un impiegato in favela

Tutti a Fika!

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 28 giugno 2016 at 10:32

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

Scarlett Johansson Under the Skin #finestrasullafavela

Ebbene sì, finalmente l’ho fatta l’esperienza di questa benedetta, famosa Fika. Mi avevano detto di non andarci, non ci si poteva proprio andare; poi, per una volta sola, almeno per una volta, abbiamo deciso che finalmente anche per me era arrivato il momento.

Andando a Fika, in un recinto di mattoni di sabbia, capita che un’oca attacchi una gallina, che la punzecchi col becco dritto al centro del gargarzozzo; capita che un agama agama salti, sospinto dal movimento del suo stesso collo, sulla schiena di un topolino che gli sfugge rapido: sono così rari i topolini qui, e appunto, sono i rari topolini che trovi a Fika. Perché così pochi? Non si sa. Forse perché tutto è così secco, come secche sono le pareti di fango cotte al sole cocente.

A Fika ci va pure una squadra di assistenti sociali che si riunisce sotto a un albero per parlare di un nucleo famigliare di otto bambini e della necessità di incontrare il Bullama, il capo tradizionale del villaggio, che sarebbe felice di vedere un uomo bianco, come da tanto tempo non si erano visti, perché da tanto tempo un uomo bianco non andava a Fika: pure lui, il Bullama, ci va di giorno e non di notte, perché perfino per lui non sarebbe sicuro restarci.

A Fika ci va pure un bimbo che si chiama Musa, che ha perso entrambi i genitori: devi ritrovarglieli ma nessun genitore o tutore temporaneo sembra corrispondere a un bimbo con quel nome che viene da quel luogo che è alla ricerca di quello stesso genitore o tutore temporaneo che ha un bambino di nome Musa perso sotto a quel falò causato da quella scarica di kalashnikov. Poi vai a Fika e scopri che il bimbo Musa è bravo a giocare a calcio e tutti nel suo villaggio originario lo chiamano Pelé: Musa è uno dei tanti Musa ma di Pelé ce n’è uno solo ed è così che ritrova almeno uno dei genitori, quello che è sopravvissuto. Tutto questo andando a Fika.

Andando a Fika scopri che piove, e se piove è il momento di prendersi cura delle tue terre, le terre abbandonate perché vi si sparava; piove, è il periodo critico per la coltivazione dei campi e devi almeno provarci, devi tornare indietro almeno per un po’. Spesso quando raggiungi la tua terra, la trovi ancora occupata da Boko Haram oppure dai pastori che hanno approfittato dell’assenza dei contadini per fare dei campi agricoli pascoli. A volte ti porti dietro i tuoi bambini perché ti aiutino nei campi, a volte li lasci a Fika perché il ritorno è rischioso e dove sei diretto non ci sarà né scuola né niente.

A Fika ci vanno gli sfollati, i maltrattati. Provengono dai distretti dove ancora si sentono gli spari, dove ancora gli spari si sentono molto vicini; provengono da una capanna di paglia del villaggio dove sono nati.

A Fika le mosche regnano sovrane, attorno agli occhi dei bimbi trascurati, attorno alle loro magliette consunte che non riescono a fare a meno di rivelare il pancino rotondo pieno d’aria.

Non volermene, gentile lettrice, e nemmeno tu, gentile lettore, non ci posso fare niente: si chiama Fika uno dei distretti più vulnerabili tra quelli dove mi capita di lavorare, al nord-est della Nigeria; è vulberabile perché confinante con le aree ancora occupate da Boko Haram. Fika è anche uno dei più antichi villaggi del nord-est della Nigeria, villaggio di abitazioni di sabbia e paglia e qualche palo di legno attorno al quale è attorcigliato alla meglio qualche cavo sfiancato. Qui si ricevono gli sfollati provenienti dai vicini distretti di Gujba e Gulani, dove ancora si registrano costantemente incidenti di conflitto armato. A Fika alzi gli occhi al cielo e vedi sfrecciare un paio di caccia: uno è caricato con le bombe, l’altro no. Forse stanno puntando a nord, dove l’altro giorno è stato attaccato un villaggio e un area è ancora dominio di Boko Haram; forse nel vicino Stato di Borno, dove venerdì scorso una donna si è lasciata scivolare dalle mani una borsa in una moschea piena di gente e qualcuno se n’è accorto in tempo prima che deflagrasse.

Ancora più a nord c’è il Niger. Qui due tra i più pesanti attacchi della storia del conflitto hanno fatto sì che fossero uccisi civili in numero ignoto e fatto altri quarantamila sfollati tra metà maggio e i primi di giugno. Dopo tre settimane, ci sono ancora famiglie che si sono accampate all’aperto, sotto gli alberi, senza adeguato accesso ad assistenza base per la sopravvivenza. Le piogge sono cominciate e in particolare molti bambini sono a rischio di ammalarsi. Il 60% degli sfollati sono minori. Duecentoottantamila persone vivono in rifugi d’occasione in Niger e contribuiranno ai due milioni e settecentomila sfollati che vagano attorno alla regione del Lago Chad.

Fai click sulla galleria per scorrere pure tu immagini da Fika.

Finestra su cosa?

Chi è che sta in favela?

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  1. […] Borno per giungere al campo sfollati di Kukarita, per poi andare finalmente tutti a Fika, per finire sotto le stelle di Potiskum. Eid Mubarak e alla prossima […]

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