che fa al tatto quella pelle dal colore strano! Così si volta indietro incespicando come il signore canuto in bicicletta e si scompiscia dal ridere e si nasconde dietro a un carretto di legno. Salam aleik! Aleik salam! Altri uomini e donne di passaggio ti osservano, ti salutano, chi con qualche apprensione, chi con un sorriso. Boko Haram vieta l’occidente e l’occidente riconosce in primo luogo dal colore della pelle, così dicono. Se un uomo bianco sta calpestando questa sabbia, forse davvero le cose stanno cambiando e si intravede una qualche forma di via d’uscita.

Finestra su cosa?

Chi è che sta in favela?

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