un impiegato in favela

Il giro dell’isolato

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 7 giugno 2016 at 08:50

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

Il giro dell’isolato

Quassù ci sono le stelle (le stesse che si vedono da casa); là in fondo, dall’altra parte di Abuja, tuonano nuvole buie; chissà se pioverà anche qui stasera. Intanto vado da Gozi, un paio di Star e se piove correrò via. Una Star oppure una Hero o una 33; ho scoperto che sono queste ultime le birre popolari: costano meno e sono più forti. In Sierra Leone era la Star la birra di tutti, ma non si può continuare a vivere sempre lo stesso momento; valuterò la conversione.

Gozi mi accoglie con le cerimonie riservate all’unico bianco di questi tavolini; eppure, adesso che è già la terza o la quarta volta che passo da lei, si sta progressivamente staccando e dedica più tempo ai clienti ordinari: ha capito che tanto a parità di servizio non pago più degli altri e da attenta donna d’affari, in nome del suo unico scopo, è capace di liberarsi di inutili pregiudizi.

Un bimbo in piedi sul cofano di una macchina parcheggiata di fronte allo spiazzo polveroso dove sono disposti i tavolini gioca a lasciarsi cadere tra le braccia della sorella adolescente mentre le auto del traffico neanche troppo intenso dell’orario di chiusura degli uffici scorrono sullo sfondo a pochi metri di distanza da loro. Tra le sedie e i tavolini di plastica che si ritirano di giorno e tornano di notte, si divincolano venditori di cibo secco, dopo-barba, profumi, cinture, orologi. ll bimbo sul cofano addita l’uomo dei pop-corn e, un po’ impettito, sicuro della protezione della sorella, ne comanda una busta determinato. Una squadra di funamboli dalle colorate e imbottite divise da supereroi , ma graffiate dai sassi e incrostate della polvere di queste piazzole grezze, approfittano di un angolo lasciato vuoto dagli avventori per esibirsi in capriole, equilibrismi e contorsioni, ora volando in passi di break-dance, ora volteggiando in salti mortali, ora raggomitolandosi con le caviglie dietro alla nuca per finire – mucchietti di ossa incastrate l’una nell’altra – in bilico sul capo di un compagno. Da una combriccola di cinque bimbi rimasti ad osservarli estasiati dietro un angolo esplode una risata di stupore.

Con la mente ravvivata dalla Star, sento che un soffio di vento proveniente dalla tempesta di laggiù in fondo mi accarezza le guance e mi porta voci di nord-est, voci che vogliono essere raccontate.

“Boko Haram invase il nostro villaggio e intimò tutti noi giovani di uscire e seguirli, o ci avrebbero uccisi. All’inizio volevamo resistere, ma dopo che ebbero ucciso la prima persona che si era lamentata, li seguimmo tutti.”

“Fui obbligato ad arruolarmi con la mia unica sorella. Ad oggi non so ancora se è sopravvissuta o no. Arrivarono e ci prelevarono dai campi dove lavoravamo, e siccome mia sorella era molto giovane, fu collocata in un altro mezzo di trasporto e fummo spedite in posti diversi. Mi minacciarono e mi spararano, e mio marito fu ucciso.”

“Pensavo che sarebbe stata una rivoluzione utile a risanare il sistema di governo. Pensavo che avrei ricevuto riconoscimenti dalla mia comunità, ma le mie aspettative fuorono deluse. Fu l’esatto contrario.”

“Mi dissi ufficialmente a favore quando cominciarono ad uccidere indiscriminatamente a Bama. Avevo bisogno di assumere un’identità che mi garantisse la sicurezza, così decisi di stringere l’alleanza con loro. Avevo bisogno di rifuggire la persecuzione in corso, per poter continuare con la mia attività di commercio. Quando attaccarono Bama e occuparono le caserme e bruciarono tutte le abitazioni, la casa della mia famiglia fu risparmiata.”

“Combatto con Boko Haram perché siamo poveri, senza educazione e disoccupati.”

“Era una novità, giungevano in pace, all’inizio diffondevano amore e sincera apprensione per i nostri problemi, e davano molto ai bisognosi della comunità.”

“Abbiamo perso ogni tipo di fiducia di ottenere assistenza da parte del Governo.”

“Pregavano per la jihad e per la fede. Le loro parole erano forti e convincenti. Ti dicevano che in compenso avremmo ricevuto la jihad, che è il paradiso.”

“Ci dissero che il dovere dei giovani è proteggere la religione di Dio.”

“Mi arruolai nel nome di Allah. Mi convinsero a farlo mostrandomi l’ingiustizia perpetrata dal governo.”

“Non avevo molte aspettative. Mi arruolai perché volevo saperne di più del Quran e della mia religione. Mi ritirai dopo che, una volta, visitando casa, trovai la mia famiglia angosciata per i rischi che stavo correndo e mi convinsero dell’ipocrisia di Boko Haram.”

“Mi avvicinarono degli amici. Mi visitarono a casa e viste le mie condizioni di vita mi convinsero ad arruolarmi. Convinsi anche mio marito ad arruolarsi.”

“Ci chiesero di andare a prendere dell’acqua. Una volta al pozzo chiesi alle guardie il permesso di andare in bagno. Ci fu una sparatoria, approfittai del loro momento di distrazione e scappai verso la foresta. Ci misi tre giorni a tornare a casa. Mi muovevo solo di notte e mi nascondevo in cima agli alberi di giorno. Se ti prendono mentre provi a scappare, ti massacrano, ti fanno a pezzi.”

“I miei compagni di comunità sanno che non avrei mai fatto loro del male. Ora sono di nuovo con loro nel campo profughi e tornerò a casa con loro quando saremo al sicuro da Boko Haram.”

“Quello che so è che i loro leader accumulavano denaro che arrivava dai loro seguaci, vivevano nel lusso e intanto si assicuravano che i seguaci fossero mantenuti nella povertà.”

“Sono un Almajirai, cioè uno studente della scuola tradizionale islamica. Frequento Tsangaya e viviamo coi nostri insegnanti. Poi c’è Islamiyya, che non cambia di molto. La gente pensa della nostra scuola che è qui che Boko Haram indottrina e arruola, ma io non mi arruolerei mai a Boko Haram e sono sicuro che neanche i miei compagni di scuola lo farebbero.”

“I nostri vecchi ci ammonivano di stare attenti a quella gente, che non faceva altro che provare ad ingannarci. Io sono una persona che ama stare con gli amici e non mi sono mai fiduato del loro stile di vita condotta lontano dagli altri.”

“Mio padre ci parlava sempre dell’impatto negativo dell’educazione occidentale, ma ne discutevamo apertamente con tutta la famiglia e non ci saremmo mai arruolati.” (*)

Qualcuno mi invita a restare ma devo andare. Chissà se pioverà stasera: all’orizzonte continua a tuonare, ma quassù le stelle resistono, sono le mie, sono le stesse di casa. È il momento dell suya. Ci sono tre rivenditori uno di fianco all’altro, mi sento un po’ in imbarazzo quando passo di qui perché la scelta di uno a discapito dell’altro mi sa di crudele. In realtà però collaborano tra loro: uno si emoziona al cospetto del bianco che viene a comprare al mercatino di favela e non capisce che cosa gli stia ordinando, l’altro lo aiuta traducendo in Hausa: “uno spiedino di carne e un masa”. Devo ricordarmi di farmeli scaldare: dopo averli cotti, li abbandonano di fianco alla griglia ad intiepidirsi. Mi servono con una vena d’ansia, anche a causa di questa mia insolita richiesta. Pronta la suya, prendo la busta e procedo verso casa. Ecco, li hanno scaldati troppo, sono carbonizzati. La prossima volta devo stare più attento, miglioreremo. È che mentre tenevano la mia cena a scaldare mi sono distratto nei meandri delle viuzze e delle pareti di lamiera tutto attorno. In fondo c’erano delle sedie e una televisione; forse una di queste sere – con beneplacito di Gozi – mi ci avventurerò: sarebbe bello vedere la partita da uno di quei tavolini laggiù. Mi addentrerò, mi addentrerò ancora. Intanto ieri è cominciato il ramadan, che durerà fino ai primi di luglio. L’IS ha invocato nuove stragi in occasione della sacra ricorrenza. Oggi, a nord, a poca distanza dal confine col Niger, è stato avvistato un convoglio di mezzi scuri.

(*) Le voci dei giovani ex-combattenti di Boko Haram sono estrapolate e tradotte dallo studio “Motivations and empty promises, voices of former Boko Haram combatants and nigerian youth”, Aprile 2016, di Mercy Corps.

Finestra su cosa?

Chi è che sta in favela?

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