un impiegato in favela

Sotto le stelle a Potiskum

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 1 luglio 2016 at 12:42

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

Sotto le stelle a Potiskum #finestrasullafavela

L’equilibrista dei mango, eccolo qui di nuovo di passaggio. Come fa a tenere in equilibrio sulla testa un vassoio con una pila di manghi sbilanciati tutti da una parte per averne venduta una metà e camminare comunque con quella disinvoltura? Procede con la facilità di chi non ne ha fatto cadere uno da anni, o forse da mai, nemmeno magari spintonato accidentalmente da qualche passante. Quante volte dovrò chiedermi come fa per trovare la risposta? Non ci riuscirei nemmeno se mi ci esercitassi per i prossimi dieci anni; è che lo fa fin da piccolo, ecco. E infatti eccone un altro che passa con un’altra pila di manghi, solo che il vassoio è più piccolo, e la testa che lo sorregge anche.

Ma i miei pensieri su equilibrismi vari vengono interrotti da Gozi che mi chiede come sto, come va il lavoro, se ho passato una buona notte, come da uso locale, e perché i miei colleghi non sono qui. Troppo difficile spiegarle che, di tanto in tanto, quando manca l’elettricità e la connessione ti molla, preferisci restare a margine di questo spiazzo polveroso costellato di sedie e tavolini di plastica con le nuvole che ti minacciano sopra alla testa, solo tu insieme alla minaccia di mettersi a scrosciare, ma lei è già passata ad altro e incalza con le domande:

– Sei sposato?

– No.

– Eh! (con l’acuto di meraviglia tipico nigeriano, che era anche sierraleonese, spesso, come in questo caso, emesso con scopi lusinghieri). Hai figli?

– No. E tu?

– No, non ancora. Devo pensare al business e ai miei fratelli che mi aiutano al bar. Mohammed dorme sempre con la testa sul tavolo e bisogna prenderlo a schiaffoni, Madia è brava ma non glielo dire che si mette a dormire pure lei. Gli altri sono ancora piccoli.

– Quanti siete?

– Sette.

– Te li ricordi tutti, i nomi?

– Yusuf, Bukar, Umaru, Amina…

Ma il mio ascolto è distante come lo sguardo, velato ma non triste, l’ascolto e lo sguardo rivolti al nord-est, questa volta a Potiskum.

C’era un uomo, c’era una donna, c’erano sei bimbi, che vivevano in un vicolo sotto a un tetto sfondato e il vento tirava forte e la pioggia era quella della stagione delle piogge.

Potiskum

Le forze armate avevano bloccato le vie di rifornimento per far morire di stenti quelli di Boko Haram, solo che così saremmo finiti per morire di fame pure noi. Nel nostro cimitero già si contavano decine di sepolture in più negli ultimi mesi. Siamo fuggiti, abbiamo lasciato i campi ai tempi della carestia che già da prima colpiva il nostro e altri villaggi, tutti i villaggi fino al lago e oltre, procedendo lungo la linea del deserto. Siamo fuggiti, abbiamo viaggiato di notte. Dopo molte notti siamo arrivati qui a Potiskum, abbiamo incontrato gente come noi. Chi aveva un parente distante, chi aveva conoscenze perché quando si poteva veniva a commerciare in questo grande mercato, uno dei più grandi mercati della regione dopo Kano, e ci hanno trovato questa sistemazione. Ma il tetto è sfondato e, quando arriva, la tormenta di sabbia ci investe e il tetto viene giù un po’ di più e forse un giorno lascerà che tutta la sabbia e l’acqua torbida e le stelle infuocate e tutti i demoni che danzano folli in questa tormenta ci sprofondino addosso, e forse un giorno sprofonderemo via anche noi con loro, forse un giorno diventeremo demoni delle tormente di sabbia noi stessi e travolgeremo altri.

Nell’attesa, stiamo sotto a questo finto tetto, sotto alle stelle, quando si mostrano: la sistemazione migliore, col tetto in condizioni migliori, l’abbiamo lasciata a questi otto: sono tutti bambini, il più piccolo ha due anni e il più grande, il capofamiglia ne ha diciassette e adesso non c’è perché è al mercato a vedere se riesce a racimolare qualcosa per la giornata. Un tempo avevano adulti con loro, adesso non sanno neanche dove siano finiti. Il più piccolo ha già le grinze nelle gambe, le braccia esili all’osso, e noi non sappiamo che farci. Morirà e sarà un demone in meno.

Abuja

C’era un uomo, c’era una donna, c’erano sei bimbi, c’era un tetto sfondato e il vento che tirava forte e il tetto di lamiera venne giù. Lasciate che il vento voli, lasciate che porti via tutto, le bare che si motiplicano a nord-est, le violenze per un pugno di riso, i tetti sfondati, le famiglie di soli bambini.

– E tu ce li hai fratelli o sorelle?

– Ho un fratello e due sorelle, due nipoti che ormai sono grandi e stanno in America (del nord) e un altro nipote che si è fatto grande e ci ho parlato una volta al telefono: è simpatico!

– Famiglia complicata, la tua, eh?!

– Puoi scommetterci, madam Gozi!

Finestra su cosa?

Chi è che sta in favela?

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  1. […] giungere al campo sfollati di Kukarita, per poi andare finalmente tutti a Fika, per finire sotto le stelle di Potiskum. Eid Mubarak e alla prossima […]

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