un impiegato in favela

Guardami in faccia!

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 12 luglio 2016 at 07:56

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

Cento volti Nigeria

Scambiamocelo uno sguardo dai, e manteniamolo anche per più di pochi secondi, guardiamoci, concediamoci la reciproca conoscenza, anche se da parte mia non ti mostrerò molto oltre l’ovale che il velo mi incornicia attorno al viso. Guardami in faccia, sono viva, adesso, proprio adesso, mentre il mio volto giunge a te che hai deciso di accettare un invito, sono viva, respiro… sto respirando proprio adesso che impari a conoscere qualcosa in più di me, che osservi una mia foto, che ascolti le mie parole. Sono viva da qualche parte, lontano, sì, ma non tanto lontano quanto le stelle. Ognuno dei nostri volti è una stella che palpita, ma non sopra le nuvole, proprio qui, ben piantata su questa stessa terra che ogni santa mattina ci mettiamo a calpestare.

Mi sveglio prima dell’alba, tra pareti composte della stessa materia delle suolo, di quella stessa sabbia rossa che si solleva ogni sera in vortici che fanno trambusto e travolgono tutto, mentre noi, per neutralizzarli, ce ne stiamo avvolti in un recinto di paglia e ramoscelli, fino a che all’improvviso non si dissolvono nella stessa nuvola di sabbia che avevano generato, come se questa fosse l’accesso ad un’altra dimensione, e ci concedono qualche ora di fresca umidità che si lascia sgocciolare giù dalle chiome verdi dei manghi.

Di bambini ne abbiamo sempre bisogno, ci aiutano nel nostro lavoro, a trasportare in bilico sul capo fasci di rami utili a fabbricare quei recinti. I maschi andranno nei campi a seminare, a tirare via l’erba cattiva, a raccogliere; quando si saranno fatti più grandi anche a difendere i campi dai mandriani che arrivano proprio in quella fase delicata in cui le radici si scrollano di dosso la terra e si affacciano al mondo esterno nella forma di un primo tenero arbusto: buon segno per il raccolto, succulento invito per le vacche e le capre che i mandriani, con le loro armi, qui da noi accompagnano.

D’altra parte anche mio nonno è stato un mandriano. Ma una volta il lago Ciad ci abbracciava, i villaggi su palafitte si estendevano fin qua, l’acqua era abbondante, i campi si potevano condividere. Oggi il grande lago si ritira, sopraffatto dalla sabbia rossa che l’incalza, come ci ritiriamo noi di fronte al ferro e al fuoco che ci travolgono. Per questo abbiamo cominciato a trasferirci in altri villaggi o a crearne di nuovi in zone più sicure. Ma tutto ciò avviene di fretta, così ci ritroviamo senz’acqua da bere e per lavarci: quelli che sanno contare dicono che non ci rimangono che due o tre litri al giorno a testa e che sono troppo pochi (e che sono pochi lo confermiamo pure noi). Dormiamo nel fetore di piscio, con gli abiti intrisi di quel puzzo. Se arriva il colera ci spazzerà via tutti. Se le mosche aumenteranno attorno a questo piccolo corpo immobilizzato dallo spavento, non saprò a chi portarlo. Ma ci sono luoghi peggiori di questo: molti dei nostri compagni sono rimasti dove si spara ancora, nelle terre che abbiamo abbandonato, e si reggeranno in piedi sorretti da nient’altro che un filo di speranza, infatti l’esercito ha tagliato le vie di sostentamento per incastrare Boko Haram e le risorse finiranno per tutti. Già i cimiteri si affollano di croci appena piantate.

Guardami in faccia: sono una donna che ha appena partorito, una nonna che ha trovato un paio d’occhiali da sole e così sbeffeggia le sue disavventure, sono una bimba che da sola deve proteggere cinque fratelli più piccoli, sono un giovane non ancora maggiorenne che deve accudirne altri sei, sono una donna che ha dovuto mordere tra i denti uno straccio per non urlare mentre affidava il suo corpo alla violenza per ottenere un sacco di riso o il libero passaggio ad un pozzo o l’accesso ad una regione più sicura, sono una donna che è fuggita con una pallottola nel polpaccio, sono un uomo che si spacca la schiena a trascinare vacche al mercato, siamo una famiglia di sette e ce se ne stiamo appoggiati a un palo di legno, sotto un velo di tetto tenuto fermo da un copertone e un catino.

Facendo click sulla galleria fotografica potrai guardare in faccia una serie di volti che hanno dovuto lasciare casa per fuggire dal fuoco armato e che con COOPI stiamo sostenendo con supporto alimentare (sventolano con emozione il tesserino che consentirà loro di acceder al programma).

Finestra su cosa?

Chi è che sta in favela?

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