un impiegato in favela

La sposa bambina

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 27 maggio 2016 at 07:52

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

La sposa bambina

Abito e lavoro per metà del mio tempo ad Abuja (la capitale della Nigeria); il mio quartiere è Jabi, dove c’è un lago che per il momento non è che sia molto attraente; magari invecchiando migliorerà, vedremo. Vicino a casa-ufficio c’è Mr. Biggs, il rivenditore di riso e sughi vari e pollo e pesce gatto, che salva tutti noi quando non abbiamo voglia di farci da mangiare; più distante c’è quel centro commerciale che si chiama Shoprite, dove si trova un po’ di tutto, quasi tutto; quasi tutto a prezzo caro ma si trova. Poi… vediamo… dall’altra parte della strada rispetto a Mr. Biggs c’è una chiesa cristiana apostolica, di fianco una stazione di benzina sempre chiusa perché è a corto di carburante, e da qui parte un altro mondo: quei quartieri che si addormantano al mattino e si risvegliano di notte, quelli che di giorno sono presepi di legno spenti, di legno, cartone e lamiera, quelli che intanto che si fa buio prendono ad illuminarsi di tremanti lucine arancioni, bianche e gialle che si fondono con la notte e vi disegnano sopra chiassosi tracciati che da lontano magari ti fanno paura. Ai margini di questi quartieri, la strada che di giorno è trafficata di notte si fa sempre più desolata; i furgonicini a tre ruote giallo-verdi si riposano ribaltati su un fianco, sospesi a tre quarti a pancia all’aria, appoggiati alla ruota davanti che pare il dentone di un personaggio buffo dei fumetti e ad una sola delle due ruote dietro che pare dica all’altra: “stasera è toccato a me, ma domani vedrai”, mentre l’altra si gode il getto d’acqua e il massaggio di sapone che l’autista di giorno e lavatore di furgoncini di notte le concede con grande compiacimento. Di notte da qui si levano colonne di fumo bianco dalle arrugginite grigliatine (il churrasco si diceva in favela, qui suya): puoi scegliere spiedini di carne, di fegato e di cuore, e i masa, che sono l’unica specialità adatta a chi non vuole mangiare gli animali (è riso impastato e fatto alla griglia, è buono!); il tutto infarinato di polvere piccantissima. Man mano che ti ci avvicini queste colonne di fumo ti avvolgono e se ti ci avvicini ancora un po’ ti attraggono, ti attraggono verso il tavolino di plastica a bordo fogna dal quale – sarà la musica scomposta, l’accoglienza di Gozi o la Star – non ti stacchi più per un po’. Intanto, a metà tra dove abito io e queste favelinas, per le strade ormai deserte appena tinte dagli aloni pallidi dei lampioni, qua e là sbocciano coppie che di giorno si nascondono e di notte passeggiano mano nella mano silenziosamente.

Però ogni sera, per mezzora, prima che si faccia notte, il cielo si rabbuia e sbotta; si alza il vento, gli uccelli fuggono tuffandosi di testa controvento, al mercatino si sollevano teli di plastica che si appoggerranno con qualche resistenza alle tavole di legno sulle quali sono disposti tessuti, suya, orologi, profumi da uomo e da donna, cetrioli, manghi, angurie, pomodori, cassava, scarpe. Arriva la tempesta, i fugoncini insaponati son pronti per il risciaquo, le coppie tornano a nascondersi, questa volta stretti dietro qualche angolo o sotto un tettuccio, io resto affacciata alla finestra, trasognante e un po’ stordita, all’ascolto, tra le dita la mia Star ordinata alla signora Gozi, che vuol dire Blessing, e il vento mi porta all’ascolto della voce di una bimba.

La sposa bambina

Non è che proprio fossi andata a quel matrimonio perché finisse per essere il mio: non era mica il mio all’inizio. Era una festa, una bella festa, si sposava un’amica della zia: è la zia che mi ha portato con sé. Per l’occasione avevo indossato il vestito da festa, coloratissimo, con il velo da festa, verde brillante, ed ero felice perché sapevo che ci sarebbero state cose da mangiare diverse dal solito. Quando sono arrivata ho conosciuto molte persone nuove. Le persone aspettavano che arrivassero gli sposi e le cose da mangiare e io con loro. Me ne stavo mano nella mano con la zia. Stavo attenta che la gonna bella nuova colorata non finisse a sporcarsi nel fango fin da subito quando è arrivata la sposa… che bella! Con l’abito coloratissimo! Poi è arrivato lo sposo, poi c’è stato tutto uno scompiglio, qualcuno si è fatto strada tra la piccola folla degli sposi e si è messo a gridare, qualcun’altro diceva che chi gridava era uno che mancava di rispetto, qualcun altro che era un gran maleducato, qualcun altro che era uno che lavorava all’ospedale, qualcun’altro ancora diceva che quello, siccome lavorava all’ospedale, sapeva che la sposa era HIV-positiva.

Essere HIV-positiva, se sei maschio, vuol dire che fai fatica a trovare la moglie, infatti io sono stata a scuola e ho imparato a leggere e dove ci sono le strade d’asfalto, sotto ai ponti grigi e alti dove passano le automobili, ho letto delle scritte che dicono: “HIV-positivo cerca moglie”, con il numero di telefono anche scritto. Se la cerca è perché non la trova e se non la trova è perché è HIV-positivo. Quindi secondo me, uno HIV-positivo è uno che trova la moglie scrivendo sul cemento dei ponti. Se una ragazza è HIV-positiva, non so dove deve scrivere per cercare un marito, perché non ho mai letto scritte che dicono che la donna cerca il marito, e neanche i numeri di telefono, delle donne, ho letto. Però a questo matrimonio che prima non era il mio ho capito che se una donna è HIV-positiva, e la cosa viene fuori dalle grida di uno che forse lavora all’ospedale, il suo fidanzato non se la sposa più e cerca qualche altra ragazza.

Lui ha abbandonato lei, lei si è messa a piangere ed è scappata, lui si è guardato attorno e ha trovato me. Ha detto alla zia che voleva sposare me e così questo che non era il mio matrimonio lo è diventato. Ora c’è chi passa a trovarmi nella mia nuova casa, nel mio nuovo villaggio e mi chiede se sono felice e se mio marito mi fa del male; ma lui non mi fa del male e io lo sono, felice, perché adesso ho un marito e non dovrò scrivere niente sui ponti o chissà dove, e porto ancora il vestito a festa coloratissimo che qui a là è diventato l’abito del mio matrimonio.

È passata la tempesta, la Star è finita, la signora Gozi, padrona dei tavolini di plastica del “Ladi G” disposti ordinatamente al principio di un mondo ancora ignoto di lamiera, legno e cartone, mi saluta e mi invita a tornare presto; ma ora torno tra le strade desolate, le attraverso, diretto alla casa-ufficio; meglio andare a dormire, che domani c’è da svegliarsi presto, si viaggia verso nord-est, dove passerò l’altra metà del mio tempo.

 

Finestra su cosa?

Chi è che sta in favela?

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