un impiegato in favela

I pastori del sole / parte 1

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 11 maggio 2016 at 08:43

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

Wodaabe

Lampi di candore dai denti e dagli occhi dei modelli che sfilano sulla passarella di moda di un evento di alta società ad Abuja, il Tamerri festival, presso il Botanic Garden Maitama, nel pieno del Sarius Palmetus, tra prati, sentieri di ghiaia, altissime palme in fila. Da lassù, dove di queste si apre la chioma, proviene il vociare dei pipistrelli, che accompagna l’alternarsi dei modelli e delle modelle, di tanto in tanto cattura l’attenzione del pubblico selezionato che per metà sta accovacciato sui tappeti a pipare narghilè e per l’altra metà sta in piedi con una Star o una Hero, come me (nel mio caso con la Star). Sfilano i colori vivi degli abiti tradizionali nigeriani rinfrescati per la collezione di quest’anno e poi ci sono loro, i pastori del sole, eccoli che socchiudono e tornano a spalancare le palpebre e le labbra, espongono con orgoglio il bianco candido dei denti e della sclera. Questa messa in scena che ora si tiene su una passerella allestita in un parco di lusso nel centro della metropoli nigeriana, nella sua forma originale è un rito che da tempi antichi si compie nel pieno del vuoto del Sahel. Qui un popolo nomade che accompagna a pascolare dromedari e bovini e viaggia attraverso l’alternarsi delle stagioni inseguendo l’acqua, si ritrova una volta all’anno in un luogo del deserto che noi non sapremmo raggiungere. Gli uomini, prima della loro danza, marcano le labbra e le ciglia con un trucco nero per accentuare il contrasto col bianco dei denti e degli occhi ed esaltarlo: sarà l’uomo dal bianco più candido ad essere scelto per primo come marito dalle donne che, accovacciate in cherchio attorno alla vanitosa esibizione dei potenziali consorti, compongono la giuria.

I pastori del sole dicono che la terra non ha padroni e che apparterrebbe all’uomo solo se questo fosse capace di essere pastore del sole. Ho imparato a conoscerli prima di arrivare in Nigeria, i pastori del sole, da casa, tramite il documentario che Herzog ha dedicato loro, in HD, col mio videoproettore, sul divano del Ponte Lambro. Adesso loro sono qui davanti a me, faccio del mio meglio per studiarli in tutti i dettagli, mi emoziona questo incontro, vorrei poter sentire la loro magia, vorrei appropriarmene, vorrei capirla profondamente, vorrei esserne parte, ma qui non si svolge il compimento del rito del deserto, è solo la messa in scena di una sfilata di moda. Non è altro che questo, sebbene loro siano identici a come li ho visti in dvd, e mi distrae una nuvola di fumo proveniente da un narghilè, e mi passa davanti una bionda molto bella, dai lineamenti e dal colore occidentali, a disposizione della clientela per una cifra adeguata. Un bimbo passa a vendere noccioline, si presenta come Vitor, lo fa a mento alto e a parole misurate; poco distante sorride sua madre, che fa la puttana pure lei.

Non è facile spiegare che cosa vuol dire fare l’espatriato, in particolare se vivi per metà ad Abuja, città di rappresentanza, di recente costruzione, che si attorciglia in grovigli di larghe strade, tanto che a volte ti pare sia fatta solo di strade, strade che corteggiano quell’imponente tempio dalla cupola d’oro e dagli altissimi minareti, e per metà al nord-est, dove tutto è sabbia rossa e gente che passa la vita a cavarsela con poco e ultimamente ha dovuto precipitarsi in fuga, via dagli esplosivi di un gruppo armato nato anni fa e all’inizio assecondato da un popolo stanco della corruzione di Stato e della mancata distribuzione della imponente ricchezza provieniente dal petrolio del sud. E tu, espatriato e cooperante, per rendere la tua vita più sostenibile, per donarti della leggerezza necessaria ad affrontare un lavoro non semplice, con il generatore che ti molla e la connessione lenta e l’elettricità che manca e l’acqua e il sole e i risultati incerti, tu entri a far parte di una comunità – di cooperanti e, almeno ad Abuja, di funzionari di corpi diplomatici e uomini d’affari – che prova a installare un pezzo del suo mondo, o meglio, del mondo che ha sempre bramato, in quest’altro. Gli estremi di abbondanza e miseria, eccoli qui di nuovo accostati, puoi vederli e toccarli uno di fianco all’altro ogni giorno. Sono le contraddizioni che già affacciandoti alla Finestra hai visto a Rio, dove una strada, o un muro virtuale ma presente, separa i duecentomila abitanti stipati tra i vicoli senza luce, le fogne a cielo aperto e l’abbandono della favela Rocinha, dai palazzi di lusso, dai brillanti fasti turistici delle più famose spiagge del mondo e dei cosiddetti mega-eventi; sono le stesse contraddizioni di Freetown, dove, per il bagliore di una pietra si viola la foresta che risponde prima con una guerra atroce, guerra di mine anti-uomo, di bambini-soldato, di mani-e-gambe-mozzate e di altri trattini, per poi passare alle raffiche di virus che fanno spegnere nel loro stesso sangue e nella loro stessa merda decine di migliaia di persone, nella quasi completa indifferenza del resto del mondo. Ma qui ti ritrovi le contraddizioni che già intuisci da casa, sono le stesse, quelle di tutto il mondo, solo che te le trovi più vicine tra di loro. Che cosa ci faccio qui? Non so che cosa si riuscirà a carpire dalla Finestra. Ora c’è una bimba che trasporta fasci di legna sul capo e piange, e poi smette di piangere per lo stupore della visione di un uomo bianco, ora c’è una passerella di lusso nella quale i pastori del sole si alternano a modelle e a speranze puttane, speranze di trovare il modo di prendere un volo o di trarre qualche altro beneficio. Non c’è continuità e non è facile addentrarsi in favela, nelle profondità dell’essere umano, al di fuori del pregiudizio e della mancata conoscenza. Eppure, mentre i pastori del sole chiudono la loro sfilata, laggiù in fondo, al bordo di una collina verde di palme, si scorge una costruzione umile, dalla facciata crepata, dall’intonaco consumato, con un filo elettrico che attravesa la parete frontale da parte a parte e sorregge appena una lampadina arancione che trema nella notte. Più in fondo, oltre i cancelli della tenuta, le insegne luminose di un grande magazzino di autoaccessori, Gilbor. Più in alto la luna piena, del colore della sabbia di Potiskum, una sfera perfetta, enorme, come quella di Rio, come quella della Sierra Leone quando l’epidemia prese a svanire e si poté tornare per le strade anche di notte. La luna orgogliosa e una lampadina tremante mi sussurrano che sono lontano da casa e mi invitano a tornarci: “che cosa ci fai qui? Siamo troppo diversi”. “Ma casa mia è tutto il mondo,” rispondo alla luna, “e sono appena all’inizio di un viaggio, oppure diciamo a metà”. “Ma il mondo è anche mio,” fa la lampadina tremante a me e alla luna voltandosi dall’altra parte con il piglio di lampadina orgogliosa.

Non è ancora il momento di tornare a vedere queste terre e i pastori del sole su uno schermo. Potrò tornare a chiudermi tra le mie pareti di sempre più avanti e forse una finestra resterà sospesa come quelle di una vecchia casa di campagna abbandonata, corteggiata da qualche rampicante che, scalando pareti crepate, l’avvicinerà fino a impossessarsene, donandole bellezza nuova, decadente, la bellezza di ciò che è stato; ma adesso, nonostante tutto, anche qui, in questa villa di lusso, c’è qualcosa che trasuda dalla terra e sale tra i pensieri, c’è quella luna, c’è qualcosa da raccontare. Allora che si racconti anche di feste, di illusioni e di malinconie, perché anche queste fanno parte di questa storia. A nord-est… ma ho blaterato abbastanza e questo racconto, o meglio, questo assembramento di pensieri, vorrei riprenderlo tra un paio di giorni… mi stai seguendo fino adesso o è solo un gran casino? Be’, non è che a parlare con la luna e con una lampadina restando affacciati a una finestra sia detto che si ricavi chissà quali rivelazioni… ma sto divangando ancora, ora vado, però se ti va, tra un paio di giorni proseguo e ti racconto quali pensieri mi stavano portando di nuovo al nord-est. Grazie per essere arrivata – o arrivato – fino a qui, ho bisogno della tua compagnia. Ti lascio con un paio di immagini dei pastori del sole, rubate a quel documentario che dicevo prima, che se vuoi trovi qui (ma io ti consiglio di recuperarlo in dvd, lo trovi insieme al film Fata Morgana, sempre di Herzog, sempre sul Sahel). Se vuoi seguire la seconda parte di questo racconto, la trovi qui. A nord-est…

Finestra su cosa?

Chi è che sta in favela?

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  1. […] nord-est, dicevo… ma prima di tornare a nord-est, se posso, mi soffermerò ancora un attimo su Abuja. Qui ad […]

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